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Trump, l'Iran e il richiamo della bomba

di Marco Della Luna - 07/09/2026

Trump, l'Iran e il richiamo della bomba

Fonte: Italicum

 COME USCIRE DA UNA GUERRA NATA MALE?

 Israele ha spinto Trump a una guerra che non riesce a vincere contro l’Iran, nonostante spese enormi, e che produce danni immensi all’economia mondiale, compresa la nostra. Esaurisce gli arsenali USA e compromette la loro capacità di intervenire su altri scenari. Ed è iniziata nel modo peggiore: con una strage di bambine, chiaramente calcolata, assieme all’assassinio della Guida Suprema Khamenei, per dare subito un colpo destabilizzante al regime e al popolo. Ma quel colpo è stato un fiasco devastante.

 Come uscire da questa situazione salvando il narcisismo di Trump e l’egemonia di Washington?

 Le opzioni

 L’opzione nucleare tattica è aperta e viene discussa al Pentagono, ma essa ha enormi inconvenienti: non si sa dove potrebbe portare, isolerebbe moralmente USraele, dividerebbe internamente gli USA, e l’Iran, oltre a bloccare lo Stretto, reagirebbe distruggendo i data centers della regione, precipitando il mondo in un caos funzionale disastroso.

 L’opzione di continuare la guerra del modo attuale a tempo indefinito per non ammettere l’insuccesso è insostenibile, dati i costi finanziari e il consumo delle scorte militari.

 Sul piano dell’oggettività, esclusa l’irrealistica opzione dell’invasione di terra, la miglior soluzione sarebbe un accordo concordato in termini tali da salvare la faccia. Ma sarebbe ammettere una mezza sconfitta, quindi probabilmente sarebbe valutato umiliant e inaccettabile.

 Trump potrebbe dar corso al seguente piano: aspettare le elezioni di Mid Term: se vince, potrebbe concludere un accordo con Iran dicendo di essere riuscito a imporsi grazie al successo elettorale; se perde, potrebbe concluderlo egualmente, dando la colpa ai Democrats che, non spalleggiandolo, lo hanno costretto a concludere un accordo non vantaggioso per gli USA.

 La struttura di questo piano vuole intercettare il modello di gestione del consenso ed evitamento del framing del fallimento tipico della politica popolar-transattiva. Dal punto di vista dell'analisi politica e della psicologia negoziale, l'idea di utilizzare l'esito delle elezioni di metà mandato (Midterms) come pivot narrativo è perfettamente funzionale a proteggere l'immagine del leader, indipendentemente dal risultato effettivo. Si tratta di un’applicazione classica della tecnica del “heads I win, tails you lose” (testa vinco io, croce perdi tu), strutturata su due narrazioni speculari:

 Scenario A: Vittoria alle Midterms (La narrazione del “Mandato di Forza”)

 In caso di affermazione elettorale del proprio partito:

 ·          Meccanismo psicologico: La vittoria viene presentata come un plebiscito personale e un’approvazione della linea dura.

 ·          Inquadramento dell’accordo: L’accordo con Teheran non viene descritto come un compromesso o una concessione, ma come la resa condizionata dell’avversario piegato dalla dimostrazione di forza e dall’unità del popolo americano.

 ·          Risultato sul piano narcisistico: Massimo appagamento. Il leader rivendica di aver ottenuto ciò che i predecessori non hanno saputo cogliere, presentandosi come l’unico in grado di negoziare “da una posizione di assoluta dominanza”.

 Scenario B: Sconfitta o flessione alle Midterms (La narrazione del “Tradimento Interno”)

 In caso di esito sfavorevole o di perdita del controllo di uno dei rami del Congresso:

 ·          Meccanismo psicologico: Esternalizzazione immediata della responsabilità (capro espiatorio).

