E’ possibile un’ Italia sovrana e neutrale nel nuovo contesto geopolitico?
di Bruno Scapini - 28/05/2026

Fonte: L'Adige
Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato l’Ambasciatore Bruno Scapini, che ha ricoperto numerosi incarichi all’estero, per ultimo Ambasciatore d’Italia in Armenia e in Italia quale Ispettore del Ministero degli Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa degli italiani all’estero e nel promuovere il Sistema Italia per lo sviluppo delle relazioni commerciali e culturali. Attualmente riveste la carica di Responsabile Affari Esteri di Democrazia Sovrana e Popolare. Ha scritto articoli di geopolitica per diverse testate giornalistiche e riviste tra cui Il Giornale, La Verità, Panorama, Visione ed altre.
Ambasciatore Scapini, il mondo di oggi, a differenza del secondo dopoguerra comunemente conosciuto come “ guerra fredda”, sembra scivolare pericolosamente in una possibile guerra nucleare che vedrebbe contrapposti la Russia contro la Nato e Stati Uniti Israele contro l’Iran. Quale è la sua opinione al riguardo?
«Domanda più che legittima vista la situazione internazionale dei nostri giorni. Tuttavia, non mi limiterei nel valutare la grave criticità di questo momento alla comparazione della nostra epoca a quella della “guerra fredda”, espressione descritta con esemplare plasticità estetica dal politologo Raymond Aron come situazione di “pace impossibile e guerra improbabile”, ma considererei lo stato complessivo della Comunità internazionale oggi che conosce dinamiche ben diverse da quelle di qualche decennio fa.
Innanzitutto non sono solo quelle da Lei citate le grandi crisi del momento. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che esistono alla data attuale nel mondo circa 240 conflitti armati che coinvolgono ben 70 Paesi, e che potenzialmente ciascuno di questi conflitti potrebbe degenerare sul piano strategico alzando il livello di rischio per una espansione della belligeranza fino al confronto diretto tra superpotenze nucleari. Certamente le guerre che Lei ha citato sono per noi le più gravi in quanto si stanno consumando alle porte di casa coinvolgendo Paesi ad alta potenzialità militare.

E ciò vale soprattutto per la guerra in Ucraina le cui cause, e questo dovrebbe essere chiaro a tutti, non risalgono alla data del 24 febbraio del 2022, giorno di avvio dell’Operazione Militare Speciale da parte della Russia, e nemmeno alla data del colpo di Stato del 2014, come neanche a quella della rivoluzione colorata del 2004, ma addirittura alla fine degli anni ’90, allorché gli Stati Uniti, violando la promessa fatta all’URSS di non espandere la NATO “oltre il fiume Oder” in cambio della riunificazione delle due Germanie, hanno iniziato un processo di inglobamento nell’Alleanza di tutti i Paesi dell’Est europeo portando la minaccia militare sui diretti confini perimetrali della Russia.
Ma oggi, il rischio di una conflittualità di largo spettro militare si riconduce non solo all’obiettivo di infliggere a Mosca una sconfitta strategica per compiacere soprattutto le ambizione di potere delle leadership anglo-americane (leggasi il potere dei centri finanziari della City of London), ma anche al progetto concepito dai nuovi centri economico-finanziari sovranazionali di realizzare una “governance globale” sottraendo così terreno alla politica nazionale degli Stati per concentrarla nelle mani di quei pochi individui che detengono la quasi totalità delle ricchezze del Pianeta.
Dunque, il momento è grave e drammatico, e soltanto la consapevolezza di questi rischi di belligeranza diffusa potrà indurci ad un ripensamento critico capace di favorire una nuova visione delle relazioni internazionali. Occorre, infatti, che oggi ognuno di noi si renda conto della necessità di non più impostare le dinamiche tra Stati sul concetto dei “rapporti di forza” e sulla competitività, bensì sul principio della “coesistenza pacifica” e del reciproco rispetto.
E in questa prospettiva, tanto per tornare sul tema della Germania, trovo assai pericoloso quanto dichiarato dal precedente Cancelliere tedesco Scholtz fin dal 2022 a riguardo di una auspicata “svolta storica” (zeitenwende) per la Germania. E Scholtz già allora intendeva preconizzare l’obiettivo di fare della Nazione tedesca la primaria potenza militare europea! Oggi, purtroppo, il processo di militarizzazione avviato da Bruxelles e quello di riarmo, sembrerebbero proprio confermare questi inquietanti sviluppi nel prossimo futuro.

