Storia dell’Iran nel XX secolo – Parte III La vittoria della Rivoluzione e la “guerra imposta”
di Daniele Perra - 24/01/2026

Fonte: Strategic Culture Foundation
La recente nuova fase di destabilizzazione interna alla quale è stata sottoposta la Repubblica islamica dell’Iran e l’insistenza della propaganda occidentale sull’imminenza della sua caduta (con l’appoggio della stessa all’erede dello Shah Reza Ciro Pahlavi) rendono necessario affrontare il particolare percorso storico del Paese dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. Solo in questo modo si possono avanzare delle ipotesi su ciò che potrà essere il suo futuro.
Nell’aprile 1976, Abolhassan Banisadr pubblicò su Khabarnameh, un giornale dell’opposizione iraniana che veniva stampato a Parigi, un articolo dall’emblematico titolo Cinquant’anni di tradimenti. In esso addebitava allo Shah ed alla dinastia Pahlavi (più in generale) cinquanta diversi capi d’accusa di tradimento della Patria, dal totale asservimento ad USA ed Israele al rovesciamento di Mossadeq, dall’accusa di diffusione di forme di imperialismo culturale a quella di aver assassinato oppositori disarmati durante i disordini del 1963, fino all’accusa di aver distrutto l’economia agricola dell’Iran con la penetrazione di prodotti e compagnie straniere.
Nell’autunno del 1977, invece, le organizzazioni della classe media (avvocati, giudici, seminaristi, commercianti, insegnanti e così via) iniziarono a pubblicare periodicamente manifesti, opuscoli e bollettini in cui venivano denunciati i soprusi del Partito della Rinascita, i cui organi risposero accusando Khomeini di essere in combutta col comunismo e di aver vissuto in gioventù in modo dissoluto, indulgendo nel vino e nella poesia mistica.
Le accuse a Khomeini, ancora una volta, provocarono l’effetto contrario, portando religiosi e seminaristi a scendere in strada a Qom. Qui, insieme ai commercianti (che chiusero i loro negozi in segno di protesta), marciarono fino alla stazione di polizia, dove le forze dell’ordine aprirono il fuoco, lasciando un numero imprecisato di vittime a terra (due secondo le fonti governative, oltre settanta per gli oppositori).
Ancora, in modo da screditare gli oppositori di fronte al pubblicò occidentale, il regime – in linea con le accuse di fanatismo da parte dello Shah (gli ulema non erano altro che dei rozzi reazionari ed i bazar erano luoghi infestati dalle pulci) – lasciò intendere che i manifestanti stavano protestando contro lo “svelamento” consentito alle donne in occasione dell’anniversario di Reza Shah. In realtà, niente di tutto ciò compariva tra le petizioni presentate dai seminaristi. Questi, infatti, chiedevano scuse ufficiali per le accuse a Khomeini, il rilascio dei prigionieri politici, la fine delle aggressioni fisiche agli studenti, la fine delle politiche di asservimento alle potenze occidentali.
L’incidente di Qom è fondamentale perché scatenò un crescendo di nuove crisi sempre più gravi e violente. La prima fu causata da un incendio in un cinema di Abadan nel quale persero la vita 400 persone. Il sospetto che fosse stata la Savak ad appiccare il fuoco, ed il fatto che il capo della polizia locale fosse lo stesso della sparatoria di Qom, portò la popolazione a scendere in strada (nuovamente) al grido “bruciate lo Shah!”. La seconda è divenuta celebre come “il venerdì nero”. L’8 settembre 1978, dopo la dichiarazione della legge marziale, le truppe speciali aprirono il fuoco sui manifestanti che si erano riuniti in piazza Jaleh a Teheran, uccidendone un centinaio.
L’evento scatenò una serie di scioperi a oltranza che bloccò ogni attività produttiva del Paese, dall’industria petrolifera alle fabbriche private, e l’intera mobilità (ferrovie e corriere). Ancora, l’11 dicembre (in concomitanza con l’Ashura), oltre due milioni di persone scesero in piazza a Teheran acclamando il ritorno di Khomeini, la creazione di una Repubblica Islamica, giustizia sociale e la fine dell’asservimento all’imperialismo USA.
