“Reddito di giornalanza”: giusto il referendum per eliminarlo ma con qualche precauzione
di Alessio Mannino - 10/05/2026

Fonte: Inside Over
Il referendum per abolire i contributi pubblici ai giornali ha raccolto 120 mila firme in poco più di una settimana. Ma attenzione...
120 mila firme in una settimana a mezzo: la campagna per abolire per via referendaria il “reddito di giornalanza” è partita con il botto. Segno che l’iniziativa lanciata il 27 aprile da Schierarsi, associazione tra i cui fondatori c’è Alessandro Di Battista, ha colto un punto sensibile nell’opinione pubblica: l’avversione per certo sistema mediatico che, nonostante il discredito di cui soffre, continua a incassare soldi dai contribuenti. Una battaglia politica che richiama il Movimento 5 Stelle prima maniera, quello di Beppe Grillo affiancato da Gianroberto Casaleggio, ma che evidentemente rappresenta un tema evergreen. Anche la modalità riecheggia un’idea cara a quella stagione, la democrazia diretta: i promotori puntano al traguardo delle 500 mila firme per indire un referendum popolare con cui eliminare parte delle sovvenzioni statali ai giornali.
Normate dalla legge 198 del 2016, nella finanziaria del 2019 l’allora sottosegretario all’editoria, il grillino Vito Crimi, fece inserire un emendamento, l’810, in base al quale sarebbero dovute sparire già nel 2022. Invece sono state mantenute, di proroga in proroga, posticipandone la fine al 2030. A giustificare il rinvio, come sostengono Fieg (editori), Fnsi (stampa), mondo cooperativo (CulTurMedia-Legacoop, Culturalia-Agci) e cattolico (Fisc), la tutela del pluralismo informativo, seriamente minacciato dal tracollo ormai strutturale dell’editoria, specialmente cartacea, travolta dalla digitalizzazione. Ragion per cui, fra parentesi, l’Unione Europea non considera i fondi in questione come aiuti di Stato, e perciò non li assoggetta a vincoli e autorizzazioni. Il quesito formulato da Schierarsi abrogherebbe, per la precisione, l’ultima proroga datata 2023, così da anticipare di due anni, cioè al termine del 2028, la scadenza del “Fondo per il pluralismo dell’informazione”.
Contributi diretti
La situazione oggi è questa. Mentre nel 2016 erano stati tolti dall’accesso ai contributi gli organi di partito, i periodici di settore e le testate di gruppi editoriali sul mercato, da dieci anni a questa parte a richiedere il finanziamento pubblico possono essere solo le cooperative di giornalisti, gli enti no profit e i media la cui maggioranza proprietaria sia di fondazioni o soggetti non a scopo di lucro. Come si può leggere sul sito del Dipartimento per l’Informazione ed Editoria (al link https://informazioneeditoria.gov.it/it/attivita/il-sostegno-alleditoria/contributi-erogati/), si tratta in tutto di 206 giornali (più una società radiofonica) che nell’erogazione stabilita nel 2024 hanno beneficiato di 104,8 milioni di euro, circa 9 milioni in più rispetto al 2023. Si parla di fondi diretti, cioè stabili. Nell’elenco, suddiviso in sei categorie, la fetta più grossa è numericamente composta dai giornali “editi e diffusi in Italia”, benché ad aver ricevuto la somma in assoluto più consistente, 6 milioni 176 mila euro, sia stato il Dolomiten, quotidiano altoatesino, sotto la voce “espressione di minoranze linguistiche” (buon secondo, in questo comparto, il Primorski Dnevik, in lingua slovena: 1 milione 682 mila euro).