Lei è il presidente del “Comitato Italia Neutrale”, come nasce questo nuovo soggetto e chi ne fa parte?
«L’idea di una neutralità per l’Italia è un obiettivo che è venuto ad affacciarsi alla mia coscienza nella considerazione dei profondi cambiamenti intervenuti in questi ultimi anni nelle dinamiche internazionali. Dinamiche che hanno visto l’Italia coinvolta in guerre non cercate, e tantomeno volute, a partire dai bombardamenti su Belgrado nel 1999 ai quali il nostro Governo al tempo ha voluto contribuire ricorrendo ai caccia che decollavano dalla base militare di Aviano e non solo.
L’Italia, e questa è una realtà di cui ho avuto prova nella mia esperienza professionale, è dalla fine del secondo dopo guerra che è venuta a trovarsi in una condizione di subalternità; prima per via dei vincoli imposti dalle potenze vincitrici, dopo dall’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea. Cito l’Unione Europea a ragion veduta, in quanto con l’ultimo Trattato all’art. 42.7 si prevede un’altra alleanza militare di cui non credo che tutti gli italiani si rendano conto. Si tratta di un obbligo dei Paesi membri di intervenire con “ogni possibile mezzo” in difesa di un altro membro oggetto di aggressione.
Ebbene, mi sono di tal guisa convinto della necessità di restituire al nostro Paese quella libertà d’azione in politica estera e di difesa che possa assicurare il perseguimento dei nostri primari interessi nazionali nel rispetto della Costituzione. Interessi che naturalmente sono mutati nel tempo e che non possono identificarsi negli stessi del secondo dopo guerra. L’Italia ha bisogno oggi di riassaporare la capacità di decidere per se stessa sui propri destini e soprattutto su quelli delle nostre famiglie, figli e nipoti.
Sono le giovani generazioni soprattutto a rischio di essere le prossime vittime della guerra, e così, confortato dall’appoggio di tanti cittadini, ho ritenuto di fondare un Comitato che potesse essere un sicuro riferimento per la progettata “neutralità dell’Italia”. Il primario obiettivo programmatico di questo Comitato è stato allora redigere un progetto di legge per integrare l’art. 11 della Costituzione e capace di servire da proposta per una iniziativa popolare ai sensi dell’art. 71 della stessa Costituzione.
Con tale progetto di legge – che abbisogna di almeno 50.000 firme per poter essere presentato al Parlamento – noi intendiamo intervenire sull’art. 11 con due finalità: assegnare all’Italia lo status di neutralità permanente per trasformare il principio del “ripudio della guerra” – già previsto – in una vera norma precettiva cogente e come tale inderogabile da parte del Governo come invece già spesso accaduto nel recente passato e oggi stesso con la fornitura di sostegno finanziario e di armamenti all’Ucraina.
Poi, quale seconda finalità, puntiamo ad introdurre una garanzia di conformità alla Costituzione alle limitazioni di sovranità che l’art. 11 prevede nel caso di adesione alle organizzazioni internazionali. Ecco, dunque, che il progetto viene ad acquistare valore innovativo storico per il nostro Paese, liberandolo non solo dal vassallaggio politico e dalla dipendenza economica, ma soprattutto dall’incubo della guerra, per assicurare al Paese una prospettiva di crescita nella pace e non a rischio di perdere i nostri figli in conflitti armati imposti da altri Stati».
Quali sono le linee guida per un Italia realmente neutrale e aggiungerei anche sovrana, perché l’una non dovrebbe escludere l’altra? Crede possibile un disimpegno dalla Nato da parte nostra, magari in sintonia con altri stati europei che hanno forse capito che il famoso ombrello nucleare statunitense è sempre stato funzionale agli interessi di Washington?
«Credo che alla prima parte della Sua domanda possiamo trovare una risposta già nelle considerazioni che ho espresso precedentemente. Qui preme invece rilevare come il progetto della neutralità per l’Italia, nonostante che qualche scettico possa trovarvi delle difficoltà di realizzazione, venga a proporsi in un momento storico assai favorevole. Non trascuriamo di osservare del resto che l’Amministrazione Trump ha chiaramente preso posizione a riguardo dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica in maniera profondamente innovativa.