Il 1° febbraio 1979 Khomeini tornò in Iran dopo un esilio durato 16 anni, trascorsi tra Najaf ed i sobborghi di Parigi. Ad accoglierlo vi fu una folla di oltre tre milioni di persone, mentre lo Shah, malato di cancro, già da qualche settimana aveva lasciato il Paese per andare a farsi curare negli Stati Uniti. Tra il 9 e l’11 febbraio, infine, i rivoluzionari si scontrarono con la guardia imperiale, nuovamente nei pressi di piazza Jaleh a Teheran. Tuttavia, a quel punto, la dinastia Pahlavi apparteneva già al passato.
Nei momenti successivi alla fuga dello Shah, le forze estremamente eterogenee che si resero protagoniste del processo rivoluzionario si trovarono di fronte all’arduo compito di redigere una nuova Costituzione che sostituisse le ormai superate Leggi Fondamentali del 1906.
In questo contesto si scontrarono due campi distinti: quello khomeinista (che mirava all’istituzionalizzazione del concetto di velayat-e faqih) e quello riformista/laico/nazionalista legato alla figura di Mehdi Bazargan (primo Primo Ministro dell’Iran rivoluzionario che aveva in mente una Costituzione modellata su quella della Quinta Repubblica francese). Questo “governo provvisorio”, insediato dallo stesso Khomeini, doveva comunque fare i conti con altre due istituzioni create da Khomeini (vero deus ex machina della Rivoluzione): il Consiglio Rivoluzionario (con il compito di agire da guardiano del governo provvisorio) ed il comitato centrale, sotto la cui ala operavano i neonati Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione).
Una prima sconfitta per l’ala di Bazargan arrivò con l’esclusione dal voto referendario del 1° aprile 1979 della possibilità per gli elettori di optare per una “Repubblica Democratica Islamica” al posto semplicemente di “Repubblica Islamica”. Questo perché, secondo Khomeini, al termine onnicomprensivo “Islamica” non era necessario associare nulla. Un aspetto che venne ribadito successivamente quando il “tawhid” (l’unicità di Dio) venne inserito tra i caratteri portanti della nuova Costituzione insieme ai concetti di “profezia” e di “giustizia divina”.
Ad ogni modo, il referendum ebbe una enorme partecipazione: 20 milioni di persone si recarono a votare su 21 milioni di aventi diritto ed il 99% si schierò a favore della creazione di una Repubblica Islamica (come nel progetto di Khomeini).
Il referendum, inoltre, preparò il terreno per l’elezione di un’Assemblea degli Esperti (in larga maggioranza religiosi di chiara fede khomeinista) che aveva il compito di stendere la nuova Carta. Questa fu il risultato di un compromesso tra le parti che racchiudeva al contempo principi teologici ed altri chiaramente laico-democratici.
Tre principi guidavano il disegno costituzionale: oltre al velayat-e faqih (che attribuì a Khomeini il ruolo di Guida Suprema), il tawhid, la profezia (nubuwwat) e la giustizia divina. Il tawhid stava ad indicare il fatto che una pluralità di individui (una società) fosse diventata una sola cosa attraverso la creazione della Repubblica Islamica. Il termine nubuwwat (profezia) deriva dalla parola nabi (Profeta). Dunque, indica un qualcosa che si erge sugli altri in una posizione di superiorità. La Repubblica Islamica, in questo senso, si poneva come un ordinamento di carattere superiore rispetto a quelli puramente mondani in quanto attraverso il governo del giureconsulto (attraverso la sua attinenza alle Legge divina) gode(va) della presenza di Dio.