Veri e “falsi” no profit
A colpire, però, sono le testate che invece su un editore, o comunque su appoggi economici, possono contare eccome, e che nonostante ciò usufruiscono del Fondo dandosi uno statuto societario formalmente non commerciale: Il Foglio (più di 2 milioni di euro), Libero (5,4 milioni), Italia Oggi (4 milioni), la Gazzetta del Sud (3,3 milioni) e la Gazzetta del Mezzogiorno (2,4 milioni), L’identità (1,7 milioni) e il Secolo d’Italia (498 mila euro, rata d’anticipo al 29 maggio 2025). Un distinguo però va fatto: esistono realtà pubblicate da editori realmente cooperativi e no profit, e in quanto tali senza santi in paradiso, come Il manifesto (3,2 milioni). Idem per Conquiste del Lavoro, che si occupa di argomenti socioeconomici e sindacali, o Mondo Sanità. C’è poi una miriade di giornali locali, dal Sannio Quotidiano alla Gazzetta d’Asti, da Il Biellese al calabrese Tiraccio-Voce ai giovani, dal Quotidiano di Sicilia al Corriere di Romagna e così via. Fa capolino anche qualche rivista tematica, come la Rivista Italiana Difesa, Caccia&Tiro, Altreconomia e RockHard Italia.
Galassia cattolica
La tipologia culturalmente più compatta è costituita dall’affollatissimo microcosmo di giornali cattolici. Tutti enti morali, va da sé. In prima fila il quotidiano dei vescovi, Avvenire (5,4 milioni) e il settimanale Famiglia Cristiana (6 milioni), assieme a Civiltà Cattolica, storica testata dei gesuiti, e al Messaggero di Sant’Antonio, mensile con ben 200 mila abbonati (930 mila euro). Dopodiché, una sfilza di giornali diocesani: Gente Veneta (del Patriarcato di Venezia), Verona Fedele, La Difesa del Popolo (Padova), Il Cittadino (diocesi di Genova), Libertà (seminario vescovile di Guastalla), Nuova Scintilla (Chioggia), La Voce dei Berici (Vicenza) e vari altri. Infine, per non farsi mancare niente, anche il settimanale dell’Associazione Nazionale Alpini, L’Alpino (829 mila euro). A completare il quadro 5 periodici all’estero, come La Voce di New York o il Corriere Canadese (rispettivamente 286 mila e 322 mila euro), e 14 giornali delle comunità italiane all’estero, come Bellunesi nel mondo (49 mila euro) o L’Italiano (57 mila ); sette riviste delle associazioni di consumatori, come Federconsumatori News (51 mila euro); 28 prodotti editoriali per non vedenti o ipovedenti, come Trilli nell’azzurro, della Fondazione Lega Filo d’Oro (68 mila euro).
Contributi indiretti
Non ci sono però solo i contributi diretti, ma anche quelli indiretti, sotto forma di credito d’imposta, cioè di rimborso per carta e distribuzione. Questi ultimi non vengono toccati dal referendum. Essendo sgravi i fiscali rientrano nell’ambito delle leggi tributarie, che l’articolo 75 della Costituzione proibisce di sottoporre a voto referendario. A fruire di tali finanziamenti “straordinari” sono stati praticamente tutti i giornali più noti. Gli ultimi dati, relativi al 2023, registrano stanziamenti, per 10 centesimi a copia cartacea venduta in abbonamento e in edicola nel 2022, per 11 milioni e 383 mila al gruppo Rcs-Corriere della Sera e 5,2 milioni a Cairo Editore (entrambi facenti capo a Urbano Cairo, editore de La7, già florido di suo), 6,7 milioni a Gedi (allora titolare di Repubblica, Stampa e altre testate, di recente passate di mano) e 3,7 milioni al gruppo Editoriale Nazionale (QN, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione). E ancora: 1,4 milioni a Il Messaggero (gruppo Caltagirone), altrettanti a Il Sole 24 Ore, 915 mila euro al Giornale (gruppo Angelucci), 827 mila a La Verità, 740 mila a L’Unione Sarda, 529 mila a L’Espresso, 169 mila a Panorama, 489 mila a Il Mattino, 169 mila a Domani e 149 mila a Milano Finanza. Unica, benché parziale eccezione il Fatto Quotidiano, che sin dalla nascita rivendica in prima pagina la volontaria rinuncia a denari pubblici. Anche se, per la verità, nel dicembre 2025 la società editrice Seif ha presentato domanda per il nuovo fondo straordinario «data la crisi del mercato editoriale e il momento congiunturale molto difficile», come ha spiegato in una nota. Il decreto del governo del 9 marzo scorso, prosegue il dispaccio, non ha assegnato un euro a Travaglio&C, la cui «intenzione» resta comunque, abbonati e introiti permettendo, di «non percepirlo».
