Nel novembre del 2024 la Romania fu l’epicentro di uno dei più inattesi terremoti politici europei. Călin Georgescu, indipendente di area nazionalista ed euroscettica, accusato di sentimenti filorussi, aveva sorpreso tutti superando il 22% al primo turno delle presidenziali. Quel risultato, che lo portava al ballottaggio contro Elena Lasconi, convinta europeista, e davanti a figure istituzionali di primo piano come l’ex premier Marcel Ciolacu, cambiò di colpo il quadro politico romeno.
Il ribaltamento arrivò però due giorni prima del secondo turno, con i sondaggi che davano per certa la vittoria di Georgescu, quando, a dicembre del 2024, la Corte Costituzionale annullò l’intero processo elettorale.
I giudici motivarono la decisione con documenti appena declassificati dal Consiglio Supremo di Difesa Nazionale, secondo i quali la sua affermazione dipendeva da una possibile interferenza russa realizzata con attacchi informatici e soprattutto con una sospetta mobilitazione su TikTok di circa venticinquemila account a lui favorevoli.
In poche ore tale ricostruzione divenne la chiave di lettura dominante di quanto accaduto e trasformò la Romania in un presunto laboratorio della disinformazione russa. La stampa occidentale riprese la narrativa con grande enfasi, descrivendo il Paese come il nuovo fronte dell’espansionismo del Cremlino. La Ue accolse con gaudio la decisione e, successivamente, si peritò di aprire un’inchiesta su Tik Tok a conferma dell’asserita ingerenza russa.
Col passare dei mesi è emerso però un quadro molto diverso. Già allora numerosi osservatori avevano segnalato come i presunti elementi di prova fossero fragili, legati più a suggestioni politicizzate che a riscontri concreti (ne avevamo scritto su Piccole Note). Anche il social incriminato, che la stessa Ue ha ritenuto collaborativo nelle indagini avviate, in seguito a un’inchiesta interna comunicava di “non aver trovato né ricevuto prove” a sostegno dell’affermazione delle autorità rumene sulle asserite manipolazioni di Mosca (dove è importante sottolineare anche il fatto che Bucarest non ha fornito prove della sua decisione).
Oggi quella sensazione ha trovato una conferma autorevole dagli Stati Uniti: un recente rapporto del Comitato giudiziario del Congresso afferma che non esisterebbero prove dell’interferenza russa. Una posizione che ridimensiona ulteriormente il castello narrativo costruito nel clima febbrile dell’annullamento.
Nel frattempo la vicenda di Georgescu ha avuto un seguitoalquantotormentato. Fissate le nuove elezioni per maggio 2025, Georgescu si ricandida, ma a febbraio viene fermato dalla polizia e sottoposto a misure restrittive in attesa dell’apertura formale delle indagini. L’inchiesta non riguardava l’eventuale interferenza russa, bensì accuse di propaganda “legionară”, legate cioè al presunto uso di simboli e riferimenti riconducibili a ideologie estremiste di matrice fascista.
Ma quando il fascicolo arriva al Tribunale di Bucarest, chiamato avallare il fermo e avviare il processo, la procedura si impantana. I due giudici che dovrebbero decidere le sorti di Georgescu non riescono a trovare un accordo in sede preliminare, fatto rarissimo per la giustizia romena. Solo un anno dopo, e solo con l’intervento di un terzo magistrato, il caso supererà l’ultimo passaggio di legittimità, consentendo l’avvio effettivo del processo.
Nel frattempo, a marzo del 2025, la Corte aveva respinto nuovamente la candidatura di Georgescu, appoggiandosi alle motivazioni pregresse. Ma, se l’annullamento della sua vittoria al primo turno delle presidenziali del 2024 aveva fatto notizia, quanto accaduto di seguito non ha appassionato più di tanto i media mainstream.
Un silenzio tanto più significativo perché coincide con un altro episodio che ha inciso sul confronto politico romeno: sempre a marzo, e sempre prima della ripetizione delle elezioni, la Romania ha vietato a un’altra figura nazionalista, Diana Șoșoacă, di parteciparvi.
Anche la sua esclusione ha fatto discutere, a causa delle motivazioni: le sue dichiarazioni sarebbero contrarie ai valori democratici. Una spiegazione che ha sollevato molte perplessità: diversi osservatori l’hanno letta come un segnale che le candidature che si distaccano alle posizioni euro-atlantiche non hanno agibilità politica.
A distanza di tempo, e dopo le conclusioni del Congresso Usa, il quadro che emerge è molto diverso da quello che media e politici Ue avevano accreditato un anno fa. Il caso Georgescu non appare più come l’emblema di un’operazione di influenza russa, ma come la dimostrazione di quanto una narrativa geopolitica possa sgretolarsi quando si cercano prove reali e non suggestioni.
I venticinquemila account TikTok non sono mai stati collegati con certezza a Mosca; gli attacchi informatici restano avvolti nel mistero e restano senza attribuzioni chiare; e le accuse della magistratura contro Georgescu riguardano tutt’altro.
Oggi, dopo le smentite di Tik Tok e degli States, con un processo a Georgescu che parte in ritardo e un impianto accusatorio messo in dubbio già in sede preliminare, resta aperta una domanda inevitabile: quanto dell’allarme di un anno fa era fondato e quanto era invece il riflesso di un clima politico che aveva bisogno — ancora una volta — di un nemico esterno?
Inutile aggiungere che, nel frattempo, le iniziative giuridiche e giudiziarie, abbattendo le opposizioni, hanno favorito la vittoria elettorale di una figura ben accetta al milieu euro-atlantico.