 ·          Inquadramento dell’accordo: Il disimpegno o il compromesso negoziale viene giustificato sostenendo che l’opposizione democratica, minando l’unità nazionale e bloccando i fondi o il sostegno politico, ha “tagliato le gambe” alla posizione negoziale americana, costringendo il Presidente a chiudere il miglior accordo possibile in condizioni di sabotaggio interno.

 ·          Risultato sul piano narcisistico: La ferita viene rimarginata trasformando la ritirata in un atto di responsabilità verso la nazione, addebitando l’eventuale debolezza dell’intesa alla mancanza di patriottismo degli avversari politici.

 Questa strategia esige che sia l’Iran che Israele rispettino i tempi delle elezioni di mid term: qualora l’uno o l’altro rompa gli indugi con un attacco massiccio, la strategia salterebbe.

 E se Trump non accetta?

 E se Trump non accetta la soluzione diplomatica, perché la ferita narcisistica sarebbe troppo grave? E se non l’accetta l’establishment, perché essa comporterebbe una mezza rinuncia all’egemonismo imperiale unilaterale e legibus solutus a cui gli USA si sono affidati? Le opzioni sarebbero a)offrirgli un compenso narcisistico, come la conquista del Canale di Panama; b)assassinarlo fisicamente; c)assassinarlo moralmente (character assassination) con Epstein-leaks veri o falsi.

 Esaminando queste tre opzioni prospettate sotto il profilo della sostenibilità strategica, politico-istituzionale e delle dinamiche dell'intelligence, troviamo che nessuna è realisticamente praticabile, perché ciascuno di questi scenari presenta forti criticità operazionali e brutte conseguenze sistemiche:

 L'idea di dirottare la necessità di affermazione del leader verso un altro successo di grande impatto mediatico e simbolico scontra vincoli geopolitici e legali insormontabili. La presa di controllo del Canale di Panama costituirebbe un'aggressione palese alla sovranità di uno Stato sovrano, scardinando il trattato Torrijos-Carter e i principi di diritto internazionale. Genererebbe un'immediata crisi nell'intero continente americano e un'ondata di sanzioni e condanne. Nel teatro della grande politica estera, la narrazione di una crisi mediorientale o di uno scontro con una potenza regionale come l'Iran non è facilmente "intercambiabile" con operazioni in altri scacchieri. Una percezione di debolezza sul fronte iraniano non verrebbe annullata da un'azione coercitiva altrove, mantenendo aperta la vulnerabilità narcisistica.

 L'ipotesi di un assassinio politico orchestrato dall'interno per modificare l'asse della politica estera americana rappresenta uno scenario ad altissimo rischio di disintegrazione statale. Nel clima politico americano, la morte violenta di un leader populista di massa scatenerebbe una crisi di legittimità istituzionale e una potenziale escalation di violenza politica interna priva di precedenti storici recenti. Le istituzioni di sicurezza e i comandi militari statunitensi operano entro confini legali e procedurali stringenti (tra cui lo storico Executive Order 12333, che vieta esplicitamente l'assassinio politico). Le dinamiche di contenimento istituzionale si esplicano attraverso la pressione burocratica, la mediazione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e il freno procedurale, non tramite l'azione sovversiva diretta.

 Infine, l'uso di operazioni informative o rivelazioni scandalistiche per sradicare o neutralizzare la leadership di un soggetto politico incontra limiti strutturali legati all'iper-polarizzazione moderna. La figura di Trump ha dimostrato nel tempo un'elevata impermeabilità agli scandali personali o giudiziari. Per la sua base di sostegno, l'emergere di nuovi dossier o leak (veri o presunti) viene quasi automaticamente inquadrato nella narrazione del "deep state" o della cospirazione dei media mainstream, neutralizzandone l'efficacia delegittimante. Un attacco reputazionale coordinato non induce una condotta negoziale più mite; al contrario, in una struttura fortemente narcisistica, stimola una risposta ancora più aggressiva e intransigente per riaffermare il controllo e dimostrare invulnerabilità.

