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Su Ulisse e sui classici

di Marcello Veneziani - 02/08/2026

Su Ulisse e sui classici

Fonte: Marcello Veneziani

Se dovessi indicare i tre libri più importanti per l’umanità, punterei su tre viaggi speciali: la Divina Commedia col suo viaggio nell’Oltretomba, l’Odissea col suo viaggio straordinario tra mari, sventure e dei e le Avventure di Pinocchio, col suo viaggio fantastico di un burattino che diventa infine bambino. Ovvero tre itinerari, divino, umano e infantile. Dimentichi il libro dei libri, la Bibbia, dirà qualcuno. Ma quello, se ci credi, è di un Autore speciale, Dio. Non c’entra con la letteratura, è un’opera sotto dettatura dell’Intelligenza Soprannaturale. Si, ci sono pure l’Iliade, l’Eneide e altri capolavori. Però quei tre viaggi raccontano in modi diversi, su piani diversi, la condizione umana, in relazione alla morte e alla vita, al soprannaturale, all’infanzia e al suo stupore. 
Per Borges due sono i modelli insuperati che ispirano la letteratura di ogni tempo: la Bibbia e l’Odissea. La chiave dell’uno è l’Esodo, il viaggio verso la Terra Promessa, la spedizione verso la terra ignota. La chiave dell’altro è il Ritorno, il viaggio verso Casa, la Patria natia. L’una riflette la concezione ebraica protesa verso Dio e verso l’Infinito, l’altro rispecchia la concezione ellenica, protesa verso il Ritorno e il cerchio che si ricongiunge, ha orrore dell’infinito e al più si spinge fino all’Eterno Ritorno. Ulisse è sempre stato l’Archetipo del Ritorno, oggi si direbbe della Tornanza. È l’Eroe astuto e spietato, che risolve una guerra dopo dieci anni di assedio con uno stratagemma geniale, il Cavallo, e viaggia per quasi altrettanti anni, tra soggiorni e disavventure per tornare infine alla sua Itaca, al suo regno, la sua patria e sua moglie. 
L’Ulisse di Cristopher Nolan tecnicamente è un gran film, non solo per la durata ma per la potenza delle scene e riesce a rappresentare la grandiosa e terribile avventura di Ulisse, non risparmiandoci nemmeno le crudeltà più spietate e l’atroce ebbrezza della vendetta. C’è qualche prevedibile forzatura, concessioni all’imperativo Woke: troppi neri in una storia dove non c’erano africani, a partire dalle regine gemelle Elena e Clitennestra, e poi una Circe archeo-femminista che trasforma i maschi in porci per punirli del loro maschilismo. C’è qualche considerazione sulla civiltà del bronzo che possiamo fare noi posteri ma non uomini che vivevano tremila anni fa. Però sono dettagli minori rispetto all’imponente architettura del film. 
Quel che invece mi è parso in aperta dissonanza con la tradizione e lo spirito dell’Odissea riguarda proprio il cuore antico dell’Opera, ossia quel che dicevamo prima: il Ritorno, la nostalgia. L’Ulisse di Nolan non vuole tornare alla sua patria e non ci resta. Non vuole tornare nel suo letto nuziale, radicato e inestirpabile; anzi Nolan cancella nel suo film la storia magnifica del suo letto impiantato su un ulivo che sarà poi la vera prova che Ulisse darà a Penelope che è davvero lui il Mendicante, giacché solo lui custodiva con Penelope il segreto della sua inamovibilità. Quel letto era la metafora di ciò che non può essere cancellato, rimosso, spostato, non è soggetto al divenire ma è figurazione dell’Essere e della sua stabilità, indissolubile. Sparisce in Nolan anche la struggente scelta di Ulisse che rinuncia all’immortalità che gli offre l’avvenente Calypso per tornare a vivere da mortale con Penelope. L’Ulisse di Nolan lascia il regno al figlio Telemaco e parte con Penelope verso Occidente e l’orizzonte infinito, verso la terra dei morti e del sole che tramonta. Vorrei quasi dire: sogna l’America o la frontiera. Il suo non è un ritorno, al più un ricongiungimento coniugale; lo scopo non è tornare a casa ma sgombrare la casa dai Proci, esercitare la sua spietata vendetta e poi riprendere a viaggiare. Lo spirito del Nostos è rimosso, salta il Paradigma del Ritorno di cui scriveva Borges. Ulisse è nomade, pellegrino e viaggiatore, non è un tornante.
Qualcuno potrà ricordare un illustre precedente che ci riporta a un altro dei tre libri massimi da cui siamo partiti: nella Divina Commedia, al XXVI canto, Dante racconta che per seguir “virtute e canoscenza” Ulisse si era rimesso in viaggio coi suoi fedeli, aveva lasciato Itaca e si era spinto nell’estremo occidente, fino alle Colonne d’Ercole dove trovò la morte che aveva scampato nelle avventure omeriche dell’Odissea. Fatti non fummo per viver come bruti: la conoscenza è il nostro destino e la nostra più nobile indole. Dante relega Ulisse all’inferno ma non per aver sfidato i limiti dell’umano e varcato la soglia inviolabile, “acciò che l’uom più oltre non si metta”; ma perché era stato “consigliere fraudolento” nella guerra di Troia. Non dunque l’aver sfidato le colonne d’Ercole ma l’aver introdotto il Cavallo di Troia era il suo “peccato” per cui era finito all’inferno. L’hybris era imperdonabile per la visione greca, non per la visione cristiana di Dante. 
Possiamo dunque dire che Nolan riconduce Ulisse al modello giudaico e poi moderno-occidentale dell’esodo biblico, voltando le spalle al modello greco-tradizionale del ritorno a casa. Per dirla in termini filosofici, il divenire prevale sull’essere, la passione per l’infinito sull’amore per il finito.
In tutto questo Omero dorme, come diceva un antico proverbio? Omero, singolo o collettivo aedo, canta le imprese, racconta l’avventura umana e l’irruzione degli dei. Chiude un occhio, anzi, da cieco li chiude entrambi e si abbandona alla magia del racconto. Ulisse ritorna, riparte, infinitamente va, eternamente torna.