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Passaggio al vuoto

di Lorenzo Merlo - 25/01/2026

Passaggio al vuoto

Fonte: Lorenzo Merlo

Implicazioni e conseguenze della digitalizzazione. 

Il filo del discorso
Attratti dalla carota del vincere facile, abbiamo rinnegato la dimensione analogica per prostrarci a quella digitale. Un percorso strombazzato da progressisti e scientisti verso l’alto, ma che è, invece, gravemente verso il basso tanto da portarci dove siamo. Cioè, in una realtà che si sviluppa secondo dinamiche che hanno a che vedere con algoritmi, algida cinicità ad essi geneticamente collusa e verità formulate dalla falce (leggi intelligenza) artificiale. Ovvero, in uno stato senza più la concreta bussola analogica – la sola a dirci che dove si sta andando corrisponde alle nostre necessità autentiche – mai tanto lontano dal benessere degli uomini, mai tanto ridotti a ingranaggi, votati all’apparire e all’auto-mercificazione di se stessi. Si tratta di un passo ulteriore nella Babele tecnologica, insanabile ferita nel tessuto psico-umanistico. Un passo implicito nel geo-capitalismo finanziario. Un passo verso il vuoto esistenziale, destinato a generare valori adatti alla sottomissione informata, a devastare la bellezza e la creatività evolutiva. Di quale altro genitore poteva esse figlio il Board of Peace, il governo della pace e della guerra in mano privata, avvenuto senza la sollevazione immediata di nessuno? Una sorta di prova definitiva che tutti i nostri dati saranno impiegati per qualunque fine interessi le oligarchie che ne dispongono. 
I morbi di tale prospettiva hanno già attecchito ed entro poche, forse pochissime generazioni, se ne vedranno i frutti: melting-popoli anazionali ubbidienti, uomini ulteriormente mortificati, portati ovunque con la carota depotenziante dei benefit, ai governi travestiti da democrazia al bromuro pop, in mano a potentati privati. Quelli del sostenibile, dell’impatto zero, del bio, del riscaldamento globale a causa antropica o del pagate voi quel che abbiamo fatto noi, (“Un’utilitaria per tutti” era lo slogan della Fiat nel Carosello, la stessa giostra dalla quale il sorriso rassicurante di Gino Bramieri riversava fiumi di Moplen nelle case di tutti e, soprattutto, abituava gli italiani al consumo della plastica, scavalcando l’istintiva diffidenza iniziale), dell’imposizione del politicamente corretto, della genealogia mortifera avviata con la pecora Dolly, della vita a punti, come la patente (se fai bene li mantieni, se infrangi le regole del nuovo paradigma coercitivo informato li perdi e, con essi, perdi i diritti, i servizi dello stato sociale o di quel che ne resterà, le libertà previste), della moneta elettronica, dell’imposizione dell’elettrico, del non possederai nulla e sarai felice (Ti forniamo noi quello che serve a te), dell’identità digitale, delle vaccinazioni sanzionatorie, del dissenso criminalizzato. Un insieme satanico detenuto dai potentati protopolitici, detto digitalizzazione dell’esistenza, imposto sotto il nome della democrazia. Insieme al quale fanno parte, a pieno titolo, la produzione di plastiche che riempiono gli oceani, di chimica che s’infiltra nelle falde, di campi elettromagnetici che ingolfano l’atmosfera. Espressioni esiziali di una concezione del mondo come oggetto e dell’uomo come ente separato da ciò che osserva. Ma anche quelli che, per stare in sella, invece delle guerre, utilizzano le pandemie o, più semplicemente, la comunicazione per epidemie di paura. 

