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Pinocchio

di Marcello Veneziani - 10/05/2026

Pinocchio

Fonte: Marcello Veneziani

Chi fondò l’Italia appena unita nei cuori della gente, a partire dai bambini? Direi due nomi su tutti: Carlo Lorenzini, in arte Collodi, e Edmondo De Amicis. Poi una scia di autori “minori” tra cui Luigi Bertelli, in arte Vamba e Guido Gianelli. I loro libri e i loro personaggi, da Giannettino a Pinocchio, da Cuore a Gian Burrasca, fino a Pipino, hanno formato, educato e allevato all’amor patrio, all’amor famigliare, ai buoni sentimenti e alle virtù civiche le prime generazioni che si affacciavano tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, creando un comune sentimento popolare e nazionale. Letteratura popolare, in gran parte pedagogica, che dava a quei bambini un percorso di iniziazione per diventare adulti. Furono i Fiori del bene, per dirla rovesciando i Fiori del male di Baudelaire, ossia tappe di un cammino formativo per educare i nuovi italiani al legame famigliare, sociale e nazionale attraverso i buoni sentimenti.

L’occasione di ripensare al loro mondo fantastico e reale, favoloso e storico al tempo stesso, è il bicentenario del primo di loro, anche in ordine di tempo. Vale a dire Collodi, che nacque due secoli fa a Firenze, nel 1826. Il suo viaggio per l’Italia di Giannettino è la prima opera di formazione della coscienza nazionale dei ragazzi in tre volumi: il primo è dedicato a L’Italia superiore; il secondo a L’Italia centrale e il terzo a L’Italia meridionale. Uscì nel 1877. Faceva parte della Biblioteca scolastica dell’editore Felice Paggi: ogni libro era venduto a due lire e, se rilegato in tela con placca a oro, a tre lire. Ebbe un gran successo, ma fu presto superato dalle Avventure di Pinocchio dello stesso autore, uscito nel 1883 (tre anni dopo verrà Cuore di De Amicis).

Pinocchio è qualcosa di più di un libro di formazione civica e di sentimento popolare italiano. È una magnifica parabola di redenzione, dal burattino all’umanità, che fa riscoprire la grazia di essere uomini, e insieme un cammino di salvezza che attraversa una serie di pericoli di perdizione. C’è chi ne ha visto una versione per l’infanzia dell’escatologia cristiana, che si redime dal peccato originale. Ma è anche un libro che esalta la paternità e la maternità, attraverso due figure che non sono i genitori naturali di quella speciale creatura di legno: il padre che lo ha forgiato, Mastro Geppetto, e la madre putativa, la madrina, che lo ha protetto e gli consentirà il miracoloso passaggio da burattino a bambino: la Fata Turchina, una specie di Madonna. Ma prima che fosse scolpito, già in quel pezzo di legno vibrava un’anima, misteriosamente. Il falegname non lo fabbrica ma lo estrae dal legno, nota giustamente Guido Manganelli.

Gli scritti di Manganelli su Pinocchio spiccano tra le meno scontate e più estrose letture di Collodi. Anche nell’ultimo libro postumo, pubblicato di recente da Adelphi, Laboriose Inezie, Manganelli torna su Pinocchio e lo vede come un essere metafisico che vive una radicale solitudine, con due “fittizi” genitori, il falegname e la fatina, circondato da “animali sentenziosi, variamente insidiatori, creature magiche”. Agli occhi smagati e scettici di Manganelli, il suo passaggio da burattino a bambino umano, la sua metamorfosi, è un cedimento, una violenza, una morte. Perde la sua libertà, diventa mortale, passa dalla favola alla realtà meschina, ricattato affettivamente, e rinuncia al mito per entrare nella vita banale dei comuni mortali. Gustosa lettura apocalittica e traumatica, nella visione ironica e cupa del destino che fu di quel sublime iconoclasta e nichilista di Manganelli. Ma Pinocchio resta, nonostante l’indubbio fascino sinistro del burattino morto di Manganelli, un magnifico inno alla vita, una favola lucente e una bella storia, con un fondo religioso, educativo, affettivo, oltre a essere un cammino iniziatico e un viaggio nella vita come esperienza, trasformazione e conoscenza.

Invece il peggior Pinocchio nasce se immagini il cammino inverso e lo trovi poi riflesso nel nostro tempo sempre più incline verso il disumano: ovvero quel cammino capovolto, rispetto a Pinocchio, dal bambino al burattino, dall’intelligenza naturale all’intelligenza artificiale, dall’umano al robot, all’automa. Il rischio vero è che il libro di Collodi si rovesci strada facendo, nelle Disavventure di Pinocchio, ossia in una specie tragica di sequel della sua opera, in cui avviene la seconda metamorfosi, da bambino a drone o androide, con un microchip nel cervello e un corpo che diventa una protesi meccanica ad alta tecnologia e bassa umanità.

Teniamoci stretto il Pinocchio originale, partorito dalla fantasia di Collodi. Quel burattino favoloso aiuta a ritrovare non solo l’incanto ma anche il cammino della vita vera, un viaggio per liberarsi della menzogna grazie anche al naso etico che si allunga a ogni bugia e ci fa riscoprire la passione per il vero, il giusto e il buono. Pinocchio è un compagno di giochi che gode lo strano privilegio di abitare due mondi, tra gli umani e i balocchi. La sua doppia cittadinanza nel regno onirico dei giocattoli e in quello reale dell’infanzia, fa di Pinocchio una creatura anfibia, una specie di eroe dei due mondi, e insieme un piccolo Virgilio che guida nel transito tra la realtà e la fantasia, tramite inferni, purgatori e paradisi. Salviamo Pinocchio dai mostri senz’anima della tecnica.