Dal momento del suo accesso alla Casa Bianca, Trump ha inaugurato un corso profondamente diverso rispetto a quello della precedente Amministrazione. E se lo possiamo criticare per la sua politica in Medio Oriente – soprattutto per l’appoggio a Israele, da cui resta condizionato per le scelte negative di ignorare gli interessi del popolo palestinese e di assicurare la sconfitta strategica dell’Iran – Trump ha il merito innanzitutto di aver salvato la faccia agli Stati Uniti sfilandosi dal vicolo cieco della guerra in Ucraina, ma anche quello di riprendere un dialogo con Mosca quale condizione di distensione internazionale.
Purtroppo, le propaggini protesiche del “deep state” americano si trovano oggi in Europa e le elite europee – come possiamo constatare – fanno di tutto per ostacolare l’azione di Trump; e ciò ben si giustificherebbe nell’ottica di una Londra abituata tradizionalmente a vedere nella Russia l’antico nemico di sempre. Oggi, contrariamente al passato, abbiamo un’America pronta a disimpegnarsi dall’Europa e dalla NATO.
Le sue priorità sono altrove e di altro genere (assicurarsi prima di tutto materie prime strategiche), e questa nuova prospettiva di “rapprochement” tra Washington e Mosca dovrebbe creare le condizioni più favorevoli perché l’obiettivo della neutralità dell’Italia abbia successo. Disporre, infatti, di un altro Paese neutrale sul Continente (oltre alla Svizzera, all’Austria, a Malta, a Cipro e all’Irlanda) dovrebbe garantire più sicurezza. E così anche per la stessa Federazione Russa che, a termini della sua nuova dottrina sulla deterrenza strategica, guarderebbe con favore alla formazione in Europa di corridoi di neutralità quale fattore di distensione. Ecco allora che in questa prospettiva acquisterebbe di rilievo e validità proprio il nostro progetto per una neutralità dell’Italia».
Cosa intende per sviluppo del sistema Italia nelle relazioni commerciali e culturali?
«Nella mia vita professionale ho sempre avuto a cuore la promozione dei nostri interessi nazionali, e in tale contesto parlare di “sistema Italia” per me significa fare appello a tutte le tipicità e caratteristiche che plasmano l’immagine e il ruolo del nostro Paese. Più in particolare, riferirsi al termine “sistema” sottende un aspetto ben specifico: quello di promuovere le eccellenze economiche e culturali ricorrendo a una pianificazione predeterminata, finalizzata al raggiungimento di risultati per favorire risposte per l’appunto sistemiche, ovvero in coordinata azione tra tutti i protagonisti della vita nazionale.
Ma questo, purtroppo, è un punto debole del nostro Paese. Abbiamo, infatti, molte strutture decisionali a livello economico e di associazionismo di categoria, ma operano in maniera disgiunta, spesso con sovrapposizione di compiti e conseguente spreco di risorse. Occorrerebbe allora una razionalizzazione dei centri propulsivi e di promozione; ma spetterebbe al Governo, nel rispetto delle specificità territoriali, sviluppare una simile strategia. Nel mio lavoro, ho naturalmente tenuto conto di questa negatività, e ho cercato di superarla ricorrendo a iniziative che riflettessero una prospettiva di ampio spettro capaci di coinvolgere contestualmente aspetti economico-produttivi, culturali e artistici.
Una progettualità molto valida che ho avviato in molti Paesi è per esempio quella della Settimana Gastronomica Italiana, un’occasione che privilegiava sia le PMI del comparto alimentare, sia le eccellenze culturali, turistiche e artistiche delle Regioni».
Oggi stiamo assistendo a rapidi cambiamenti nel contesto internazionale, dopo decenni di immobilismo che sembravano sancire definitivamente quanto affermato dal famoso politologo statunitense Francis Fukuyama nel suo saggio del 1992 “ La fine della Storia e l’ultimo uomo ”. Egli aveva previsto il futuro con una sola società , quella liberal democratica senza alternative perché garanzia, a suo avviso, di diritti fondamentali dell’uomo. Quale è il suo parere al riguardo?

«Parlare di “una sola società” a livello mondiale a mio modesto avviso credo che non solo sia un obiettivo prematuro, ma anche un tema assai pericoloso. Preconizzare un modello unificato per il mondo può dare adito, infatti, a speculazioni fortemente caratterizzate sul piano politico e affettivamente investite quanto al modo di porsi del rapporto tra individuo e collettività. Che sia di matrice liberal-democratica – come preconizzato dal politologo da Lei citato – o di altra natura, la società unica non potrebbe non essere per implicita sua forza anche universale, e questo ci conduce a ipotizzare che potrebbero imporsi nel tempo anche altre e diverse dinamiche nelle comunità umane.
