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Il referendum sulla neutralità integrale e la ristrutturazione bellica del continente

di David Colantoni - 07/09/2026

Il referendum sulla neutralità integrale e la ristrutturazione bellica del continente

Fonte: Il Giornale d'Italia

La frattura costituzionale: il referendum e la disciplina del silenzio

La presente riflessione assume le categorie analitiche della mia Teoria della Classe Armata come strumento ermeneutico fondamentale per decodificare lo scenario politico, geofinanziario e ideologico che si sta consumando attorno al referendum elvetico.

Nel silenzio programmatico che avvolge lo spazio pubblico continentale — accuratamente saturato dalla spettacolarizzazione mediatica dei conflitti totalizzanti che assorbono ogni energia del dibattito, come quelli in Ucraina in Iran, (non cito Gaza nell’elenco perché è un genocidio e non un conflitto) si sta infatti consumando all’interno della Confederazione Elvetica un passaggio di portata teorica esemplare. La consultazione referendaria del 27 settembre 2026 sulla «salvaguardia della neutralità svizzera» condensa una drammaturgia che travalica l'orizzonte cantonale. L’eventualità che un corpo elettorale possa votare per blindare in Costituzione la neutralità armata integrale, sottraendo la propria giurisdizione ai dispositivi sanzionatori e ai blocchi commerciali coordinati dall'asse Washington-Bruxelles, costituisce un precedente pericolosissimo per le oligarchie burocratiche dell'Unione Europea ausiliarie civili della Classe Armata.

La postura delle classi dirigenti continentali di fronte al voto elvetico risponde a una precisa disciplina dell'anestetizzazione. Nei grandi apparati editoriali dell'Unione, l'oscuramento mediatico non è una omissione  contingente, ma si configura come una vera e propria arma di bonifica concettuale: una censura per atrofia che punta a sterilizzare lo spazio pubblico prima ancora che il dibattito possa strutturarsi. L'idea stessa che un corpo elettorale, rinomato sulla questione della neutralità come quello svizzero, possa votare per sottrarre la propria giurisdizione ai dispositivi sanzionatori e ai blocchi commerciali stabiliti dall'asse Washington-Bruxelles rappresenta un precedente intollerabile per le oligarchie burocratiche europee ausiliarie del potere militare della Classe Armata. La neutralità — in quanto categoria politica non allineata e residuo di sovranità civile sottratto alla logica bipolare — deve essere sistematicamente eradicata dal lessico strategico del continente. Rendere invisibile il referendum elvetico serve a impedire che l'eresia della neutralità svizzera si trasformi in un contagio politico per le opinioni pubbliche europee. Popoli che — come dimostrano in modo univoco e costante i rilevamenti demoscopici in tutte le nazioni del continente, ed è emblematico il caso della Germania, dove il Manifest für Frieden promosso dalla redazione di Emma e da Sahra Wagenknecht raccolse in pochissimo tempo oltre mezzo milione di firme indirizzate al Cancelliere Scholz per chiedere lo stop all'invio di armi — restano visceralmente contrari al conflitto, vengono così sottoposti a una vera e propria "busificazione" ideologica. Con questa formula occorre intendere la trasposizione sul piano del dibattito pubblico dei brutali metodi di reclutamento coatto applicati per strada dalle autorità ucraine — la caccia all'uomo tramite pulmini (bus) per il truppaggio forzato al fronte —, qui declinata come rastrellamento mediatico e psicologico delle coscienze, volto a trascinare i cittadini a forza, e contro la loro stessa volontà ampiamente documentata, nella narrazione dello stato di guerra permanente.

