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La sinistra ha un problema col concetto di popolo

di Antonio Terrenzio - 07/07/2026

La sinistra ha un problema col concetto di popolo

Fonte: Antonio Terrenzio

Prendo spunto da una breve riflessione dell'amico Riccardo Paccosi https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-immigrazione-e-il-metodo-dell-intellettuale-marxista per ritornare su un argomento oramai alla ribalta dopo la serie di omicidi e di violenze cui quotidianamente assistiamo nel nostro Paese (l'ultimo a Milano dove un 55enne è stato accoltellato selvaggiamente 20 volte e senza motivo da una risorsa africana con cittadinanza italiana). La crisi dell'integrazione multietnica ha superato la soglia di tollerabilità, tanto da avere ormai sdoganato il tema della Remigrazione. Anche il film "Citizen Vigilante" è il sintomo di una realtà che non può essere più ignorata e mostra segni di reazione contro una cappa di intolleranza progressista che è stata finalmente sfondata.
Nonostante la sinistra woke-prometicciato stia generando una fase di repulsione collettiva, professori e analisti di una certa sinistra marxista non riescono a superare un tabù, quello dell'immigrazione, che è visto sempre come un effetto di un sistema economico-normativo che permette la delocalizzazione degli impianti produttivi della multinazionali, lo sfruttamento di Paesi del terzo mondo, e causare per ultimo la svalutazione salariale attraverso l'arrivo di migranti disposti ad accettare quei lavori che "gli italiani non vogliono più fare". 
Pur non mettendo in dubbio queste dinamiche che sono note, mi permetto di aggiungere che la sinistra ha sempre avuto un problema col concetto di popolo. Esso deriva da una tara ideologica marxista che vede le masse come moltitudini, gruppi sociali, agenti ed agiti solo da motivazioni economiche e quindi accomunati soltanto da interessi di classe. Ciò porta a vedere gli ultimi (gli immigrati) della scala sociale con un occhio compassionevele e giustificatorio, per gli effetti patiti dai contraccolpi della società liberal-capitalistica e quindi visti come eterne vittime di un processo accumulativo che crea quelle che il sociologo Zigmut Bauman ha chiamato "vite di scarto".
Il disinteresse quindi per legame etnico-culturale, per   la lingua, la memoria, la continuità intergenerazionale, per non citare i problemi di sicurezza. Il popolo per i sinistri di impostazione marxista semplicemente non esiste in quanto tale. È un agglomerato sempre modificabile e malleabile a seconda dei fini rivoluzionari. Gli effetti come l'impossibile integrazione tra i popoli e le culture vengono derubricati a problema collaterale, superabile una volta che tutte le contraddizioni dell'impianto capitalistico saranno risolte. È una riverniciatura del solito vetero-marxismo che si adatta al multiculturalismo. Guai a parlare di razza! Si finirebbe per dare il destro ai fascisti. La paura di essere scambiati per tali o semplicemente riconoscere la veridicità dell'esistenza di popoli ed identità diverse ed irriducibili al meticciato globale, causerebbe l'ennesimo cortocircuito di una una ideologia che dalla sua nascita ha prodotto non pochi sfondoni.
Per cui quando si sentono i D'Orsi ed i Brancaccio parlare "di anticapitalismo" di essere "contro la guerra in Ucraina", " "dell'Atlantismo come prosecuzione del Nazismo con altri mezzi" (Canfora), "destra e sinistra come parte di un medesimo sistema di potere" , quando li sentiamo fino alla fine li vendiamo puntualmente cadere sugli stessi stereotipi del popolino "razzista" che non accetta e non integra gli immigrati e che sostiene che " senza di loro nessuno raccoglierebbe i pomodori" (ma non rappresentavano l'esercito di riserva del capitale?). 
Ebbene questa sinistra è parte del problema perché ancorata ad un antifascismo che oscura qualsiasi ragionamento dettato dal buon senso e da un principio di realtà: che l'Europa non può accogliere l'Africa, e che la sostituzione etnica e la minaccia dell'Islam di rapina vengono prima di qualsiasi lotta al liberal-capitalismo. Anche se questo implodesse domani mattina come successo con il Comunismo Sovietico, decine di milioni di nordafricani e di subshariani resterebbero sul territorio europeo, con una cultura e dei valori arcaici del tutto estranei a quelli europei e che ci vedono come popoli indeboliti e da razziare. Quello che molti marxisti o marxiani si rifiutano di vedere è che una guerra civile inter-etnica non verrebbe determinata dalle contraddizioni immanenti al capitalismo, ma dal numero esorbitante di masse africane che si stanno riversando come nuovi barbari sul territorio Europeo. 
La questione della sopravvivenza etnica rimarrebbe sul tavolo anche se si dovesse pervenire ad un sistema di redistribuzione economica più equilibrato o ad un redivivo "socialismo dal volto umano". Una chiave di lettura esclusivamente economicistica riduce la cultura, il retaggio etnico, la memoria collettiva, a mero dato situazionale, esattamente come nelle democrazie liberali: è questo che i marxisti non hanno mai capito e che la destra identitaria ha intuito e capito sin dagli anni 80, quando i Paesi del socialismo reale stavano collassando e il Capitalismo con la Reganomics era pronto a seppellirne le spoglie.
Da cui è necessario sgomberare il campo da equivoci in prospettiva di programmi futuri e di chiarire sin da principio la gerarchia delle priorità per una azione politica ripulita da pregiudizi  marxisti (anche evoluti), che confermano gli stessi principi delle società di mercato liberal-capitalistiche.
Le differenze tra i popoli esistono, e come preconizzato dal politologo francese Guillaume Faye, quella da scongiurare è una apocalisse di guerra civile inter-etnica che insieme ad altre spinte centrifughe, guerra russo-ucranina e crisi energetica, rischiano di frantumare l'Europa e di gettarla nel caos. Ragionamenti benaltristi che portano a vedere come il compagno Folagra sempre "a monte"  il problema, mentre ci si arrende ad una invasione ritenuta come inevitabile, un destino ineluttabile, come le Boldrini e le Picierno ci ripetono, perché l'emigrazione non si può fermare, vuol dire rendersi collaborazionisti di quel "sistema per uccidere i popoli" che lo stesso Faye aveva descritto con precisione chirurgica quasi cinquant'anni fa.