La giustizia divina, infine, si basa sul concetto di misura ed equilibrio. Essa si collega all’attesa del ritorno del Mahdi in quanto, agendo secondo giustizia, si “accelera” la restaurazione finale. Non a caso, la Costituzione della Repubblica Islamica è stata studiata e scritta per rimanere in vigore fino al giorno della Resurrezione (Qiyamat).
La Carta, nello specifico, prevede un complesso sistema di controllo sul potere legislativo del governo basato sulle compresenza di diversi consigli (esperti, guardiani, più consiglio delle opportunità), sulla subordinazione del Presidente (eletto direttamente dal popolo) alla sola Guida Suprema e sul ruolo del Majles come “organismo rappresentante la Nazione nella sua interezza”.
Ad essi, nel 1989, si aggiunse il Consiglio del Discernimento. Originariamente questo aveva il compito di dirimere le controversie tra il Majles ed il Consiglio dei Guardiani. Tuttavia, i suoi poteri come organo di consiglio facente riferimento direttamente alla Guida Suprema vennero notevolmente accresciuti fino ad acquisire poteri legislativi in caso di “stato d’eccezione”.
In definitiva, la Costituzione della Repubblica Islamica si compone di 177 articoli (175 prima dell’emendamento del 1989 che soppresse la carica di Primo Ministro) racchiusi in 14 capitoli, a cui vennero aggiunti 40 emendamenti dopo la morte dell’ayatollah Khomeini. Di particolare interesse è l’articolo 146 che vieta la presenza di basi (militari) straniere in Iran. È di interesse perché tra gli eventi che caratterizzarono il percorso della nuova Carta fino alla sua approvazione sancita tramite un nuovo referendum (che venne boicottato dalle forze laiche e dallo stesso Bazargan) vi fu l’assalto al “covo di spie” (l’ambasciata USA di Teheran) da parte dei Pasdaran ed il sequestro di parte del suo personale per 444 giorni.
Spesso, i mezzi di informazione occidentali hanno ironizzato sulla definizione “covo di spie”. In realtà, la storia ha insegnato che tanta parte delle operazioni di “cambio di regime” targate CIA siano in molti casi partite proprio dalle sedi diplomatiche nordamericane. Ed in questo caso, l’Iran aveva già subito lo smacco del drammatico colpo di Stato del 1953 che rovesciò Mossadeq.
Ad ogni modo, l’episodio, oltre a ben raffigurare la postura del tutto nuova della Repubblica Islamica verso quello che fu il principale alleato dello Shah, venne interpretato come un vero e proprio braccio di ferro tra Khomeini e Bazargan sul futuro stesso della neonata Repubblica. Proprio Bazargan, infatti, quando comprese che Khomeini in alcun modo avrebbe ordinato il rilascio degli ostaggi, rassegnò le dimissioni; mentre gli autori dell’assalto definirono l’azione come la “Seconda Rivoluzione Islamica”. Un evento che venne utilizzato dall’ayatollah per consolidare il nuovo Stato a dispetto di tutte le previsioni che vedevano la Repubblica Islamica destinata ad una fine prematura.
È fuor di dubbio che l’affermazione del khomeinismo in Iran abbia prodotto un notevole dissesto negli equilibri geopolitici regionali. Il timore che il messaggio rivoluzionario venisse esportato al di fuori dei confini dell’Iran ha per lungo tempo angosciato gli animi dei vertici politici delle Monarchie del Golfo (di Arabia Saudita in primis, che, alla pari dello Shah, fondava la sua legittimità sulla mera protezione degli Stati Uniti d’America, ma anche delle nuove realtà di fresca “indipendenza”), così come dell’Iraq baathista che in quel preciso momento storico stava cercando di ergersi a guida del mondo arabo.
