Trump, il profeta del caos
di Luigi Tedeschi - 05/11/2026

Fonte: Italicum
Il dischiudersi di un futuro prospettabile e possibile per noi italiani ed europei è affidato all’avvento del caos. Dobbiamo rendere grazie al suo artefice, Trump: il profeta del caos.
Trump, già asceso al trono della superpotenza americana, è caduto con la polvere. Una disfatta logica e scontata: le elezioni di midterm si sono risolte in un referendum contro Trump.
I democratici hanno conquistato il congresso, grazie al malcontento di massa verso Trump, non per il consenso del popolo sui loro programmi politici. Pertanto, il partito democratico dovrà elaborare ex novo una linea politica di contrasto contro la strategia del veto preannunciata da Trump.
Occorre rilevare che il partito democratico non ha un orientamento politico unitario. E’ assai frammentato, ha molte anime, sostanzialmente tra loro incompatibili: dai neocon, neoliberisti e globalisti in economia, interventisti e filo – sionisti in politica estera, agli intellettuali liberal dei campus universitari, all’alta borghesia delle grandi metropoli, ai socialisti democratici, con ampio seguito tra i giovani e tra gli immigrati africani e islamici, dichiaratamente anti – sionisti e filo – palestinesi. L’ondata democratica ha comunque comportato l’elezione di un senatore musulmano per la prima volta nella storia degli USA e di 5 senatori di origine nativa americana, oltre a nuovi senatori ispanici. L’Amarica dei Wasp è ormai un mito sbiadito che va scomparendo.
La sconfitta di Trump è dovuta essenzialmente alla ondata inflattiva scaturita sia dalla politica dei dazi, rivelatasi fallimentare, ma soprattutto dalla chiusura di Hormuz, causata dalla guerra contro l’Iran intrapresa da Trump, che ha ceduto alle pressioni di Netanyahu e della lobby ebraica statunitense. Il popolo americano infatti, ha espresso la sua protesta contro Trump per il carovita, per gli aumenti dei carburanti (i cui prezzi sono tuttavia assai inferiori a quelli europei), dei prodotti alimentari, per il rincaro degli affitti e dei mutui. Si deve considerare che l’aumento dei tassi, dovuto all’inflazione e alla crisi del dollaro, grava in misura rilevante sui redditi dei cittadini, su di una popolazione cioè oberata dal debito al consumo, dai debiti per l’istruzione (il debito d’onore degli studenti, contratto sin dalla adolescenza, incomberà su di loro per tutta la vita), per i mutui immobiliari, la cui insolvenza è dilagante nelle fasi di crisi. L’americano medio non si occupa di politica estera. E’ stufo delle continue guerre e delle relative sconfitte americane su scala mondiale, che hanno sempre comportato un enorme dispendio di risorse sottratte alla spesa sociale, ma la politica estera è un tema che non assume una particolare importanza riguardo al suo orientamento politico in sede elettorale. La stragrande maggioranza della popolazione concepisce gli USA come l’epicentro del mondo: dell’Iran o dell’Ucraina non conosce nemmeno la collocazione geografica.
Questo referendum anti Trump può configurarsi come il suo suicidio politico. Suicida si è infatti dimostrata la sua politica, sia interna che estera. E’ venuto meno a tutte quelle promesse che hanno generato il largo consenso popolare con cui è asceso alla presidenza USA nel 2024. La sua politica si è rivelata particolarmente penalizzante proprio nei confronti di quelle fasce della popolazione da cui aveva riscosso la maggior parte dei consensi popolari. Sono state tradite le sue promesse verso le classi più disagiate. La classe media proletarizzata dalla globalizzazione vede oggi i propri redditi, già esigui, ulteriormente erosi dalla inflazione galoppante. Per non parlare dell’America rurale, i cattolici (divenuti a lui ostili per le ingiurie rivolte al Papa), e larga parte degli immigrati ispanici. La sua immagine, su cui gravano le ombre del caso Epstein, è stata offuscata presso il pubblico dei credenti. I conservatori, che in massa votarono per Trump per la loro avversione alla cultura woke dominate, si sentono oggi traditi, dato che il modello Trump ha anteposto l’individualismo, la diseguaglianza, il primato dell’elite tecnocratico – finanziaria ai principi morali della società civile, alla religione, alle istituzioni tradizionali, quali la comunità locale identitaria e la famiglia.
Tra l’altro Trump ha fortemente sostenuto le oligarchie dell’hi – tech e della speculazione finanziaria (con relativa triplicazione del proprio patrimonio), legata al settore dell’I.A. Tale indirizzo politico trumpiano ha provocato vaste proteste da parte della popolazione, per i danni ambientali e i rischi sanitari connessi alla istallazione dei data center e relativamente alle prospettive di dilagante disoccupazione che genererebbe l’impiego massiccio dell’I.A. nell’industria e nei servizi.
Il successo dei democratici avrà comunque un impatto rilevante nella politica estera. Per quanto concerne la guerra ucraina, il partito democratico, in cui prevale l’ideologia neocon, improntata alla egemonia globale americana e alla russofobia, ispirata dalla dottrina Brzezinski, saboterà ogni possibile accordo tra Trump e la Russia di Putin. La guerra dunque continuerà, probabilmente con ulteriori sostegni all’Ucraina. Non dimentichiamo che fu il presidente democratico Obama a provocare il colpo di stato in Ucraina con il sostegno alla rivolta di Maidan nel 2014, cui fece seguito nel 2022 lo scoppio della guerra russo – ucraina.