Democrazia informativa?
L’anno scorso, infatti, il governo Meloni è intervenuto con due successivi decreti: ad aprile, con 82 milioni, di cui 65 di contributo straordinario (sulle copie del 2023) e il resto a favore di edicole e punti di distribuzione; e a settembre, sempre in via straordinaria, per sostenere le assunzioni e gli investimenti, per un totale di 44 milioni. Saltato invece l’altro aiutino storico, il credito d’imposta per la carta: nel decreto Milleproroghe l’emendamento è stato riformulato per «mancanza delle necessarie coperture finanziarie», come ha ammesso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega a informazione ed editoria, Alberto Barachini (Forza Italia, ex giornalista Mediaset). «Assenza di volontà per la salvaguardia della democrazia del nostro Paese», si è lamentato Andrea Riffeser Monti, presidente della Fieg.
Se si estende lo sguardo all’intero meccanismo che abbiamo descritto, la democrazia c’entra relativamente. Non c’entra niente, sia in via ordinaria che straordinaria, quando si parla di imprese editoriali che dovrebbero vivere di mercato, avendo alle spalle imprenditori facoltosi, inserzionisti di peso o, in ogni caso, solide entrature. E che fra l’altro, del “libero” mercato fanno l’apologia fin dal nome, come nel caso, macroscopico, di Libero, testata edita da un srl omonima di proprietà della Fondazione San Raffaele ma in realtà parte dell’impero editoriale del re delle cliniche, e deputato leghista, Antonio Angelucci. Non c’entra nulla per gli euro concessi a pioggia indirettamente, poiché la logica una tantum è solo una droga che non fa altro che rinviare il problema. C’entra poco per quanto riguarda la galassia cattolico-ecclesiale: non si capisce infatti per quale motivo debba drenare pubblici quattrini, con il po’ po’ di ricchezze immobiliari e mobiliari che appartengono alla Chiesa e la capillarità di organizzazioni e movimenti di fedeli. La democrazia c’entra, piuttosto, con le pubblicazioni di editori realmente, come si dice in gergo, puri, non riconducibili ai sei o sette potentati espressioni di interessi tecnicamente “impuri”.Tutte destinate a non ricevere più un nichelino, qualora dovesse avere esito positivo il referendum anti-giornalanza.
Modesta proposta
In sintesi: l’opera di sfoltimento è stata in parte aggirata, e per questa parte, che di fatto è un regalo a chi non ne ha o non dovrebbe averne bisogno, il referendum di Schierarsi va nella direzione giusta. Ma accanto all’abolizione, sarebbe utile e sensato avanzare anche un’idea diversa e più equa di regolamentazione dei fondi ordinari, così da compensare la distorsione rappresentata da quelli straordinari che, come detto, non vengono sfiorati dal disboscamento. Ad esempio ammettendo, esclusivamente per un tempo limitato e improrogabile, le sole cooperative di giornalisti, con bilanci pubblicamente consultabili che non superino una soglia bassa abbastanza da impedire di camuffare sotto mentite spoglie la longa manus di privati più o meno abbienti e influenti. Altrimenti, limitandosi a tagliare, si rischia di favorire proprio costoro, e si recide alla base un principio che meriterebbe di essere difeso: la pluralità autentica, la quale dovrebbe tradursi nel sopperire all’asfissia di un mercato in realtà oligopolistico e incrostato, riconoscendo almeno inizialmente una spinta finanziaria a progetti validi ma privi di patroni. Compito, a dirla tutta, di una banca pubblica. Senza bancomat eterni, beninteso. Ma neppure senza ostilità preconcetta a supportare chi ha idee e competenze, ma non linee spianate di credito o sponsor con lobby incorporata.