Ora, l’attuale linea di confine tra Iran e Iraq è il prodotto di un lungo percorso storico che ha dapprima visto contrapposti l’Impero ottomano e quello persiano, poi i due Stati moderni di Iraq e Iran. Notevoli diatribe, in particolare, nacquero a seguito della scoperta del petrolio nei primi anni del XX secolo, visto che le regioni più ricche si trovavano proprio lungo la linea di frontiera. A mediare un accordo furono i più che interessati emissari britannici. Questi, insieme a Russi, Persiani e Ottomani, siglarono un accordo a Istanbul nel 1913 che stabiliva il confine lungo 227 punti, dal monte Ararat fino alla foce dello Shatt al-Arab nel Golfo Persico, con gli Inglesi che si videro assicurata la navigazione nel corso d’acqua delle loro navi adibite al trasporto del greggio.
Un nuovo accordo venne preso nel 1935 a seguito di un rinnovato periodo di tensione questa volta tra l’Iraq sottoposto a mandato britannico e la Persia di Reza Khan. Già in quel periodo, ad onor del vero, si palesò la volontà irachena di occupare alcune città del Khuzestan. Tuttavia, Reza Khan, forse spinto degli Inglesi e dando ulteriore prova di uno spirito non esattamente patriottico (nonostante gli slanci nazionalistici), diede all’Iraq ampie concessioni sulla navigazione nel corso d’acqua, arrivando addirittura a rinunciare alla navigazione iraniana in alcune aree.
La situazione si complicò ulteriormente quando nel 1958, a seguito del colpo di Stato militare di Kassem in Iraq ed all’uscita di questo dal Patto di Baghdad, le controversie assunsero una dimensione “globale” andando a legarsi allo scontro tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad esse si aggiunse la componente ideologica panarabista che vedeva le regioni arabofone dell’Iran come parte integrante della “Grande Patria Araba” (non a caso, Saddam Hussein definì la guerra contro l’Iran del 1980 come una nuova “Qadisiyya”, dal nome della battaglia del 636 nella quale le forze arabo-musulmane sconfissero l’esercito sassanide). A questo scopo, il governo militare di Baghdad sostenne la creazione di un’organizzazione paramilitare nota con il nome di Jabhat at-Tahrir (Fronte di Liberazione) che si proponeva l’obiettivo di “liberare” ed annettere all’Iraq le città di Khorramshahr, Ahvaz e l’intero Khuzestan (o Arabistan, per le autorità di Baghdad).
I toni si ammorbidirono con la fine del governo di Kassem nel 1963, ma una serie di rivolte curde tra il 1964-1965 (sostenute dall’Iran) e la salita al potere del Ba’ath nel 1968 a Baghdad contribuirono a far aumentare nuovamente la tensione. I nuovi vertici iracheni, nello specifico, dichiararono quasi immediatamente che l’Iran non aveva alcun diritto di navigazione sullo Shatt al-Arab e che questo era un corso d’acqua interno all’Iraq. Un nuovo scontro si ebbe nel 1971, quando lo Shah, in cambio del riconoscimento dell’indipendenza del Bahrein (territorio storicamente legato all’Iran) fino ad allora sotto protettorato britannico, ottenne la sovranità su alcune isole (Tomb e Abu Musa) che l’Iraq considerava parte integrante della Nazione araba e che la stessa Gran Bretagna avrebbe preferito attribuire agli Emirati Arabi Uniti. Le scaramucce di frontiera che ne seguirono e le continue rivendicazioni e provocazioni su entrambi i lati portarono a nuovi tentativi di mediazione da parte delle Nazioni Unite e dell’OPEC. Proprio grazie all’OPEC (e ad un intenso lavoro diplomatico dell’Algeria di Houari Boumédiène) si giunse alla cosiddetta “Dichiarazione di Algeri” del 1975 che prevedeva i seguenti punti:
Le parti riconoscevano il confine terrestre stabilito dall’accordo di Istanbul del 1913;
le parti riconoscevano come confine fluviale nello Shatt al-Arab (Arvand) quello che era stato stabilito nel 1937;
le parti si impegnavano a mantenere l’ordine nei propri ambiti di competenza e ad evitare reciproche attività intimidatorie;
il riconoscimento di questi punti implicava la non revisione degli accordi e qualsiasi prevaricazione veniva considerata una violazione dello spirito della dichiarazione.