Ciò in funzione soprattutto dei bisogni dell’individuo e delle corrispondenti capacità di soddisfarli. Sappiamo bene, del resto che “bisogni” e “risorse” sono due variabili in grado di mutare nel tempo e con lo sviluppo tecnologico; il che potrebbe favorire forme di strutturazione della società umana diverse da quelle oggi immaginabili. Una cosa è, comunque, certa in questo contesto: oggi in un mondo caratterizzato da bisogni illimitati e risorse limitate il criterio del liberalismo economico offre indubbiamente uno strumento di razionalizzazione della gestione. Ma non è il solo. Se poi questo principio “liberale” applicato all’economia sia anche democratico, che dire? E’ questione su cui riflettere!
L’Iran sta uscendo più rafforzato strategicamente dalla guerra in corso e la Russia non è certo collassata come qualcuno superficialmente prevedeva, mentre la Cina sorniona è sempre di più protagonista della scena mondiale come dimostra il viaggio con il cappello in mano di Trump a Pechino. Lei che ne pensa?
Domanda oltremodo interessante! Con le visite in stretta successione di Trump e di Putin a Pechino, recentemente avvenute, si è assistito invero ad un evento fortemente rilevante sul piano geopolitico. Dietro il fatto, già notevole in sé in quanto coinvolgente le massime leadership mondiali, si nasconde certamente un portato di grande effetto per il significato che si potrebbe ad esso attribuire.
Gli Stati Uniti, e questo è un dato inoppugnabile, non sono più ormai quell’unica potenza in grado di imporsi all’intera Comunità internazionale. Non perché sia un Paese in recessione, ma semplicemente perché altri Paesi si stanno affacciando sul proscenio mondiale alla ricerca di un nuovo ruolo. Si tratta dei Paesi emergenti, quelli che con formula sintetica potremmo identificare in quella piattaforma di cooperazione che passa sotto il nome di BRICS+. Si tratta di nuove realtà statuali che, conoscendo rapidi ritmi di crescita e in possesso anche di considerevoli risorse economiche, riescono oggi ad imporsi come nuove voci alle tradizionali grandi potenze occidentali.
La Cina rappresenta per gli Stati Uniti certamente un interlocutore impossibile da ignorare e tanto meno da contrastare. E quello che qualche osservatore afferma che lo scopo di Trump per la visita sia stato quello di allontanare Pechino da Mosca temo non abbia credibile fondatezza. La Storia non si ripete mai allo stesso modo. Se forse il tentativo di separare i due Paesi ha avuto senso con il Presidente Nixon, i tempi oggi sono ben diversi per trovare le stesse giustificazioni di allora. In primis perché gli USA sono ben consapevoli dell’impossibilità oggi di separare la Cina dalla Russia in quanto legate da un indissolubile legame strategico giustificato dal timore di un Occidente pronto ad avvalersi delle loro minime debolezze per conseguire la sconfitta strategica dei due Paesi.
Così, la guerra in Ucraina si dimostrerebbe in tal senso un chiaro e convincente fattore di coesione, nella consapevolezza del fatto che se la Russia dovesse cedere alle pressioni occidentali subito dopo sarebbe il turno della Cina. Una circostanza, questa, che induce le leadership dei due Paesi a mantenere nel tempo questa alleanza strategica ponendosi entrambi come una barriera di interessi inespugnabile. Ma soccorre in questa prospettiva anche un’altra considerazione: è l’Amministrazione Trump che non intende antagonizzare Mosca ritenendo la Russia – come alcuni episodi nella lontana Storia hanno dimostrato – più un interlocutore con cui coordinarsi nella cooperazione – e intendo rifermi ai grandi progetti di sfruttamento congiunto dell’Artico e ai grandi corridoi di trasporto transcontinentali – che un nemico, peraltro, impossibile da sconfiggere per sostanziale parità di deterrenza strategica posseduta.
