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Una lettura non cristiana di Alessandro Manzoni

di Alberto Giovanni Biuso - 12/04/2026

Una lettura non cristiana di Alessandro Manzoni

Fonte: GRECE Italia

Appare anche a me incredibile. Mi sono formato infatti sulla scrittura di Alessandro Manzoni; l’ho spiegato tante volte a scuola quando insegnavo letteratura italiana nei Licei; ho tenuto conferenze sulle sue opere; è uno degli scrittori che più amo, ma non avevo mai pubblicato un saggio su di lui. L’ho fatto adesso mettendo al centro dell’analisi il suo primo romanzo, Fermo e Lucia, e facendo ruotare intorno a quest’opera espressionistica e disincantata i suoi testi storiografici, i suoi versi, le tragedie, I Promessi Sposi.
Fermo e Lucia è infatti un romanzo gotico e insieme modernissimo, nel quale la punteggiatura, un poco al modo di Céline, diventa parte del racconto e del dire dei personaggi. Un romanzo corale e sonoro, che ha l’intenzione di essere anche un testo vocale, dove sembra di sentire proprio parlare i personaggi mentre si leggono le loro battute. Un romanzo vivacissimo, che avrà certamente i suoi limiti, primo dei quali un lessico intessuto di dialettismi lombardi, di modi di dire locali. Ma è davvero un difetto? Non contribuiscono invece il suo lessico e la sua sintassi a percepire meglio la carne del tempo, la forza sia oppressiva sia emancipatrice della storia?
Le figure centrali di Don Rodrigo e di Gertrude appaiono diverse da quelle del secondo romanzo e anche la vera anima nera di entrambe le opere, Don Abbondio, mostra qui in modo ancora più esplicito la propria miseria. Nel corpomente di Don Abbondio, scrive Manzoni, «l’egoismo, la debolezza, e la paura vi si trovavano come in casa loro». Che il mondo sia «tristo» e che gli uomini siano «ingrati» è la tesi di Don Rodrigo ma è anche ciò che pensa il suo avversario, il Padre Cristoforo, per il quale «ogni uomo ama troppo la sua vita e il suo riposo per sagrificarlo alla giustizia, alla giustizia altrui», tanto che la peste «non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta».
La filosofia della storia e l’antropologia negativa di Manzoni possono comunque fare a meno e fanno a meno della loro base teologica. I suoi romanzi, compreso Fermo e Lucia, mostrano che esse sono fondate sulla capacità storico-psicologica di penetrare nelle ragioni e nelle forme dei comportamenti individuali e collettivi, mostrano una lucidità illuministica libera però dalle illusioni antropologiche e dalla fiducia storica dell’Illuminismo, anche se bisogna sempre ricordare a questo proposito che tali illusioni e tale fiducia non sono affatto condivise, ad esempio, neppure da un illuminista come Voltaire.

 «Vigna già maledetta». Una lettura non cristiana di Manzoni

Così va spesso il mondo

Esercitare sulle vicende umane un tratto di distanza e di ironia è fondamentale per vivere ed è un elemento che contribuisce a volte in modo determinante a rendere feconda nel tempo un’opera letteraria, per la ragione che la separa dal contesto immediato nel quale essa è stata pensata e la rende invece universale nel tempo e nello spazio.

Tra le formule manzoniane che meglio esprimono tale distanza e questa ironia è emblematica una frase come: «Così va spesso il mondo…voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo» [1]. La grandezza di Manzoni consiste nel far diventare una «storia milanese del secolo XVII» il racconto stesso dell’umanità. Un racconto fatto di passioni, soprusi, generosità, miserie, slanci, guerra, malattie, fame, un racconto fatto di profonda iniquità. Il velo provvidenzialistico del quale lo scrittore ammanta le sue pagine non è sufficiente a coprire l’amarezza profonda e il vero e proprio disgusto che spesso le intesse.

Non è soltanto la vicenda descritta nella Storia della colonna infame ma è l’intera storia umana a costituire la testimonianza «d’un gran male fatto senza ragioni da uomini a uomini» [2]. I tanti episodi di generosità e dedizione che intramano il romanzo, le figure esemplari – prima tra tutte il Cardinale Federigo Borromeo -, l’affrancarsi da esistenze fino ad allora malvagie – l’Innominato – o un pentirsi del male compiuto che si spinge sino all’odio di sé – Gertrude – non nascondono né attenuano il peso di un’espressione terribile come «e del resto c’è in tutta questa storia qualcosa di più forte che lo schifo» [3].