Ora, nel momento in cui Saddam Hussein rigettò la Dichiarazione di Algeri (approfittando della situazione di caos interno determinata dalla Rivoluzione Islamica in Iran) i suoi obiettivi di lungo periodo erano abbastanza chiari:
l’egemonia politico-economica sul Golfo Persico (qualcosa che successivamente lo porterà ad invadere il Kuwait per rendere più agevole l’accesso iracheno al mare);
il controllo totale sullo Shatt al-Arab;
il controllo sul Khuzestan ricco di petrolio;
limitare la penetrazione delle idee della Rivoluzione Islamica in Iraq (la popolazione sciita irachena, sebbene maggioranza, era governata da una élite quasi totalmente sunnita che mise a morte in gran segreto l’importante ayatollah Baqir al-Sadr nei primi mesi del 1980);
impedire che l’Iran potesse riemergere come potenza regionale.
Saddam, inoltre, pensava ad un conflitto limitato da combattere in determinate località, non pensava di combattere un conflitto totale e quasi esistenziale. Allo stesso tempo, nonostante l’ordine di attacco, sostenne di essere impegnato in una guerra difensiva: ovvero, di autodifesa della propria sovranità territoriale dalle maligne intenzioni degli ayatollah iraniani. In realtà, se è vero che l’Iran aveva appoggiato il partito di opposizione al regime di Saddam al-Da’wa (e pesantemente attaccato lo stesso Saddam ed il suo governo definendolo un fantoccio delle potenze imperialiste – va da sé che le potenze imperialiste, secondo i canoni islamici, erano sia l’URSS che gli USA), è altrettanto vero che l’Iraq forniva da tempo armi ai ribelli arabi del Khuzestan e già prima del 1980 aveva sferrato alcuni attacchi oltre la frontiera. Ancora, è altresì curioso notare come sia Iraq che Iran, per tutto il corso della guerra, utilizzarono le rispettive minoranze curde come pedine nel conflitto per nuocere all’avversario.
Dunque, il 22 settembre 1980, l’Iraq lanciò incursioni aeree contro dieci importanti aeroporti e basi iraniane e attaccò la neonata Repubblica Islamica in tre punti del confine (al nord, al centro ed al sud). Inizialmente, Baghdad ottenne alcuni limitati successi, sebbene a costo di gravi perdite come nel caso della conquista di Khorramshahr. Ad Abadan (centro di importanti raffinerie petrolifere), invece, le forze irachene incontrarono un’accanita resistenza e dovettero affrontare un lungo assedio. Così, mentre Saddam pensava di porre fine alla guerra entro l’inverno, a dicembre, l’Iraq era riuscito ad occupare solo alcune parti del Khuzestan per una combinazione di meriti difensivi iraniani (questi, anche se sorpresi dall’invasione, riuscirono ad organizzare rapidamente una forte resistenza attraverso l’utilizzo combinato di esercito regolare – nonostante le ampie purghe subite dopo la deposizione dello Shah – Guardie Rivoluzionarie ed unità di polizia e volontari) e demeriti iracheni. Gli ufficiali baathisti, infatti, commisero diversi errori grossolani determinati sia dalla mancanza di esperienza, sia dal fatto che sotto Saddam non si diventava ufficiali per meriti sul campo ma per la cieca lealtà allo stesso Rais e per l’appartenenza al suo clan tribale (legato all’area vicino a Tikrit).
Per ciò che concerne l’Iran, la guerra determinò le prime frizioni tra i vertici religiosi e quelli prettamente politici della Rivoluzione (un qualcosa che, come già anticipato, si era già manifestato nel corso della crisi degli ostaggi all’ambasciata USA). Nel giugno 1981, il Presidente e comandante in campo delle forze iraniane Abolhassan Banisadr venne esonerato dal suo incarico. E, a partire dal settembre 1981, gli Iraniani iniziarono una controffensiva che l’estate successiva portò gli Iracheni ad abbandonare le posizioni sin lì conquistate.
