Preferisci vivere a Tecnopolis o a Platonopoli?
di Marcello Veneziani - 31/03/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Quattrocento anni fa, nel 1626, il filosofo e ministro Francesco Bacone ideava “La Nuova Atlantide”, un’opera utopica che descrive un’isola ideale, Bensalemme, governata da una tecnocrazia scientifica. Al centro vi è la “Casa di Salomone”, un tempio-laboratorio dedicato alla ricerca sperimentale e al progresso tecnologico per migliorare la vita umana, anticipando i moderni centri di ricerca e l’approccio scientifico moderno.
Quattro secoli dopo, quel sogno biblico si colora di transumanesimo, Intelligenza artificiale e nuove tecnologie per superare l’invecchiamento, la morte, i limiti della nostra conoscenza e delle nostre possibilità fisiche. A proporsi di realizzare il sogno di Bacone (ma non è il solo), è un ingegnoso imprenditore e filosofo, coinvolto anche nell’avventura politica di Trump, Peter Thiel, venuto di recente in Italia per un giro di conferenze. Thiel fa parte di quei “titani” o superuomini come Elon Musk, Alex Karp o Bill Gates che vogliono guidarci nel futuro e nello spazio, generando mutazioni oltreumane. Thiel si propone con la sua società che progetta il futuro, Palantir Technological, di realizzare la Casa di Salomone e la città ideale di Bensalemme, prefigurata da Sir Francis Bacon nell’Inghilterra del Seicento. C’è una parola, anzi un acronimo, che riassume il progetto, TESCREAL, in cui confluiscono teorie e prassi tecnologiche, dal transumanesimo al lungotermismo. H+ ovvero Homo plus è il risultato a cui tendono: una rivoluzione antropologica attraverso il rovesciamento dell’entropia, giocando tra la fisica e il virtuale, le imprese spaziali e la genetica, per vivere senza termine, oltre la condizione umana. Qualcuno annuncia pure la nascita di un “altruismo efficace” ma poi lavora per una sorta di eugenetica protesa verso il sovrumano e dunque rivolta a pochi eletti. Antichi sogni gnostici e prometeici per individui o popoli eletti, moderni progetti scientifici e tecnologici mirano a disegnare la postumanità futura; ma a deciderne i tratti e gli scopi sono questi temerari cosmonauti del futuro che vogliono rimodellare l’uomo e il mondo, il corpo, la mente, la terra.
Vi piacerebbe vivere nella Nuova Atlantide o preferite quella antica, mitica, sommersa, a cui accennò anche Platone? Anzi, per essere più precisi, preferite vivere nella Bensalemme di Bacone o a Platonopoli? Il progetto di Platonopoli risale a un filosofo e mistico vissuto nel terzo secolo dopo Cristo, Plotino, pensatore della bellezza, del ritorno e della metafisica. Venuto dall’Egitto, vissuto a lungo a Roma dove fondò una scuola platonica, infine ritiratosi nella campagna di Minturno, Plotino pensò di fondare una città ispirata a Platone e ai suoi principi. E cercò di convincere l’Imperatore del suo tempo, Gallieno, a realizzarla a sud di Roma. Di quel sogno ne ho scritto in un libro dedicato al pensatore, In vita mia. Memorie di Plotino che esce in questa settimana nell’Universale Feltrinelli (pp.174, dieci euro). Il libro, scritto agli albori del Duemila come se fosse un’autobiografia di Plotino, è il racconto della sua vita e il suo bilancio, ma è insieme un viaggio nel suo pensiero e nella sua opera al termine della sua vita. Un capitolo intero è dedicato al sogno di questa città ideale, guidata dai filosofi e ispirata ai principi della saggezza, applicati alla vita pratica e comunitaria.
Due utopie si fronteggiano nel nome di Bacone e di Platone: la città perfetta della tecnica e la città ideale del pensiero, una ispirata agli dei, l’altra percorsa dal sogno di sostituirsi ad essi. Sarete come dei, è la promessa che il serpente biblico fa ad Eva nella Genesi (3,5). Sarai come dio, conoscerai il bene e il male, non conoscerai la morte e la sofferenza, sarai autosufficiente, non avrai più bisogno del divino. La città di Platone, al contrario, è ispirata dagli dei e guidata dall’idea del Bene ma resta ancora una città di uomini che vivono nella saggezza e nella misura, pur sapendo che il tempo è “immagine mobile dell’eterno”. La tecnologia ambisce a sostituire dio, l’uomo e la natura; la sapienza invece configura una civiltà umanistica, che vive nel culto e nel rispetto del divino, del senso del limite e dell’ordine universale, fondata sulla giustizia, la verità e la differenza armoniosa tra i suoi cittadini e le loro mansioni. L’una è nel segno del mutare, l’altra dell’essere.
Entrambe le utopie sono indicarive, non possono realizzare la città perfetta in terra, ma si ispirano a due opposte idee: il bene come potenza, supremazia ed efficienza; il bene come amor dei, amor fati, amor patrio. Difficile sarebbe trovare un idraulico a Platonopoli, ma forse più difficile sarebbe trovare un pensiero critico a Tecnopoli. Certo, l’ideale sarebbe una sintesi al meglio tra le due esperienze, con una città tecnicamente attrezzata e organizzata come Tecnopolis ma ispirata ai principi umanistici della saggezza a misura d’uomo e non di automa, come Platonopoli. Intanto viviamo in questo mondo, in queste città, tra guerre, miserie, disservizi, squilibri e pericoli. Bello è sognare la perfezione e ispirarsi ai suoi ideali, ma poi bisogna svegliarsi nella città reale, imperfetta e carente, e sforzarsi di renderla almeno più vivibile. Il che ai nostri occhi vuol dire più umana, non meno umana. Come disse Pascal “l’uomo non è né angelo né bestia, e la sventura è che chi vuol fare l’angelo fa la bestia”. Siamo uomini, non algoritmi.