Dura lex, sed lex
È vero la legge del più forte è sempre stata la più forte. Una legge cosiddetta naturale capace di saltare a piedi pari diritti e trattati internazionali. Necessaria ad un’arroganza di dominio mondiale, frutto della patologica idea d’essere i gendarmi del mondo, un ruolo che richiede energia, guerre, denaro. Una trinità che l’intero Occidente, per paura e interesse, ha preferito venerare piuttosto che denunciare. 
Ma c’è anche un’altra ragione, tutta pragmatica, per spingere gli statunitensi ad andare in giro per il mondo con la mentalità da Ranger di frontiera. Questa, è relativa alla consapevolezza d’essere un’isola, una terra per natura più facilmente a rischio di autarchia coatta. 
In nome del diritto divino (Destino manifesto) all’egemonia planetaria, la legge del più forte prepotente e pragmatica – solo a partire dalla Seconda guerra mondiale, con l’impennata del dopo Urss – è stata spesso camuffata in modi occulti, altri noti e perfino ridicoli se non fossero tragici, quali d’antracite (Iraq), altri subdoli come le primavere colorate (Medio Oriente e altrove) e colpi di stato sotto copertura (Guatemala, Cile, Nicaragua), altri ancora da confinamento del comunismo (Grecia, Filippine, Corea, Laos, Indonesia, Cuba, Vietnam, Jugoslavia) o dalla Russia (Ucraina, Georgia), da sostegno ai vessati (Kosovo), per risparmiare vite (Hiroshima e Nagasaki), da abbattimento dei dittatori (Libia, Siria Somalia, ecc), da caccia al terrorista (Iran, al Qaida, Isis), da esportazione della democrazia (Afghanistan), eccetera, eccetera, eccetera. 
Dunque, camuffata secondo protocolli collaudati o estri estemporanei, la legge del più forte avanzava nei mari, nei cieli e nelle terre del mondo, serena, a petto in fuori, con il plauso di molti Stati sudditi e, a volte, con l’indignazione di qualcuno di questi. Sdegni magari anche piccati, ma sostanzialmente fine a sé stessi, visto che nel corso degli ultimi 70 anni, di qualunque portata fossero, non hanno spostato di un solo punto la rotta delle portaerei, dei caccia e dei carri a stelle strisce per l’egemonia mondiale. Hanno però, in compenso, permesso di mantenere la poltrona a chi li pronunciava.

La sfera
Ma quella sfilza di prepotenze era composta da eventi che si svolgevano entro una sfera analogica, considerando che i circa ultimi trent’anni di presenza del digitale possono essere in buona misura un’infanzia inconsapevole di se stessa.
Spiritualmente parlando, la dimensione analogica ha quale solo tratto identitario l’unità di misura umana, quella che, emblematicamente, ci fa sentire perduti davanti un’immagine digitale incompiuta, con i bitmap impazziti. Uno sbigottimento profondo, che neppure l’eruzione esplosiva di un vulcano, il passaggio devastante di un ciclone e il più straordinario tramonto possono provocare. Lo può invece la cultura woke che, sebbene nata sana, dentro il frullatore della comunicazione digitale – baumaniamente liquefante all’ennesima potenza – è storpiata in arma aliena, con la quale i generali del momento hanno disseminato tutte le terre dell’uomo analogico. Strappare via il carattere mascolino e quello femminino è come spostare i poli geografici, posizionarli dove pare a qualcuno, vicini, lontani o a caso, secondo gusto di qualcuno, con la pistola alla tempia di chi si oppone e non vuole gettare via la geografia della terra. 
Una sfera che, all’interno della quale, nel bene e nel male, sussiste la condizione di poter commisurare ciò che vi accade, con criteri etico-morali condivisi – o in comprensibile dialettica, ma sempre riconoscibili – da entità detti popoli, nazioni, culture. E nelle occasioni in cui la commisurazione veniva a mancare alla maggioranza – vedi per esempio la pubblicazione di Playboy negli Stati Uniti – lo strappo comportava un lutto morale, la cui unità di misura era ancora l’uomo, la cui intensità e durata erano riconoscibili e concepibili da tutti gli altri uomini. 
Sull’onda del comune sentire perfino fatti come Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni naziste, quelle turche verso gli armeni e i curdi, quelle statunitensi contro i nativi, eccetera, dopo lo sbigottimento di qualcuno, prendevano posto nel grembo sentimentale e cognitivo delle persone, che semplicemente, giocoforza, si vedevano costrette ad allargare lo spettro delle potenzialità umane.

Fine corsa
Ora, marcato dal massacro al palestinese di Gaza, dal rapimento del Presidente del Venezuela e dalle prepotenze sulla Groenlandia, il tempo analogico, già sconvolto dalla guerra a controllo remoto, dall’invasione e dipendenza dei social (ritenuti innocui da chi li usa), ha terminato la sua parabola. L’ultima generazione che ha per lo più consumato la vita secondo modalità analogiche, nata con il quaderno a quadretti e il pallottoliere, è ai suoi ultimi anni di esistenza. L’ultima in grado di distinguere il concreto analogico dal virtuale. Mentre i suoi figli, educati dal mouse, non hanno già più a che fare con una realtà a misura d’uomo, di cui non faranno esperienza se non individualmente, per piccole faccende autobiografiche, mai più per quelle più grandi, comunitarie. Figli che non potranno distinguere tra la creazione umana e quella della falce artificiale. 