A questo punto, di fronte ad una evidente disfatta, Saddam si dichiarò pronto a negoziare una tregua, ma l’Iran (che nel mentre aveva acquisito una notevole confidenza) iniziò a richiedere condizioni eccessive come la destituzione dello stesso regime baathista. Così, nel luglio 1982, i vertici militari della Repubblica Islamica, facendo proprio il motto khomeinista che vedeva la liberazione di Baghdad come indispensabile per la liberazione di Gerusalemme, scelsero di avanzare in territorio iracheno per spingere al rovesciamento del Rais. Tuttavia, nonostante la scelta di indirizzare l’offensiva verso una regione a maggioranza sciita (in modo da scatenare un sollevamento popolare contro Saddam), questa non ottenne risultati particolarmente decisivi, portando ad un sostanziale stallo del conflitto che si protrarrà per diversi anni (salvo alcuni importanti successi iraniani del 1986) tra lo sgomento della cosiddetta “comunità internazionale” incapace di reagire anche di fronte agli attacchi sui civili (ai bombardamenti indiscriminati sulle città iraniane, senza particolari obiettivi militari) ed al reiterato uso di armi chimiche da parte delle forze di Saddam.
A questo proposito, è interessante notare come l’ONU – sebbene avesse condannato l’utilizzo delle armi chimiche nel conflitto – in diverse risoluzioni, nonostante l’evidenza che ne mostrava l’utilizzo da parte delle truppe irachene, non faceva mai aperto riferimento all’Iraq (questo per il sostegno incondizionato, o quasi, di cui il regime di Saddam poteva godere presso molti Paesi occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia). Soprattutto quest’ultima, per tutta la durata del conflitto, svolse insieme all’URSS il ruolo di principale fornitore di sistemi d’arma (anche altamente tecnologici) all’Iraq.
Sugli Stati Uniti, invece, è bene aprire una breve parentesi, visto che nello stesso periodo erano impegnati sia nella fornitura di armi al gihad antisovietico in Afghanistan, sia in America Latina per contrastare le forze “comuniste” in Nicaragua, El Salvador e Colombia. La “dottrina Carter”, inoltre, prevedeva un intervento diretto USA nel Golfo Persico solo in caso di minaccia contro un alleato degli Stati Uniti o di minaccia contro gli interessi diretti degli Stati Uniti nella regione. Sono ben note le vicende che portarono allo svelamento dello scandalo Iran-Contras ed all’operazione attraverso la quale Washington fornì armi e pezzi di ricambio anche all’Iran (sottoposto ad embargo), investendone il ricavato per il sostegno ai gruppi paramilitari reazionari e anti-sandinisti in Nicaragua. Questa operazione, tuttavia, non aveva alcun particolare risvolto ideologico. L’obiettivo USA era semplicemente quello di protrarre il conflitto il più a lungo possibile per poter successivamente godere dei risultati in termini di conquiste egemoniche di fronte a due Paesi in ginocchio. L’ex Segretario di Stato Henry Kissinger, ad esempio, stuzzicato sull’argomento, affermò che il risultato ideale del conflitto sarebbe stato la sconfitta di entrambi. Di fatto, gli USA, sulla base di queste considerazioni, sostennero scientemente entrambe le parti (sebbene la bilancia penda molto di più sul lato iracheno): ovvero, sostennero l’Iran quando ad attaccare era l’Iraq ed aiutarono l’Iraq quando la fase offensiva spettava all’Iran.
Il sostegno nascosto all’Iran del caso Iran-Contras (peraltro assai limitato), inoltre, risultava estremamente ambiguo. Questo, da un lato violava l’ufficialità dell’Operazione Staunch volta a prosciugare il flusso di armi verso lo stesso Iran (aiutato da Cina, Corea del Nord, Siria, Libia ed anche Israele, per il semplice motivo che questo percepiva l’Iraq come reale minaccia all’egemonia nell’area del Vicino Oriente), dall’altro, si poneva il preciso obiettivo di fornire all’Iran informazioni di intelligence falsate allo scopo di scoraggiare o far fallire sul nascere ogni potenziale offensiva che potesse alterare la situazione al fronte.