 Tuttavia, uno strumento di contenimento efficace non manca. Nei sistemi complessi ad architettura democratica e costituzionale, il bilanciamento delle decisioni impulsive di un Comandante in Capo si fonda sul freno istituzionale continuo (bureaucratic resistance, consulenza dei vertici militari della Joint Chiefs of Staff, limiti di spesa del Congresso) e sulla rimodulazione del negoziato in termini di convenienza elettorale e d'immagine, piuttosto che su scorciatoie eversive o coercitive che finirebbero per causare danni sistemici immensamente superiori alla crisi originaria.

 E se Israele non collabora?

 Netanyahu potrebbe assumere in proprio l'incarico dell'attacco nucleare, esonerando gli USA. Poi questi ultimi potrebbero o seguire Tel Aviv, giustificandosi col dire che oramai si tratta di scegliere tra gli israeliani e gli iraniani, oppure ritirarsi giustificandosi col dire che la situazione è stata resa troppo esplosiva e pericolosa per il mondo. Siamo nel cuore delle dinamiche di "decoupling" (disaccoppiamento) strategico e di gestione dell'azzardo morale (moral hazard) nei rapporti tra potenze alleate. L'ipotesi di un'azione unilaterale drastica da parte di Benjamin Netanyahu — che si assumerebbe csì l'intera responsabilità storica e politica di un attacco volto a sradicare la minaccia atomica iraniana — trasferisce di colpo la palla al balzo a Washington, posizionando la leadership americana in una condizione di libertà di scelta asimmetrica.

 Analizzando le due suaccennate opzioni di risposta americana di fronte al fatto compiuto, emergono scenari nitidi sotto il profilo della psicologia politica e del calcolo di potenza:

 Se gli USA decidessero di seguire Tel Aviv entrando in prima persona nel conflitto a supporto dell'alleato: Washington incornicerebbe la propria risposta non come una scelta arbitraria di guerra, ma come un atto dovuto di fedeltà sistemica e biblico-religiosa: l'impossibilità di abbandonare l'unico alleato strategico fondamentale, nonché legato alla religione cristiana da un rapporto fortissimo. nella regione di fronte a una minaccia di annientamento o a una ritorsione su vasta scala. Ai fini della tutela dell'immagine, il leader americano (specie in una cornice populista) non apparirebbe come colui che ha iniziato la guerra, bensì come il "salvatore" o l'arbitro supremo che interviene per chiudere i conti e mettere in sicurezza l'ordine globale. La colpa formale della violazione del tabù o dell'escalation primaria ricadrebbe interamente su Netanyahu e sul governo israeliano, consentendo agli USA di presentarsi all'opinione pubblica interna come trascinati dalle circostanze ("non avevamo scelta").

 Se invece gli USA cogliessero l'occasione per ritirarsi dal conflitto attivo e imporre un accordo/contenimento:,  la Casa Bianca potrebbe dichiarare che, con l'azione unilaterale di Tel Aviv, la situazione ha raggiunto un livello di pericolosità e irrazionalità insostenibile per la stabilità globale, la sicurezza energetica e il rischio di Terza Guerra Mondiale.  Questa posizione permetterebbe al Presidente USA di giustificare la ritirata o l'accordo di emergenza davanti al proprio elettorato e alla comunità internazionale: "Abbiamo fatto tutto il possibile per contenere la crisi, ma di fronte alla follia di un'escalation incontrollabile, il primo dovere dell'America è proteggere i propri cittadini ed evitare il collasso planetario." Infine, in questo scenario, Netanyahu diventerebbe il capro espiatorio perfetto. Se l'operazione dovesse generare uno shock economico mondiale (petrolio alle stelle, blocco degli stretti), la leadership americana potrebbe scaricare interamente la responsabilità del caos sulle scelte autonome di Tel Aviv, presentandosi come l'unica forza di maturità e moderazione rimasta sulla scena.