L'arma sanzionatoria e la spaccatura di frontiera

La frattura emersa nel dibattito federale, nella mia interpretazione come un altro clamoroso evento di faglia della lotta di classe asimmetrica fra Borghesia inconsapevole e Classe Armata parassitoide che identifico nella mia teorizzazione, nasce dalla consapevolezza che le sanzioni economiche e il congelamento degli asset sovrani non costituiscono un'alternativa diplomatica alla guerra, bensì la sua prosecuzione con altri mezzi. L’assedio economico persegue i medesimi obiettivi di un attacco alle infrastrutture critiche: paralizzare i circuiti di approvvigionamento di uno Stato, congelarne le risorse vitali e comprometterne la riproduzione materiale. Aderendo in modo automatico ai pacchetti coercitivi dell’Unione Europea, lo Stato elvetico ha abdicato alla propria funzione storico-diplomatica di spazio terzo, subordinando la propria infrastruttura bancaria alle esigenze del blocco atlantico. Costituzionalizzare la neutralità significa, per i fautori del , sottrarre il sistema creditizio della Confederazione a questa logica di arruolamento coatto.

Mentre le proiezioni nazionali evidenziano una maggioranza orientata al rigetto dell'iniziativa — sotto la spinta delle concentrazioni urbano-finanziarie di Zurigo e Berna, ormai assimilate alla egemonia del potere militare della Classe Armata —, la geografia elettorale mostra una spaccatura socio-culturale profonda. Il Canton Ticino e le valli italofone si muovono in aperta controtendenza, registrando una solida adesione alla neutralità assoluta. Questa resistenza periferica esprime la reazione materiale delle comunità locali contro la penetrazione dell'egemone burocratico interno: la Svizzera di lingua italiana, distante dalle logiche di allineamento mitteleuropee, individua nella neutralità integrale uno strumento primario di tutela sovrana di fronte a un'aristocrazia amministrativa ampiamente integrata nei flussi finanziari dell'Unione. Il dato del Canton Ticino risente infatti in modo determinante dell'osmosi culturale con l'Italia, dove il rifiuto popolare per il sostegno militare all'Ucraina e per il coinvolgimento bellico si attesta storicamente tra i più alti d'Europa. Attraverso questo canale di risonanza transfrontaliero, lo scetticismo diffuso nell'opinione pubblica italiana penetra nel dibattito ticinese, offrendo un argine ideale all'allineamento bellicista preteso dal blocco di Berna.

Il laboratorio geofinanziario: la battaglia dei 185 miliardi ad Euroclear e la provocazione di Lipsia

Come dimostro nel mio libro Teoria della Classe Armata. L'età del potere militare, la resistenza della neutralità elvetica non è un fenomeno isolato, ma si salda strutturalmente con quanto emerso nel braccio di ferro tra la Commissione Europea — ausiliaria funzionale della Classe Armata — e la banca belga Euroclear, custode dei 185 miliardi di euro di asset sovrani russi congelati. Questo scontro tra la ratio mercantile della borghesia capitalista (intenzionata a tutelare la certezza del diritto, la sacralità della proprietà e la stabilità dei mercati) e la ratio tanatologica e parassitaria del potere militare ha conosciuto una drammatica riattivazione.

Di fronte allo stallo istituzionale imposto dal veto belga e dalle resistenze tecniche di Euroclear — espresse chiaramente dall'AD Valerie Urbain, che ha denunciato il rischio devastante di convertire le infrastrutture finanziarie in "armi geopolitiche" —, la Classe Armata ha sfruttato e/o prodotto l'incidente del drone-bomba all'aeroporto di Lipsia per riaprire d'impatto la partita. Classificando immediatamente l'episodio come atto di "terrorismo di Stato" ed escalation bellica diretta sul suolo europeo, i vertici dell'Unione — con Ursula von der Leyen e Kaja Kallas in prima linea — hanno riattivato le pressioni per superare le riserve giuridiche belghe e forzare il sequestro o la collateralizzazione coatta dei 185 miliardi.

L'uso politico dell'evento di Lipsia conferma la tesi teorica del mio lavoro: quando la borghesia finanziaria rivendica la propria autonomia mercantile e il ritorno alla prevedibilità giuridica, la Classe Armata risponde fabbricando ad hoc o strumentalizzando opportunisticamente gli shock esterni — e frequentemente combinando entrambi i dispositivi — per evocare lo stato d'emergenza e la minaccia d'aggressione. In questo modo azzera la certezza del diritto e subordina in modo coercitivo il capitale privato e sovrano alle priorità della riproduzione bellica indefinitamente prolungata.