Infine, dal 1986 in poi, gli Stati Uniti stabilirono un filo diretto con Baghdad, fornendo ai militari baathisti coordinate e movimenti delle truppe iraniane sul campo. Allo stesso tempo, CIA e Pentagono incoraggiarono la dirigenza baathista ad intensificare gli attacchi contro gli obiettivi economici e civili iraniani (aree residenziali dei centri abitati e navi mercantili in particolar modo). Così, nel corso di quella fase della guerra passata alla storia come “guerra delle petroliere”, l’Iraq poteva colpire impunemente le navi iraniane, mentre l’eventuale risposta iraniana era sempre contrastata dalla marina militare americana che, a partire dal 1987, arrivò a schierare una massiccia flotta nel Golfo Persico.
Ad ulteriore dimostrazione di ciò, il 17 maggio del 1987, un attacco missilistico iracheno colpì la USS Stark causando la morte di 37 membri dell’equipaggio. L’Iraq si scusò immediatamente per quanto avvenuto e, paradossalmente, gli USA utilizzarono l’evento per incolpare l’Iran della recrudescenza del conflitto nella regione. Ancora, il 14 aprile 1988 la fregata USA Samuel Roberts finì su una mina. Evento che gli USA utilizzarono per scatenare l’operazione Prayer Mantis. Questa si proponeva l’obiettivo di provocare la flotta ed il naviglio iraniano in modo che uscisse allo scoperto in alto mare per poi poterla facilmente colpire utilizzando la superiore potenza di fuoco e tecnologica della flotta USA. Di fatto, l’entità degli attacchi statunitensi contro la flotta iraniana fu estremamente pesante.
Infine, sempre per ciò che concerne il diretto coinvolgimento USA nel conflitto, non bisogna dimenticare l’episodio dell’abbattimento dell’Airbus Iran Air, con 290 civili a bordo, mentre svolgeva un volo regolare da Bandar Abbas a Dubai, il 3 luglio 1988. Sull’accaduto, il comandante della USS Vincennes (la nave dalla quale venne lanciato il missile che, tra l’altro, si trovava nelle acque territoriali iraniane), affermò di aver dato l’ordine di far fuoco pensando si trattasse di un aereo da guerra di Teheran. Tuttavia, l’aereo, come confermato anche dai controllori di volo di Dubai, stava salendo di quota. Dunque, non poteva essere una minaccia per la nave americana, con la quale si sarebbe pure identificato. Nonostante ciò, dopo che l’amministrazione Reagan diede spiegazioni sommarie, fuorvianti e autoconsolatorie, il comandante statunitense venne premiato con una medaglia per i “meriti” sul campo.
Ad ogni modo, la guerra si concluse ufficiosamente il 18 luglio 1988, quando l’allora Presidente iraniano (l’attuale Guida Suprema Khamenei), su invito di Khomeini, accettò la risoluzione ONU 598 ed il cessate il fuoco in un momento in cui l’Iran si trovava in grave difficoltà, con poche armi a disposizione (nel totale isolamento internazionale), in gravi condizioni economiche e pressato dall’aggressività nordamericana nel Golfo.
Dal suo canto, due anni dopo il cessate il fuoco e due settimane dopo l’invasione irachena del Kuwait, Saddam Hussein offrì di porre definitivamente fine al conflitto affermando la propria disponibilità ad accettare nuovamente i protocolli di Algeri del 1975. Un’offerta che risuonava come una specie di ammissione di sconfitta nell’istante in cui l’Iraq venne tradito da quelle Monarchie del Golfo che l’avevano sostenuto nella sua campagna distruttiva contro l’Iran.