I due testi propriamente tragici di Manzoni, vale a dire Il Conte di Carmagnola e Adelchi, sono ambientati il primo durante il XV secolo nella Repubblica di Venezia ma con il chiaro intento di descrivere la situazione dell’Italia del XIX, la sua frammentazione, la sua sottomissione a potenze straniere; il secondo dentro la guerra che nell’VIII secolo oppose i Longobardi ai Franchi in Italia. Si tratta di tragedie molto diverse dal modello greco, anche se ne conservano alcuni elementi come il Coro, e più vicine a quello shakespeariano. Entrambe esprimono passioni storiche e individuali che scuotono dal profondo gli umani, li conducono all’acme, li annientano. Il significato universale delle tragedie e del romanzo manzoniano (in realtà due romanzi, come stiamo per vedere) è riassunto nelle parole che Adelchi morente rivolge al padre Desiderio: «loco a gentile, / ad innocente opra non v’è: non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / dritto» [4].

Nel mondo dunque non c’è spazio per azioni innocenti e si dà invece una secca alternativa tra il fare danno ad altri umani o il subirlo da loro. E tutto questo viene anche sancito dalle istituzioni, viene stabilito nel diritto, che è sempre la regola di chi ha vinto.

Credo che anche una superficiale conoscenza della storia umana, o almeno della storia delle civiltà che si sono susseguite nel Mediterraneo e in quelle che sono protagoniste del capitalismo globalista contemporaneo, dia ragione al disincanto di Manzoni.

 Espressionismo

A conferma di quanto sin qui detto, mi concentrerò non sulla versione definitiva dei Promessi Sposi ma su quel loro ampio prodromo e prima versione che ha come titolo Fermo e Lucia. Si tratta infatti di un romanzo espressionista nel quale la punteggiatura, un poco al modo di Céline, diventa parte del racconto e del dire dei personaggi. Un romanzo corale e sonoro, che ha l’intenzione – come suggerisce il curatore dell’edizione “Meridiani”, Salvatore Silvano Nigro – di essere anche un testo vocale, dove sembra di sentire proprio parlare i personaggi mentre si leggono le loro battute. Un romanzo vivacissimo, che avrà certamente i suoi limiti, primo dei quali un lessico intessuto di dialettismi lombardi, di modi di dire locali. Ma è davvero un difetto? Non contribuiscono invece il suo lessico e la sua sintassi a percepire meglio la carne del tempo, la forza sia oppressiva sia emancipatrice della storia?

Per questa e per altre ragioni, «Fermo e Lucia è perfettamente riconoscibile come un’idea di romanzo autonomo rispetto ai Promessi Sposi» [5]. Indico almeno una di tali ragioni, la quale mostra che se certamente la misura classica dei Promessi Sposi costituisce uno dei vertici della letteratura nella nostra lingua, la potenza espressiva e finanche appunto espressionistica del Fermo e Lucia andrebbe rivalutata, letta con uno sguardo diverso, uno sguardo che veda in questa prima stesura dell’opera un altro romanzo, appunto autonomo. Tale ragione è narrativa e non formale, non riguarda soltanto la scrittura. 

 

Don Rodrigo / Gertrude

A dimostrarlo è l’evoluzione del personaggio di Don Rodrigo. Nei Promessi Sposi l’agonia e la morte di questo malvagio costituiscono l’ennesima occasione di edificazione, di metamorfosi del male in giudizio e in perdono. Don Rodrigo è infatti arrivato da quattro giorni al Lazzaretto quando Padre Cristoforo conduce Renzo, giustamente irato contro colui, a guardarlo e a perdonarlo: 

«Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere.

– Tu vedi! – disse il frate, con voce bassa e grave. – Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto» [6]. 

Nel Fermo e Lucia la fine di Don Rodrigo è completamente diversa. Il persecutore appare a sorpresa nella capanna dove il cappuccino e i due fidanzati si sono finalmente radunati. Vedendolo, Lucia «mandò uno strido repentino» [7] al quale segue la fuga folle dell’appestato su un cavallo rubato ai monatti, fuga che terrorizza gli altri malati e che si conclude soltanto con la morte di Don Rodrigo, così sintetizzata da un monatto: «Il diavolo l’aveva in corpo costui; è andato su e giù finch’ebbe fiato: se durava ancora, faceva crepare il cavallo: ma è crepato egli» [8].