L'infrastruttura materiale dell'umanitarismo egemonico: il ruolo delle ONG

Nella lucida diagnosi di Zygmunt Bauman sulle dinamiche del potere contemporaneo, la sfera pubblica e le sue istituzioni celebrano periodicamente i rituali del "carnevale della democrazia": una messa in scena ricca di maschere rassicuranti — i "diritti umani" universali, l'indipendenza della società civile, la neutralità delle garanzie giurisdizionali — destinate a celare i reali rapporti di forza materiali. La postura assunta da Amnesty International di fronte al voto federale elvetico rappresenta esattamente la caduta di una di queste maschere fondamentali. Con il suo scandaloso appello aperto a respingere la neutralità integrale e a schierarsi per il No, l'organizzazione non incorre in un'aberrazione tattica né in un fortuito infortunio valutativo; al contrario, svela la propria natura profonda, sanzionando in via formale l'avvenuta sussunzione dell’apparato "umanitario" occidentale all'interno dell’architettura ideologica e geopolitica del blocco euro-atlantico.

Per decodificare questa traiettoria è necessario applicare una rigorosa anatomia della sua economia politica. Le ONG non operano in una sfera morale disincarnata; esse poggiano su precise infrastrutture giuridiche e finanziarie territorialmente determinate. Con il proprio Segretariato Internazionale insediato a Londra — snodo storico del capitale finanziario, centro nevralgico dell’anglosfera e tra i principali motori propulsivi dell'escalation bellica —, e la sua più potente sede negli USA, Amnesty è organicamente integrata nei circuiti riproduttivi dell’egemone. Londra non rappresenta infatti soltanto la piazza bancaria di coordinamento del blocco sanzionatorio, ma la vera e propria avanguardia politico-strategica del partito della guerra: dal sabotaggio diretto del tavolo negoziale di Istanbul nella primavera del 2022 fino al costante ruolo di spinta per l'innalzamento della soglia dello scontro. È il Regno Unito ad aver infranto per primo i tabù strategici attraverso il trasferimento dei missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow e la condivisione delle relative tecnologie di guida, garantendo una totale assistenza di targeting tramite il supporto satellitare e l'intelligence in tempo reale, fino alle continue pressioni politiche per autorizzare e sollecitare attacchi in profondità sul territorio russo. Fisicamente inserita con la sua sede giuridico apicale in questo ecosistema statale, industriale e mediatico capillarmente proteso alla prosecuzione e alla radicalizzazione del conflitto, Amnesty International, nel migliore dei casi,   assorbe ed elabora la logica bellicista dell'establishment britannico. Quando sostiene che la neutralità elvetica «impedirebbe di perseguire i violatori dei diritti umani», Amnesty attua dunque una mistificazione teorica: sovrappone deliberatamente la coercizione economico-finanziaria — arma di guerra asimmetrica per il disciplinamento delle periferie — con la tutela giuridica delle popolazioni civili. Inibendo alla Svizzera l'adesione a regimi sanzionatori unilaterali esterni all'ONU, il referendum spezzerebbe la cinghia di trasmissione del comando economico euro-atlantico.

La geometria variabile del dolore: la casistica Lira-Naval'nyj

Questa subalternità strutturale produce un’inevitabile gerarchizzazione geopolitica delle vittime, quale controprova fattuale dell'impianto analitico fin qui sviluppato. La recente prassi dell’organizzazione dimostra come lo status di "prigioniero di coscienza" sia strettamente funzionale alla sua utilità tattica sui teatri di scontro imperiale della Classe Armata, rispetto alla quale lo stratocapitalismo e l'apparato umanitario agiscono da scudieri e mezzadri ausiliari, partecipando alla spartizione del bottino materiale e reputazionale.

