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Point break

di Filippo Bovo - 15/06/2026

Point break

Fonte: Filippo Bovo

Siamo ormai quasi giunti al 110° giorno tra guerra (quando a bassa e quando ad alta intensità) e tregua negoziale (spesso turbata da svariati fatti bellici, neanche troppo a bassa intensità). All'incirca, i giorni di conflitto conclamato sono stati almeno una sessantina, e i loro esiti sono adesso sotto gli occhi di tutti, o perlomeno "di chi li vuol vedere". Ieri, in tarda serata, l'annuncio dell'accettazione da parte americana dell'accordo preliminare con Teheran ha segnato, da parte di quest'ultima, l'ufficializzazione di una cocente sconfitta per Washington. La Repubblica Islamica ha imposto a Washington tutte le sue condizioni al tavolo negoziale di Islamabad, 14 punti dal sapore a dir poco amaro per gli USA e i suoi falchi. Per ironia della sorte, ad accelerare i tempi verso l'approvazione americana del MoU è stato proprio Israele, e più precisamente Netanyahu, a cui giocoforza spetta un sardonico ringraziamento.
Bombardando Dahiey, i sobborghi meridionali di Beirut, Israele ha infatti inteso lanciare una serie di messaggi politici ben precisi (di cui ho scritto nel mio stato precedente, di ieri sera), ma ha anche
dimostrato tutta la sua disperazione strategica (si pensi a come sta procedendo l'operazione in Libano: non riesce a sfondare nel territorio; a creare un'effettiva zona di sicurezza nel sud del paese, dacché viene costantemente infiltrata da Hezbollah che, intanto, continua ancora a colpire il nord di Israele, così sfatando pure le effettiva capacità israeliane di stabilirla, difenderla e difendersi; e, in tutto ciò, la conta dei danni militari subiti dalle IDF giunge a ben 31 morti, 1300 feriti e 313 carriarmati Merkava distrutti). Israele intendeva, con quel bombardamento, lanciare dei messaggi volti a: trattenere con sé l'alleato americano; a scongiurarne il disimpegno dal conflitto; ad impedire l'approdo all'accordo preliminare tra USA ed Iran di Islamabad; e, con quello, le conseguenze a cui di fatto avrebbe aperto le porte (come, in primo luogo, la nascita di una nuova architettura di sicurezza regionale, con Arabia Saudita, Qatar, Oman, Turchia, Egitto, e Iran, a cui oltretutto "parteciperebbero", nel ruolo di "partner occulti", anche gli alleati iraniani dell'Asse della Resistenza, dallo Yemen all'Iraq fino al... Libano; oltre, ovviamente, ad una gestione dello Stretto di Hormuz condivisa tra Oman ed Iran). 
Il paradosso è che quell'insieme di messaggi politici reconditi, rivolti agli USA, all'Iran e alle varie potenze regionali (e non solo), anziché dissuadere i destinatari dal portar avanti i loro obiettivi li ha al contrario indotti ad accelerare i tempi, sciogliendo le ultime riserve. E' l'ennesima, macroscopica disfatta strategica israeliana: dal 2023, tutti gli sforzi di Israele (e degli USA) in Medio Oriente si sono sostanziati in "fiaschi" uno più debilitante dell'altro. Israele non è riuscita a debellare la Resistenza a Gaza, a cominciare da Hamas; non è riuscita ad ottenere un analogo risultato in Libano, con Hezbollah riemerso persino più armato e preparato di prima; non è riuscita, con la Guerra dei 12 Giorni, a "regolare i conti" con l'Iran; e, ugualmente, non è neppure riuscita, con la Guerra dei 60 Giorni o del Ramadan, appena conclusa, a centrare un solo dei suoi tanti obiettivi (ottenere un regime change a Teheran, spezzarne le alleanze con gli altri attori dell'Asse della Resistenza, revocarne le capacità offensive, difensive e missilistiche, nonché il possesso e l'uso di materiale nucleare, ecc; tutti obiettivi, del resto, cari pure agli USA). Tutti questi "fiaschi" strategici hanno soltanto minato ancor più la sicurezza politica, militare e strategica di Israele nella regione e a livello internazionale, nonché le sue capacità di tenuta a livello sociale, militare e statale: acquisiscono qui un rinnovato peso gli allarmi già lanciati da vari osservatori politici israeliani, secondo cui Israele va sempre più incontro al rischio di perdere, insieme a Netanyahu, non soltanto un governo, ma pure sé stessa, il suo Stato.
Minacciando, dopo l'attacco israeliano a Dahieyh, la sospensione dei negoziati e la ripresa delle ostilità, Teheran ha dimostrato agli USA che non scherzava e non era disposta a "chiudere un occhio" sulle libertà che intanto Israele si prendeva in Libano. Mettendo Washington nel terrore della catastrofe e delle conseguenze che ne sarebbero derivate, per sé come per Israele, Teheran l'ha così costretta ad accelerare il processo d'accettazione di quelle 14 umilianti condizioni che sin qui, almeno pubblicitariamente, era sempre parsa ricusare. L'appuntamento è ora al prossimo venerdì, 19 giugno, per Ginevra; ma resta inteso che la vigilanza di Teheran, palesemente uscita vincitrice da questo lungo conflitto, sul fragile equilibrio giuridico che in 60 giorni potrà condurre ad una piena pace resterà nel frattempo ai massimi livelli, pronta a reagire ed impedire ogni eventuale nuovo colpo di testa delle parti sconfitte, USA ed Israele. 
Stiamo dunque assistendo alla rapida emersione, pezzo per pezzo, e al loro altrettanto rapido avvicinamento al massimo punto di rottura, delle numerose contraddizioni sin qui esistite nei legami tra Israele, USA e potenze regionali (in molti casi, ormai, sempre più ex alleate): dalla loro progressiva e rapida rottura, sorgono gli equilibri del nuovo ordine politico regionale mediorientale, oggi in impressionante divenire.