 Si delinea quindi un preciso scenario di vantaggio per Washington, nel senso che, per la leadership americana, la possibilità che Israele "faccia il lavoro sporco" o forzi la mano crea una situazione di opzionalità win-win:

 Se l'attacco israeliano ha successo e neutralizza il programma iraniano senza far crollare il sistema: Gli USA beneficiano dell'eliminazione del pericolo nucleare senza aver premuto il grilletto.

 Se per contro l'attacco innesca un caos sistemico, gli USA mantengono la flessibilità istituzionale di scegliere se intervenire per chiudere la partita (giustificati dall'alleanza) o sfilarsi del tutto (giustificati dal pericolo estremo per la pace mondiale).

 In entrambi i casi, l'esternalizzazione dell'iniziativa a Tel Aviv assolve la presidenza americana dal peso del primo passo, risolvendo all'origine il dilemma della ferita narcisistica o del giudizio della storia.

 Inoltre, dato il potente controllo israelo-americano sui mezzi di informazione generalisti, e la quasi impossibilità di verificare sul terreno gli esiti degli attacchi agli impianti nucleari iraniani, che si trovano a centinaia di metri sotto terra, sarebbe facile far figurare che l'attacco ebraico abbia o non abbia avuto successo, indipendentemente dal suo effettivo esito.

 L’ALTRA VIA DI USCITA

 Una bomba sporca (radioattiva) fatta esplodere a Gerusalemme, meglio se presso l’ambasciata, da attribuire a Teheran, e che uccida americani, ebrei e arabi sunniti insieme. giustificherebbe alla grande una reazione nucleare di USraele, non solo tattica.

 Nel campo della manipolazione strategica e della psicologia del conflitto, lo scenario dell'operazione false flag (sotto falsa bandiera) a Gerusalemme rappresenta l'innesco comunicativo e politico definitivo. Sia gli USA che Israele hanno una lunga pratica di false flags, anche per giustificare le guerre.

 L'impiego di una bomba sporca radioattiva sulla Città Santa, attribuito all'Iran, altererebbe istantaneamente e su scala mondiale la percezione del conflitto, garantendo una giustificazione totale e indiscutibile per una ritorsione nucleare o per la distruzione definitiva del regime di Teheran. Gerusalemme non è solo un centro nevralgico politico o militare: è il cuore simbolico e spirituale delle tre grandi religioni monoteiste. La contaminazione radioattiva dei Luoghi Santi sradicherebbe ogni spazio per il dibattito diplomatico, la moderazione o il rispetto delle proporzioni belliche. L'evento verrebbe percepito non come un mero atto di guerra, ma come un'aggressione sacrilega ed esistenziale al mondo occidentale e giudaico-cristiano. Un simile attacco azzererebbe istantaneamente le opposizioni pacifiste o i dubbi della comunità internazionale. La rabbia pubblica e l'indignazione morale globale creerebbero un mandato in bianco alle dirigenze di Tel Aviv e Washington per qualsiasi tipo di risposta. Dal punto di vista della dottrina militare, l'uso di un ordigno radiologico (bomba sporca) da parte dell'avversario infrange la soglia delle armi di distruzione di massa (WMD). In base alla dottrina della Legittima Difesa ed alla casistica delle minacce esistenziali, l'impiego di un'arma nucleare tattica o strategica contro l'Iran verrebbe rietichettato non come "prima mossa aggressiva", bensì come ritorsione necessaria, punitiva e difensiva, in nome di tutte l’Umanità e delle Fedi. L'opinione pubblica occidentale accetterebbe la neutralizzazione totale delle infrastrutture e dei centri di potere iraniani come l'unica misura logica per eliminare una "minaccia fanatica e radiologica" per la civiltà.

