Cosmopoli della dissoluzione
di Alberto Giovanni Biuso - 31/05/2026

Fonte: GRECE Italia
La vicenda di Eric Michael Packer – narrata da Don DeLillo nel romanzo Cosmopolis – descrive molto del male americano, che è l’inferno della finanza liberista e globalizzata. Intorno alla sua automobile/mondo scorre una città assolutamente degenerata, dedita a ogni possibile eccesso. Le guardie del corpo di Packer non possono fare nulla nei confronti del radicale cupio dissolvi che a poco a poco ma con inesorabile chiarezza emerge dai comportamenti del loro datore di lavoro.
Perché? Che cosa spinge un uomo ricchissimo e potente a questa lenta disgregazione della propria persona? La ragione principale sembra la rovina finanziaria causata da una troppo ardita e tenace scommessa sul calo dello yen nel mercato mondiale, mentre avviene esattamente il contrario facendo esplodere la bolla speculativa sulla quale Eric continua ostinatamente a insistere.
Ma non è soltanto e principalmente questo. L’idea di attraversare la città è stata infatti presa a inizio giornata, quando ancora tutto sembrava quasi normale. Non solo: la moglie di Packer, ricchissima anch’ella, è pronta a sostenerlo.
No, la dissoluzione è dentro quest’uomo, è nel suo mondo, è nel mondo ridotto a ologramma finanziario, nel quale gli indici delle mille speculazioni in atto dentro tutte le Borse aperte ogni giorno e per tutto il giorno disegnano l’avvento del Nulla virtuale, la vita ridotta a cifra che scorre sugli schermi presenti ovunque in città.Ho cercato di analizzare questo romanzo alla luce di dispositivi teoretici e politici come il transumanesimo, le intelligenze artificiali, la società della Spettacolo.
Cosmopoli della dissoluzione
Di Alberto Giovanni Biuso

«L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza», il potente è il superstite di fronte alla distruzione dei suoi simili. Questa affermazione/definizione di Elias Canetti [1] si attaglia perfettamente a Eric Michael Packer, l’ancòra giovane ultramiliardario che nella sua Limousine diventata per lui tana, casa, ufficio, tempio, attraversa New York da un capo all’altro per andare a tagliarsi i capelli nel negozio del suo vecchio barbiere di infanzia.
Inimmaginabilmente ricco, questo giovane squalo vive della morte altrui. Morte dei loro beni, della loro autonomia, dei loro progetti, del loro eros. Tutti assorbiti, divorati e defecati nello spazio inattaccabile della lunga, lunghissima automobile bianca alla quale i colpi e le scritte con lo spray dei cortei antisistema sembrano solo regalare il glamour di un’opera d’arte pop.
La vicenda di Packer descrive molto del male americano, che è l’inferno della finanza liberista e globalizzata. Intorno all’automobile/mondo scorre una città assolutamente degenerata, dedita a ogni possibile eccesso, compreso quello, appunto, della rivolta che sporca e ammacca il veicolo. Le guardie del corpo di Packer non possono fare nulla nei confronti del radicale cupio dissolvi che a poco a poco ma con inesorabile chiarezza emerge dai comportamenti del loro datore di lavoro.
Perché? Che cosa spinge un uomo ricchissimo e potente a questa lenta disgregazione della propria persona? La ragione principale sembra la rovina finanziaria causata da una troppo ardita e tenace scommessa sul calo dello yen nel mercato mondiale, mentre avviene esattamente il contrario facendo esplodere la bolla speculativa sulla quale Eric continua ostinatamente a insistere.
Ma non è soltanto e principalmente questo. L’idea di andare dal barbiere è stata infatti presa a inizio giornata, quando ancora tutto sembrava quasi normale. Non solo: la moglie di Packer, ricchissima anch’ella, è pronta a sostenerlo.
No, la dissoluzione è dentro quest’uomo, è nel suo mondo, è nel mondo ridotto a ologramma finanziario, nel quale gli indici delle mille speculazioni in atto dentro tutte le Borse aperte ogni giorno e per tutto il giorno disegnano l’avvento del Nulla virtuale, la vita ridotta a cifra che scorre sugli schermi presenti ovunque in città.