Riguardo al Medio Oriente, sebbene Trump abbia dichiarato la cessazione degli aiuti a Israele alla fine del 2026, la prevalenza nei democratici dello schieramento neocon filo – sionista e delle lobby degli armamenti e della finanza del Deep State americano, fa presagire la continuazione ad oltranza della guerra contro l’Iran, con l’eventuale allargamento del conflitto nell’area. L’azione dei democratici si concentrerà nella interdizione alla politica autoritaria di Trump, con derive non di rado anticostituzionali e promuoverà eventuali richieste di impeachment nei confronti di vari membri della classe dirigente trumpiana, già accusata di una gestione opaca del potere. Saranno aperte inchieste e procedimenti sui rapporti intercorsi tra Trump e Netanyahu, che hanno condotto alla disastrosa guerra contro l’Iran, verranno forse bocciati i progetti trumpiani di aumento delle spese per la difesa a 1.500 miliardi, programmati per il 2027. Ma i democratici non hanno mai formulato una proposta di negoziato diplomatico per la fuoriuscita degli USA dal conflitto con l’Iran. Occorre a tal riguardo rammentarsi delle invettive guerrafondaie contro l’Iran della allora vicepresidente Hillary Clinton e delle guerre succedutesi alle primavere arabe, insurrezioni innescate dall’intelligence degli USA sotto la presidenza di Obama.
La presidenza Trump esce dalle elezioni di midterm largamente depotenziata, nel confronto con le attuali maggiori potenze della geopolitica mondiale, quali sono la Cina e la Russia. Un Trump particolarmente assorbito dalle questioni interne, disporrebbe di minori capacità negoziali nei confronti di interlocutori del livello di Xi e Putin, leader la cui stabilità interna è conclamata. La credibilità internzionale di Trump (e degli USA), già notevolmente compromessa, subirà ulteriori debacle.
E’ facile prevedere quale sarà l’impatto che la disfatta di Trump produrrà sulle classi dirigenti della UE e dello schieramento progressista europeo. I partiti anti trumpiani, oltre a percepire la sconfitta di Trump come una disfatta estensibile al fronte sovranista europeo, hanno sempre ritenuto l’ondata trumpiana come una tempesta accidentale e passeggera, un incidente di percorso che, una volta esauritosi, si ripristinerebbe lo status quo ante, con la restaurazione della politica interventista della Nato in Europa e il possibile coinvolgimento americano nella guerra ucraina contro la Russia. Tali prospettive sono esplicative del genetico servilismo atlantista delle classi dirigenti della UE. La funzione istituzionale della UE, che costituisce anche la sua ragion d’essere nello schieramento atlantico, è infatti limitata alla governance economica e finanziaria europea, del tutto funzionale alla egemonia politica e militare degli USA in Europa. Riguardo all’Europa, non ci saranno mutamenti. Dalla presidenza Obama in poi, gli USA hanno intrapreso una politica di disimpegno militare – strategico in Europa. La strategia di deindustrializzazione dell’Europa, (inaugurata dalla presidenza democratica di Biden), e di accaparramento delle risorse finanziarie europee, non subirà modifiche, anzi, si accentuerà con l’aggravarsi progressivo della crisi americana. Non sarà certo poi la debacle di Trump a sedare la conflittualità politica e sociale in atto contro le classi dominanti della UE in Europa.
Le elezioni sia americane che israeliane hanno sortito alcuni effetti comparabili. In Israele la vittoria di Netanyahu, seppure non sufficiente per la formazione di un nuovo governo, hanno confermato le profonde divisioni interne tra le varie fazioni da cui è dilaniata la società israeliana, con potenziali e irriducibili conflittualità, che possono essere contenute solamente mediante guerre infinite e governi di emergenza, fino alla profetica vittoria finale, con la mitica realizzazione del Grande Israele. Negli USA permangono insanabili contrapposizioni sociali e culturali – identitarie nella popolazione che, Trump o non Trump, si accentueranno con la crisi economica strutturale che incombe sul sistema neoliberista - finanziario, che possono essere esorcizzate solo mediante veti presidenziali, guerre interminabili e legislazioni di emergenza anticostituzionali. Anche nel partito democratico ora maggioritario, sorgeranno aspri conflitti tra le varie anime contrapposte e incompatibili presenti nei dem.
La stessa UE è investita da una ondata incontrollabile di disordini e rivolte popolari contro le elite europee, di masse impoverite dalla catastrofe economico – sociale causata dalle politiche di austerity e dalle prospettive di riarmo promosse dalle velleità belliciste russofobe della oligarchia tecnocratica europea.
Nell’Occidente atlantico si registra una sempre più evidente erosione delle istituzioni politiche, cui fa riscontro la marea montante delle proteste popolari. Si profilano prospettive di ingovernabilità politica che condurranno ad una destabilizzazione interna irreversibile degli stati e della UE. Le sconfitte strategiche nelle guerre provocate dall’Occidente, produrranno una disgregazione interna degli stati, che nessun progetto politico di riforma, né tantomeno la repressione armata, saranno in grado di contrastare.
Secondo un noto pensiero di Mao Zedong “Grande è la confusione sotto il cielo; la situazione è eccellente”. Il dischiudersi di un futuro prospettabile e possibile per noi italiani ed europei è affidato all’avvento del caos. Dobbiamo rendere grazie al suo artefice, Trump: il profeta del caos.