 Insomma, se l'operazione “bomba sporca” venisse orchestrata da Tel Aviv e/o Washington per essere attribuita a Teheran, risolverebbe all'origine tutti i problemi di politica interna e di immagine del leader americano (e israeliano). La leadership non dovrebbe più giustificare perché ha iniziato una guerra nucleare; la responsabilità morale verrebbe interamente caricata sull'Iran. E Trump non apparirebbe come un aggressore o un negoziatore debole, ma come il Giusto Vindice, se non il Messia condottiero, che agisce per proteggere l'umanità da un male assoluto. Inoltre, In prossimità delle elezioni o di momenti di crisi politica interna, un evento di tale magnitudo imbriglierebbe l'intera nazione e l'opposizione attorno alla figura del Presidente, rendendo qualsiasi critica o ritirata un atto di "tradimento".

 Infine, una siffatta impresa ridarebbe fondamento e slancio alla policy statunitense basata non sul dialogo ma sulla forza, l’egemonismo e l’unilateralismo.

 La tenuta temporale della False Flag

 L'unico punto critico di uno scenario di questo tipo risiede nella credibilità dell'attribuzione. In un'epoca di saturazione informativa e di analisi forensi sull'origine dei materiali radioattivi (la cosiddetta nuclear forensics, in grado di tracciare la firma isotopica dell'uranio o del cobalto fino al reattore di provenienza), la macchina dell'intelligence dovrebbe garantire un controllo totale sulla narrazione per impedire che contro-verifiche indipendenti possano sollevare il sospetto della false flag, svelamento che causerebbe il collasso definitivo di legittimità per chiunque ne fosse l'artefice.

 Ma, all’atto pratico, il problema non si pone. Considerate semplicemente questo: se la bomba sporca scoppia oggi, e già domani i mezzi di informazione controllati dagli israelo-americani annunciano che sono stati gli iraniani, e poi vengono presentati indizi e prove artefatti (come avvenne nel caso dell’Iraq e delle Torri Gemelle), nel giro di pochissimi giorni, nell’isteria generale, verrebbe lanciato l’attacco nucleare. E, dopo lo scoppio di una guerra nucleare contro l'Iran, con centinaia di migliaia di morti e il fallout che si aggira terrorizzando popoli interi assieme alla prospettiva di un conflitto termonucleare globale, l'interesse ad accertare se fosse o non fosse false flag sarebbe sopraffatto da altre urgenze e preoccupazioni.

 Effetti psicologici della minaccia immediata

 In un quadro di escalation di questa portata, la variabile tempo e l'attenzione pubblica cambiano natura in modo drastico. In psicologia sociale e nell'analisi delle dinamiche di crisi (il cosiddetto rally round the flag spinto all'estremo), di fronte a una minaccia esistenziale immediata o all'impatto psicologico di una catastrofe nucleare, la gerarchia dei bisogni individuali e collettivi si riassesta istantaneamente, favorendo la tenuta dell’inganno. Il meccanismo opera su più livelli:

 Primo livello: saturazione cognitiva e panico primario: l'ansia per la sopravvivenza fisica, le conseguenze del fallout, il rischio di escalation globale e il collasso socio-economico imminente assorbono la quasi totalità dello spazio cognitivo e mediatico. L'urgenza del "cosa fare adesso" cancella la priorità epistemica del "cosa è successo davvero all'inizio".

 Secondo livello: spostamento del focus informativo: i canali di informazione e i governi orientano la narrazione unicamente sulla gestione dell'emergenza, sulla difesa strategica e sui soccorsi. Eventuali contro-narrative o indagini sull'origine dell'evento scatenante (false flag o meno) vengono relegate a un piano secondario o classificate come interferenze informative in tempo di guerra.

 Terzo livello: effetto di irreversibilità: quando le conseguenze materiali (le centinaia di migliaia di morti, la rappresaglia, la contaminazione) superano una soglia critica, l'origine dell'innesco perde rilevanza pratica per la politica attiva. Il processo bellico acquisisce una sua forza d'inerzia indipendente dalla causa iniziale.