Non casualmente all’inizio del romanzo di Don DeLillo si dice di Eric Packer che «sarebbe morto ma non sarebbe finito. Il mondo sarebbe finito» [2]. Questo è certamente il destino al quale la cieca finanza che sostiene tanto il petrolio quanto il green, tanto i razzisti quanto le ONG, tanto la prospera industria degli armamenti quanto le fantasie transumaniste, questo è il destino al quale la finanza sta portando l’occidente e con esso il pianeta tutto se l’occidente non verrà fermato.
Il transumanesimo appare in queste pagine ovunque nella sua natura funerea nonostante esso esplicitamente predichi il contrario, nonostante si dica convinto che
«nessuno morirà. Non è questo il credo della nuova cultura? Verranno tutti assorbiti dentro flussi di informazioni. Non ne so nulla. I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte. Una scatola, un monitor, una tastiera. Si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana. […] Perché morire quando puoi vivere su disco? Un disco, non una tomba. Un’idea al di là del corpo» (ivi: 90).
Ecco uno dei nuclei oscuri delle culture erogate dalla finanza: la trasformazione della materia in informazione, la μεταβολή del corpo in pixel. È il vecchio progetto della cibernetica che assume ora le fattezze della crematistica – qui esplicitamente citata con la parola greca «Chrimatistikós» (ivi: 67) – del denaro per il denaro, dei milioni di dollari di Packer che sono nella loro sostanza finti, solo numeri che scorrono su dei monitor. Numeri che trasformano la realtà, che si fanno realtà, diventando soprattutto tempo dell’attività aziendale, tempo del padrone, tempo del capitale.
A smentire tali sogni di immortalità che sono invece espressione di un disperato nichilismo esistenziale è la centralità del corpo nello statuto e nella definizione dell’umano. È la corporeità a far sì che nonostante tutte le speranze, tutti i timori, tutte le utopie immateriali che intendono uploadare la mente in corpi migliori di quelli che noi siamo, la finitudine consapevole di se stessa, l’essere la mente l’autocoscienza del grumo di tempo che si è fatto corpo nell’umano, rimane il tratto costitutivo della specie che pensa. E anche per questo «in un mondo dal quale sia stata sradicata la tragedia umana, morire senza lasciare traccia sarà forse l’unico atto rivoluzionario» [3].
Il romanzo accenna persino alla domanda metafisica di Leibniz: «Perché qualcosa e non nulla?»(ivi: 45) e sembra rispondere – con il positivismo e con ogni filosofia progressista, vale a dire con ogni filosofia priva di fondamento – che il culmine della perfezione consiste nel trasformare qualcosa in nulla, che
«l’impulso di distruzione è un impulso creativo. – Questo è anche il marchio di fabbrica del pensiero capitalista. Distruzione forzata. Le vecchie industrie vanno rigorosamente eliminate. I nuovi mercati vanno rivendicati con la forza. I vecchi mercati vanno risfruttati. Distruggere il passato, creare il futuro» (ivi: 80).

La progressiva e inesorabile autodissoluzione di Eric Packer è la metafora della progressiva e inesorabile dissoluzione del capitalismo finanziario, i cui caratteri si riflettono con plasticità nella sua persona di proprietario di fantastilioni il quale «fumava e guardava, sentendosi forte, orgoglioso, stupido e superiore. Era anche annoiato e un po’ sprezzante» (ivi: 99). Sentimento, questo, che viene rilevato anche da un altro personaggio chiave del racconto, il quale nota di Eric «l’enorme ambizione, il disprezzo» (ivi: 164).
Carattere e comportamento che culminano in un vero e proprio trionfo dello spreco, esplicitamente ricondotto a fenomeni storico-mitici e rituali come il potlatch e la dépense. Benno Levin dice infatti a Packer: «Anche quando ti autodistruggi, tu vuoi fallire di più, perdere di più, morire più degli altri. Nelle antiche tribù il capo che distruggeva la maggior quantità dei propri beni era il più potente» (ivi:166).
Lo spazio di questo racconto è chiaramente ed esplicitamente lo spazio del vuoto, dell’assenza di ogni significato poiché è uno spazio teso a cancellare la differenza in una metastasi dell’identità, nel dominio dell’uno: «Come poteva muovere un passo in una direzione se tutte le direzioni si equivalevano?» (ivi: 154). Questo è esattamente il nichilismo.
Cosmopolis sembra dare a se stesso il «dovere

di riconoscere quanto di duro e spietato esiste al mondo» (ivi: 146), una implacabilità che nel XXI secolo consiste nella «forza del cybercapitale che manderà la gente a morire nelle fogne in mezzo al vomito» (ivi: 78).
Da qui la tesi e il sentimento per i quali «il dolore era il mondo» (ivi: 172). Certamente di questo mondo ormai avviato alla propria dissoluzione, come i decenni che ci separano dal libro hanno confermato.
La versione cinematografica che David Cronenberg ha tratto dal romanzo [4] è ancora più efficace per la sua struttura inquietante e gelida, fisica e virtuale, metafisica e antispettacolare. Come è stato detto dei film di Guy Debord, nell’opera di Cronenberg non si esprime una teoria attraverso un racconto cinematografico ma si cerca di filmare direttamente la teoria [5]. Una teoria che descrive e spiega il fatto «oggi il tempo è un bene aziendale» [6].
Dato che gli umani siamo tempo incarnato, questo significa che il capitalismo sta succhiando il sangue dei nostri corpi sino a uccidere se stesso. L’interpretazione apparentemente scadente di Robert Pattinson nel ruolo del protagonista è forse funzionale al sentimento di vuoto e di dissoluzione che pervade il film e il libro che lo ispira, trasmettendo tutto il non senso del mondo che queste opere descrivono, rendendo visibile il nichilismo della Finanza sprofondata nella propria luccicante barbarie.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note:
