Il sacco delle città
di Francesco Petrone - 28/05/2026

Fonte: Francesco Petrone
Si è spesso criticato l'urbanistica del ventennio. Monumentalità degli edifici di rappresentanza, un'urbanistica autoritaria che indicava le aree di sviluppo edilizio come lo stile architettonico razionalista. In quel periodo nascevano grandi vie di scorrimento e la crescita avveniva per parti e non a macchia d’olio. La “macchia d’olio” nasce quando ognuno ha iniziato a costruire dove è più conveniente al costruttore. Generalmente quello scelto è un terreno agricolo e molto economico. Lo sviluppo avviene senza nessuna regola con le strade che arrivano dopo e quasi scompaiono le piazze come luoghi di aggregazione. I centri abitati diventano non luoghi. Il risultato sono delle periferie senza servizi, pendolarismo infinito, consumo di suolo.
L’urbanistica pubblica fa l’opposto perché delimita, fissa un perimetro alla città. Oltre non si costruisce o si costruisce in una determinata direzione prestabilita. È quello che avvenne nel ventennio in Italia , a Vienna col “Gürtel” e a Londra col Green Belt.
L' edilizia pubblica si concentra lungo le linee di trasporto senza mangiare campagna.
La scuola, il parco, i negozi arrivano insieme alle case, non 20 anni dopo. Il problema è che in Italia dagli anni ‘60 in poi edilizia pubblica e urbanistica hanno spesso viaggiato separate. Si costruivano quartieri dormitorio in mezzo al nulla perché il terreno costava poco, e la “macchia d’olio” privata seguiva a ruota. Nonostante ciò l'urbanistica selvaggia e speculativa dei palazzinari veniva opposta all'urbanistica autoritaria e “dittatoriale” del ventennio come democratica e non autoritaria. Negli anni 50 e 60 in Francia, i situazionisti, il movimento filosofico-sociologico ed artistico marxista libertario, con radici nelle avanguardie artistiche,
arrivarono ad accusare ogni tipo di pianificazione urbanistica come autoritarismo con gioia di chi faceva il sacco delle città.