Pertanto, sarei più incline a vedere in questo stretto “giro di visite” stranamente contestuale un “incontro a tre”. Un modo indiretto di coordinarsi tra superpotenze in vista di una nuova configurazione delle aree di influenza di diretta pertinenza. Il mondo, indubbiamente, si sta evolvendo verso una diversa e nuova impostazione dei rapporti, e questa congiuntura di incontri trilaterale nel caso degli Stati Uniti verrebbe ad acquisire un senso molto peculiare: non è il tentativo di Trump di sabotare il dialogo delle altre potenze, bensì un modo forse subliminale per accedere ad un dialogo trilaterale quale base per una futura riconfigurazione della Comunità internazionale».
L’Onu ha dimostrato tutta la sua inefficacia sia durante il conflitto Russo Ucraino Nato, sia nell’aggressione Israele-Statunitense alla Repubblica Islamica dell’Iran. La stessa Unione Europea , che rappresenta solo centri di potere oligarchici, pare avviarsi a una rapido declino. Crede che sia oramai necessario alla luce dei cambiamenti geopolitici in corso e di un futuro sempre più multipolare, ripensare o abolire del tutto queste istituzioni che sono divenute negli anni solo degli inutili carrozzoni ?
«L’osservazione è indubbiamente pertinente e ben fondata. Certamente alla luce del fallimento in cui è incorsa la diplomazia nel portare a risoluzione i tanti conflitti che abbiamo visto e conosciuto l’ipotesi di una inutilità delle istituzioni internazionali, e soprattutto di quelle votate alla pace e alla pacifica convivenza, si arricchisce di significato e motivazioni. Un dato, peraltro, è da tenere presente: negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una inconsueta proliferazione di istituzioni internazionali con compiti tra i più disparati. Il fenomeno dell’organizzazione internazionale si è, infatti, affermato oltre ogni ragionevole limite.

Tra i tanti soggetti certamente si distinguono alcuni per rilievo del ruolo svolto, e soprattutto se diretto e inteso a migliorare la condizione dell’Umanità. Ma c’è anche una esagerazione nel prevedere enti internazionali la cui presenza rischia di essere strumentalizzata da certe elite economiche e finanziarie come mezzo per infiltrare interessi di parte. Anzi, dico di più. Se le organizzazioni internazionali – quelle dotate di soggettività giuridica intendo – sono costituite da Stati come soggetti membri originari e primari, mal si concilierebbe l’ingerenza nelle loro attività di soggetti privati che, ricorrendo a forme di finanziamento mascherate spesso da intenti umanitari o filantropici, riescono ad incidere e condizionare a proprio favore i processi decisionali.
Per rendere l’idea cito solamente, a titolo di esempio, il caso dell’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, in cui vengono prese delle decisioni più in conformità degli interessi delle società finanziatrici che degli Stati quali legittimi veri membri. Orbene, al di sopra di tali casi si pone tuttavia l’ONU. Se è vero che al Palazzo di Vetro raramente le grandi potenze che hanno diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza si trovano d’accordo, è anche vero però che le Nazioni Unite costituiscono allo stato attuale della Comunità e del Diritto internazionale, l’unico luogo ove confluiscono tutte le espressività dei Paesi, quel “dove” in cui tutti gli Stati hanno modo di confrontarsi e interagire per una azione di reciproca influenza.
Un modo di conoscersi, dunque, e di avvicinarsi in uno sforzo di mutua comprensione. Ma poi c’è un’altra ragione per mantenere in vita l’Organizzazione delle Nazioni Unite: esse sono il luogo depositario dei massimi valori perseguiti dall’Umanità, quei valori universali, e come tali più sublimi, ai quali dovrebbero tutti e sempre rapportare, singoli cittadini e Stati, la propria condotta.
Per l’Italia neutrale
A questo punto, concludo. E concludo rispondendo alla Sua domanda iniziale, quella che mi ha posto nel dare un titolo a questa intervista: ovvero se sia possibile immaginare un’Italia sovrana e neutrale nell’attuale contesto geopolitico.

Ebbene, la mia risposta è sì. E lo dico con profonda convinzione in quanto, non solo la congiuntura geopolitica è favorevole per le ragioni prima addotte, ma anche perché l’ora è giunta affinché il nostro Paese si liberi da questa subalternità che prima di essere politica e militare è essenzialmente mentale e culturale. Un condizionamento che ci portiamo dietro da ormai tanti decenni senza possibilità di liberarcene. Ed è questa subalternità mentale quella forse più pericolosa, in quanto ci induce a pensare che la sola libertà che ci è stata concessa sia solo quella di poter decidere come obbedire e non come scegliere i nostri destini e quelli dei nostri figli e nipoti».
