Quando Roma fu il mondo nessuno fu romano
di Francesco Petrone - 07/07/2026

Fonte: Francesco Petrone
Molti avranno sentito qualcuno che si credeva spirito libero, definirsi “Cittadino del mondo”.
Il concetto, che è solo un’espressione retorica, è un ossimoro se non un vero controsenso. Cittadinanza non è "stare bene con tutti". Cittadinanza significa diritti, doveri, confini, comunità.
Cittadinanza significa avere il diritto di voto, ma anche l’obbligo delle tasse. La sanità, ma anche la leva, le leggi, la lingua, una storia comune.
E soprattutto: la cittadinanza esiste perché c’è un fuori. Se tutti sono cittadini, nessuno lo è.
Come diceva Leopardi: "Quando Roma fu il mondo, nessuno fu romano."
"Il mondo" non ha parlamento, non ha tasse, non ha esercito, non ha protezione civile, non ha tribunali, non ha confini.
Dire "cittadino del mondo" è come dire "abitante del bosco". Bello poeticamente, ma il bosco non dà la carta d’identità.
Il "globale" per sua natura tende a cancellare le differenze: le nazioni, le culture, le leggi, gli interessi particolari.
Ma se vengono cancellati i confini, si cancella anche il concetto stesso di città da cui viene "cittadino". `civis` in latino significa membro di una `civitas`, cioè una città-stato.
Quindi "cittadino del mondo" nega se stesso:
Senza Stato nessuno ha diritti esigibili. Chi tutela l'individuo se viene arrestato a Dubai o in Cina come "cittadino del mondo"? Nessuno.
Senza doveri non esiste comunità. Se non vengono pagate le tasse da nessuna parte, non viene mantenuta nessuna scuola, nessun ospedale.
Senza un "noi" non esiste un "io" politico. La politica nasce dal conflitto e dalla scelta tra alternative. Il "mondo" ti chiede di non scegliere mai, di essere neutro su tutto.
È per questo che la definizione di cittadino del mondo diventa un controsenso: ciò che è globale appiattisce e nega ogni cittadinanza particolare.
La dimensione globale trasforma il cittadino, con potere e responsabilità, in "utente del mondo". Un consumatore con il passaporto.
La frase di Chesterton lo spiega meglio:
"Cosmopolita vuol dire che non hai patria. E chi non ha patria, non ha nemmeno casa."
Il solidarismo crea un legame con un gruppo. Altrimenti è atomizzazione.
È una definizione che nei momenti di smarrimento politico e di perdita del senso civico va molto di moda. Non vuole dire niente, ma sembra soddisfare il narcisismo imperante. È il “cosmopolitismo pop” da sottocultura Lennoniana.
Parte dalla contraddittoria idea anarco-individualista "la mia patria è il mondo intero", di moda negli anni '60-'70. Con la retorica infantile: no confini, no nazioni, no bandiere. Pace, amore, musica, viaggi.
"Siamo tutti uguali, siamo tutti cittadini del mondo". Era un concetto legato a pseudo-culture hippie, new age, ONG, Erasmus generation.
E oggi ne abbiamo una lontana eco: la versione "istituzionale" della Lennoniana.
ONG, UE, ONU, Davos. Stessi concetti di "no confini, no identità", ma con PowerPoint e fondi europei. Con banche e multinazionali che prendono il posto del cittadino deresponsabilizzato.
Possiamo osservare che quando il "cittadino del mondo" è troppo deresponsabilizzato, è fatale che si addensano nubi di guerre, genocidi, illegittimità, sfruttamento. È lì che le grandi imprese prendono decisioni al posto delle istituzioni, svuotate delle loro funzioni originarie.
Nella politica vera, "un mondo senza confini" significa che le decisioni ricadono sul privato. Su coloro che hanno i capitali e controllano armamenti e fondi di investimento. Su quelli che hanno l'esercito più grosso e le banche più grosse.
Senza Stato, confini e nazioni non c’è libertà. C’è feudalesimo finanziario. E senza libero comune, perché ogni mutuo soccorso ha sempre bisogno di una società. Se vengono messi al bando sia lo Stato che l'etica a prevalere saranno solo gli interessi di una oligarchia economica.