Fanfare per tutti
Il salto di livello, legato al pressoché immediato dominio dell’intelligenza artificiale, si è compiuto da pochi mesi, accolta da tappeti rossi, gran pavesi e coriandoli. Pochi, ma bastanti per dimostrare – chi lo aveva predetto non è stato ascoltato – la portata devastatrice della sua falce artificiale, nei confronti della quale il napalm e perfino la bomba all’idrogeno non sono che temperini di fianco all’ascia del boia algoritmico.
L’inconsapevolezza di tutti noi, cresciuti nel cortile della comunicazione analogica, delle assuefanti dinamiche digitali, ha edificato la base dell’altare su cui celebrare la venuta del messia liberatorio in forma di web, che ha permesso a tutti di scavalcare, con un click, la siepe dell’oratorio e trovarsi al cospetto del mondo intero, lasciando la prima fila alla meraviglia e nascondendo nella dabbenaggine lo spavento. Nel salto abbiamo abiurato alla nostra intelligenza, consegnandola al dominio della tecnologia, credendo nel guadagno promesso – la riduzione della fatica e dei tempi del lavoro – per poi invece trovarsi a dedicare tutte le energie necessarie alle loro pretese, senza la cui soddisfazione restiamo a piedi. Nel salto abbiamo gettato via le arti e i saperi, le mani e le abilità creative necessarie alla relazione con la terra, a favore di un’esistenza condotta da ignoti.
I vuoti innocenti che avevamo, si sono ora in grande misura riempiti di mature consapevolezze. Nel frattempo però, mentre prendevamo coscienza su dinamiche geo-politiche-finanziarie e non solo, prima insospettate o lasciate ai complottisti, non ci siamo avveduti che la flebo anti-ignoranza, gratuitamente elargita dai fuochisti della comunicazione, era stata farcita con il morbo dell’individualismo. Un destino che, anch’esso, ci era stato annunciato a partire dall’epoca non solo pre-digitale, ma anche pre-industriale. A Nietzsche infatti, era bastato osservare – per primo – l’entusiasmo post-illuminista nella ragione, per renderlo chiaroveggente e prevedere l’avvento del nichilismo. Un destino che la sfera digitale, rispetto a quella analogica, ancora fondata sulla dialettica umanistica, ha esponenzializzato, mandando fuori giri i tachimetri di controllo tradizionali. 

È qui la festa!
Con la falce artificiale, lo spirito analogico su cui si ergevano le gambe e si muovevano i pensieri degli uomini, come una testa sotto l’ascia del boia, è stato decapitato. 
Ma chi se ne è accorto? Il corpo che ne resta, come coda spezzata di lucertola, si dimena determinato in cerca del proprio piacere, del proprio diritto, della propria vittoria sempre e soltanto sotto l’egida mai discussa della vanità e dell’importanza personale. Non ha contezza che sta ballando in cerchio intorno al totem dell’effimero, all’insegna dell’apparenza, solo comandamento della nuova religione. Una devozione fondamentalista necessaria per sentirsi esistere, seppure senza più un cuore, quello che anche l’ultimo imbonitore porta a porta del secondo dopoguerra sentiva pulsare per limitare i subdoli trucchetti mercantili per vendere un’aspirapolvere alle ingenue massaie.
Nel mondo unificato, nell’unica realtà che gocciola dal crogiolo della tetta artificiale non è – e se ancora non lo è, lo sarà – più distinguibile il reale o l’analogico, dal virtuale o digitale. I cuccioli si spingono via l’un l’altro per ingollare il nettare del progresso e del futuro, ignari del collare che gli gira intorno al collo.

Senza bussola
I boati di protesta, tipicità dell’uomo analogico, sebbene pressoché sempre irrilevanti, sono pure venuti meno. È un sintomo della patologia individualista. La legge del più forte comunque non ne risentirebbe. Il suo avanzare non ha più a che vedere con ostacoli dal carattere morale, non ha più necessità di camuffare con parole diplomatiche il diritto al proprio piacere o proprio far west. I suoi interlocutori ed eventualmente prima sudditi genuflessi ora potenzialmente avversari occidentali, vuoti di spirito anch’essi, non sono in grado di erigere barricate di sorta. Per farlo ci voleva un senso di comune identità (come quello russo e cinese) – che il solo indice economico non è semplicemente in grado di realizzare – quello che in nome del progresso abbiamo tralasciato, se non buttato a mare insieme alla intelligenza ancestrale, pensando di poterne fare a meno. L’individualismo prima di ogni altro tratto che lo distingue, ne ha due preminenti: concepisce l’uomo come un essere superiore e indipendente dal cosmo; “sembra consideri la propria presenza qui per l’eterno”. (Gianbattista Parissenti).

Di fatto, da una cultura a sfondo analogico comunque sempre comprensibile. che poteva anche preoccupare e non era priva di fatiche, siamo passati a un abisso vuoto d’umanità, questo sì colmo di paura, infelicità profonda e nichilismo, il cui sinonimo è trovarsi in mare aperto e senza una bussola.