L’omissione sistematica che ha accompagnato la tortura e la morte del giornalista Gonzalo Lira nelle carceri ucraine si pone in stridente contrasto con la mobilitazione iperbolica e celebrativa profusa per Aleksej Naval'nyj. Nel caso del dissidente russo, l’organizzazione è giunta a una clamorosa e servile capitolazione politico-mediatica. Dopo avergli giustamente revocato lo status di "prigioniero di coscienza" a causa del suo passato di violenta e criminale xenofobia — segnato dal famigerato video in cui incitava all'eliminazione fisica e al massacro dei russi non etnici e dei musulmani del Caucaso, paragonati esplicitamente a scarafaggi, facendosi così mandante e istigatore ideologico di violenze razziali —, Amnesty ha ceduto ai diktat dei governi occidentali, reintegrando d'imperio lo status con un'umiliante ritrattazione formale. Laddove la figura di Naval'nyj risultava un'arma spendibile per la destabilizzazione del Cremlino, la prigionia e il martirio di Lira disturbavano l'assetto strategico del proxy ucraino. La figura del reporter cileno-statunitense è tutt'oggi oggetto di una vera e propria sterilizzazione storiografica: il suo nome risulta letteralmente cancellato e introvabile nei motori di ricerca interni di Amnesty International, che ha scientemente ignorato le sistematiche deprivazioni e torture subite dal giornalista nelle prigioni ucraine. Torture culminate nella polmonite letale denunciata dallo stesso Lira in un drammatico e dettagliato testamento pubblico diffuso su X durante il suo estremo e fallito tentativo di fuga dal paese. La tutela dei diritti umani si rivela così senza ambiguità come pura, brutale funzione della postura militare e propagandistica atlantica.

L'ascesa della Classe Armata e lo sradicamento del modello di milizia

Come approfondito nella Teoria della Classe Armata. L'età del potere militare, il cortocircuito elvetico, le tensioni su Euroclear riaccese dal caso Lipsia e la cooptazione strategica delle ONG acquistano la loro piena intellegibilità solo se inseriti nella dinamica di lungo periodo della modernità tardo-capitalista: l'emergere della classe armata. Con la liquidazione della leva di massa e la definitiva transizione verso apparati militari professionalizzati, autonomi e iper-tecnologici, le forze armate occidentali si sono recise dal corpo sociale delle nazioni. Esse si sono costituite come frazione di classe autonoma, definita non dal possesso dei mezzi di produzione, bensì dal monopolio e dalla gestione dei mezzi di distruzione.

È precisamente su questo terreno che la Svizzera incarna una minaccia strutturale e ontologica al processo egemonico della Classe Armata. Il paradigma elvetico — fondato sul sistema di milizia cittadina (Milizsystem) — rappresenta storicamente l'ultimo reperto organico dell'esercito di popolo di matrice illuminista e rivoluzionaria borghese. In questo modello, le armi restano ancorate all'architettura civile e al corpo della società, impedendo la costituzione di una casta militare recisa e professionale.

La Classe Armata, per affermare la propria riproduzione parassitaria e il proprio dominio decisionale autonomo, non può tollerare l'esistenza di un paradigma alternativo in cui il monopolio della forza rimanga subordinato al corpo politico dei cittadini e alla neutralità dello Stato civile. L'attacco alla neutralità elvetica — condotto attraverso la pressione finanziaria, l'allineamento mediatico e il disciplinamento dell'apparato umanitario — risponde alla necessità imperativa di eradicare questo modello difensivo e popolare. Il referendum del settembre 2026 non è dunque una semplice vertenza doganale o diplomatica: è lo scontro finale tra la forma residuale dello Stato civile repubblicano e l'arruolamento totale preteso dalla Classe Armata transnazionale.

Proprio per questo, in questi ultimi e decisivi giorni che separano il Paese elvetico dalle urne, qualsiasi movimento per il disarmo e per la pace ancora operante in Europa ha il dovere politico e morale di rompere il cordone sanitario dell'informazione dominante. È necessario far risuonare con forza la voce del popolo elvetico e di tutti i popoli europei, unendo le resistenze popolari in un unico fronte di sostegno a questo coraggioso referendum: un passaggio fondamentale che rivendica il ritorno a una neutralità assoluta della Svizzera, per spezzare l'egemonia della narrazione bellicista e riaffermare l'autonomia della politica contro la logica della guerra permanente.