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Sino alla fine

di Enrico Tomaselli - 25/05/2026

Sino alla fine

Fonte: Giubbe rosse

È abbastanza evidente che, intorno alla crisi USA-Iran, con tutte le oscillazioni tra un estremo e l’altro che ne conseguono, si gioca una partita parallela, una sorta di spin-off del conflitto, potremmo dire, e che riguarda fondamentalmente i mercati energetici globali. Questo è uno degli aspetti cruciali, per gli Stati Uniti, che portano sulle spalle la responsabilità prima della crisi, e quindi anche delle sue conseguenze per quanto riguarda l’energia. E che - stante l’impossibilità/incapacità di risolvere la crisi - all’interno del frame narrativo di questa giocano appunto una partita che serve a ridurne l’impatto sul costo del petrolio. Anche a prescindere dalle manovre speculative di profitto personale, con cui l’entourage presidenziale americano capitalizza sulle fluttuazioni di mercato indotte dalla Casa Bianca, di sicuro per l’amministrazione Trump questa è una preoccupazione primaria, e sempre più spesso l’azione diplomatica e mediatica ha essenzialmente la funzione di calmierare i mercati, e null’altro.
Ovviamente, poiché questa modalità si ripete ormai costantemente, e sempre con le medesima caratteristiche, affinché risulti efficace necessita della necessaria enfatizzazione, oltre che della attiva complicità dei media, che ne fanno da indispensabile cassa di risonanza.
L’unico modo, quindi, per distinguere processi reali da manovre narrative, è trascurare i toni e l’intensità delle dichiarazioni - soprattutto di quelle di parte statunitense - mantenendo sempre il focus dell’attenzione sui dati di fatto.
Anche nel caso di quest'ultima, apparente ripresa del negoziato, è apparso evidente sin dal primo momento che l’enfasi con cui veniva presentata non trovava riscontro nella realtà. La prima bozza del Memorandum d’Intesa fatta circolare da fonti iraniane e pakistane, infatti, era articolata in termini tali da configurare una vera e propria capitolazione statunitense, quindi palesemente impossibile. Ed a sua volta, la versione statunitense era chiaramente irricevibile da parte iraniana.
Se osserviamo con obiettività tutto lo sviluppo dei contatti delle settimane seguenti la fine della fase cinetica del conflitto, alcuni elementi emergono come costanti. Intanto, la posizione iraniana, in particolare su alcune questioni cardine - come le scorte di uranio arricchito, o la fine del conflitto in Libano - è rimasta sostanzialmente sempre la stessa, determinando almeno un elemento di affidabile certezza. Diversamente, la posizione statunitense è stata - ed è - ondivaga, contraddittoria, e spesso caratterizzata da una sorta di tira-e-molla: determinati punti vengono inizialmente accettati, per poi rinnegarli nel prosieguo delle discussioni, riazzerando i progressi fatti. Ciò in parte dipende dalla mancanza di una vera strategia da parte americana, e di una univocità di vedute da parte della squadra presidenziale, in parte ovviamente dalla volubilità umorale di Trump, ma anche - appunto - dall’esigenza di usare le trattative come strumento per condizionare i mercati.
A ciò vanno oltretutto aggiunti almeno altri tre fattori.
Il mediatore pakistano - ed in parte la Cina che vi sta alle spalle - ha, per molteplici ragioni, un forte interesse a condurre in porto le trattative, e quindi a volte agisce non semplicemente come mediatore trasparente, ma cerca di ottenere dei risultati anche facendo ricorso ad un linguaggio diversificato in base all’interlocutore - il che non favorisce la reciproca comprensione tra le parti.
Ci sono i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Arabia Saudita soprattutto (a sua volta legata al Pakistan da forti e duraturi legami), che esercitano pressioni - non sempre univoche - soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, prevalentemente agendo come fattore moderatore.
E c’è ovviamente Israele, che invece all’opposto agisce come freno rispetto a qualsiasi ipotesi negoziale, ed esercita appieno tutte le sue capacità di condizionamento dell’amministrazione USA. È ormai un  classico che si delinei un quadro di massima apparentemente concorde tra Washington e Teheran, poi arriva la telefonata di Netanyahu a Trump e la posizione statunitense cambia.
Tutti questi fattori, comprensibilmente, rendono estremamente complesso giungere ad una soluzione negoziale reciprocamente accettabile. Ma, chiaramente, parliamo di problemi che si manifestano a valle, fermo restando che a monte c’è, invece, una vera e propria montagna insormontabile.
La questione cardine, infatti, resta che entrambe le parti in conflitto non ritengono di essere state sconfitte, e quindi non sono disposte a cedere sui punti fondamentali.
Inevitabilmente, quindi, il conflitto è destinato a trascinarsi - magari alle attuali condizioni, senza attività cinetica - sinché una delle due parti non avvertirà in modo insostenibile i morsi della crisi, e sarà quindi costretto a prendere in considerazione la necessità di cedere qualcosa.
Se sarà l’Iran a cedere per primo, è probabile che ci sarà un’apertura sulla questione dell’uranio arricchito, e quindi sul suo trasferimento all’estero. Se saranno gli Stati Uniti, è invece più probabile che risolveranno la cosa con un nuovo massiccio attacco aereo e missilistico, dichiareranno vittoria dopodiché si ritireranno.
Difficilmente ci sarà una soluzione negoziale prima di quel momento. E in ogni caso questo è un conflitto destinato a riproporsi ciclicamente, sinché la Repubblica Islamica non sarà abbattuta, o sinché gli Stati Uniti non saranno espulsi dall’Asia Occidentale, ed Israele non sarà stato quanto meno costretto a dismettere tutte le sue pulsioni aggressive. Per il momento, quindi, si tratta semplicemente di capire chi cederà per primo.