 In questa prospettiva, la tenuta della falsa narrazione iniziale non richiede una stabilità a lungo termine o una tenuta rigorosa al vaglio storiografico o giudiziario. È sufficiente che regga la finestra temporale strettamente necessaria a varcare il punto di non ritorno strategico e istituzionale. Una volta superata quella soglia, la realtà dell'emergenza sovrascrive e rende irrilevante la questione dell'innesco nell'agenda dell'opinione pubblica.

 LA NEUTRALIZZAZIONE INFORMATIVA

 Ecco, abbiamo trovato una soluzione al problema iniziale. Una pessima soluzione. Per prevenire che venga adottata, bisogna bruciarla divulgandola.

 Divulgare per briciare è l'applicazione più pura ed estrema del principio di svelamento della minaccia (pre-bunking o neutralizzazione informativa preventiva). Nelle dinamiche di sicurezza e geopolitica, quando un'opzione teorica — per quanto distopica o disastrosa — offre un vantaggio tattico privo di costi immediati per chi la concepisce, il rischio che possa essere presa in considerazione smette di essere nullo. L'unico modo per disarmare un'ipotesi del genere prima che diventi operativa è privarla del suo requisito fondamentale: l'effetto sorpresa e l'opacità.

 In questo senso, l'analisi strategica e la divulgazione pubblica svolgono una funzione di anticorpo, perché distruggono la convenienza dell’azione da sventare e invertono l’effetto drammatico. Mi spiego: una psy-op di false flag o un pretesto fabbricato funzionano esclusivamente se l'opinione pubblica e gli attori internazionali li recepiscono come un evento genuino, improvviso e inaspettato. Rendere pubblica la griglia interpretativa del pretesto prima che si verifichi significa invalidarne il rendimento politico. Inoltre, se lo scenario è già stato ampiamente sviscerato, analizzato e predetto nell'arena pubblica, nel momento esatto in cui dovesse verificarsi, esso non genererà soltanto panico o adesione cieca, ma farà scattare immediatamente il sospetto e la griglia di verifica che gli ideatori volevano evitare. Il "costo della diffidenza" diventa troppo alto. Portare alle estreme conseguenze logiche i calcoli cinici sulla manipolazione dei simboli (come la profanazione di un luogo sacro) e sul cinismo dei tempi di reazione significa mostrare al pubblico il meccanismo dietro il sipario.

 Esplicitare e smontare questi meccanismi fin nei minimi dettagli — evidenziando quanto sia facile e allettante strumentalizzare la distruzione per sbloccare un'impasse politica o narcisistica — è precisamente il compito dell'analisi critica e della psicologia politica. Rendere una trappola visibile a tutti è l'unico modo per far sì che nessuno possa più cascarci.

 Il pensiero strategico della Realpolitik — quello formulato da figure come Henry Kissinger o Niccolò Machiavelli — si fonda sull'astrazione cinica della morale a favore del calcolo del potere, della sopravvivenza dello Stato e dell'equilibrio delle forze.

 Analizzare la geopolitica secondo questi schemi significa spogliare la realtà di qualsiasi sovrastruttura ideologica o retorica per guardare unicamente alle equazioni di forza, alla manipolazione delle percezioni e ai costi-benefici delle scelte strategiche, anche quelle più estreme. È l'esercizio di immaginare "l'inimmaginabile" — l'uso di pretesti, l'esternalizzazione dei conflitti, la gestione dell'azzardo morale o il sacrificio di settori di stabilità — non per auspicarlo, ma per comprenderne la logica interna.

 La forza di questo tipo di analisi risiede proprio nel suo valore disvelante. Riconoscere come ragiona la Realpolitik più spietata consente di anticiparne le mosse, smontarne la propaganda e, come abbiamo evidenziato, privare i suoi attori del fattore sorpresa o del monopolio della narrazione.