Il diverso racconto nelle due stesure dell’opera è davvero emblematico della loro diversa tonalità, di una Stimmung che nei Promessi Sposi è pacata e benedicente, in Fermo e Lucia è orribile e maledetta.

Altro celebre esempio è la vicenda di Gertrude successiva al suo essere diventata «monaca per sempre» [9], raccontata nel Fermo e Lucia in vari capitoli e in ogni suo dettaglio criminale e scabroso (per quanto scabroso possa essere naturalmente Manzoni), nella complicità erotica e omicida con altre due monache, nel dominio assoluto esercitato da Egidio su tutte e tre le donne. E che invece nei Promessi Sposi si sintetizza in tre parole nelle quali si condensano la seduzione e la sottomissione di Gertrude al suo amante: «La sventurata rispose» [10], parole alle quali segue poco altro e sempre in forma assai sobria.

 Don Abbondio / Donna Prassede

Di questo romanzo espressionista, gotico, sanguigno, prenderò come emblema e sineddoche i due personaggi peggiori. Che non sono Don Rodrigo, un semplice guappo del suo tempo; non il Conte del Sagrato, quell’Innominato la cui figura si dirama in entrambi i romanzi lungo pagine che delineano una vera e propria fenomenologia del potere, delle sue motivazioni, delle tensioni, delle sue catastrofi; non l’Azzeccagarbugli, un misero leguleo; e neppure il Conte Zio del Consiglio Segreto, un burocrate dell’oppressione che presume di sé molto più di ciò che effettivamente è.

No, i due personaggi davvero inquietanti dei romanzi manzoniani sono una devota amica del Cardinale Federigo Borromeo e uno dei suoi preti. Sono due ‘Don’: Don Abbondio e Donna Prassede.

La nobildonna milanese, di fatto piena di debiti, è un’ottima cristiana, che dalla mattina alla sera si propone di dispensare la morale e la verità a tutti coloro che incontra, specialmente alle anime che le appaiono in pericolo o traviate. Tra queste c’è Lucia, la quale per essersi promessa a un uomo che agli occhi di questa Signora appare un ribelle e un violento agitatore nel giorno dell’attacco ai forni di Milano, vale a dire Fermo/Renzo, deve pur avere qualcosa che non funziona, nonostante la sua apparenza così remissiva. La conseguenza è che Donna Prassede non smette mai di tormentare la ragazza.

Nei Promessi Sposi questa donna viene liquidata con un giudizio ironico e terribile, questo: «Come diceva spesso agli altri e a sè stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello» [11]. Un errore assai diffuso.

In entrambi i romanzi l’arrogante autoritarismo dei buoni, e dunque anche quello di questa Signora (oltretutto cognitivamente limitata), assume altre sfumature, le quali hanno tutte al centro la morale, si costruiscono tutte sul bene. Infatti «la sua gran voglia di comandare […] era puro desiderio del bene» [12]. Di fronte al pianto di Lucia, e diversamente dall’Innominato, «Donna Prassede parlava per fare il bene, e non si lasciava smuovere» [13]. Il terrore egocentrico mostrato da questo personaggio in occasione della peste è motivato allo stesso modo, è motivato sempre con il bene: «Pensò ella che per fare del bene la prima condizione è d’essere in vita, e per allora, volle assicurar questa» [14].

Volle assicurarsi prima di tutto e sempre della vita, della propria vita, la quale riveste ai suoi occhi un’enorme importanza rispetto a quella di qualunque altro essere umano. Tale sentimento messo nell’anima di una sincera cristiana e di una donna moralissima dovrebbe rendere più prudenti coloro che vedono in Manzoni soltanto un difensore della morale cattolica. Egli lo è, certo, ma è anche molto di più.

La conferma della irriducibilità di questo scrittore al perimetro della propria fede personale è clamorosa. Il personaggio moralmente peggiore dei suoi romanzi è infatti un sacerdote cattolico, del quale «Manzoni fa una bestemmia vivente», come scrive in due occasioni il curatore di Fermo e Lucia [15]. Don Abbondio è una bestemmia vivente ed è anche, aggiunge Nigro, uno «stratega machiavellista della propria vigliaccheria» [16]. Un vile, dunque, ma anche un ingannatore e soprattutto un cinico completamente indifferente ai diritti e alle vite degli altri.

Come tutti sanno, la viltà intride ogni cellula e ogni istante di questo personaggio. Ma non tutti intendono e sanno sino a che punto questo sia vero. Nel corpomente di Don Abbondio, infatti, «l’egoismo, la debolezza, e la paura vi si trovavano come in casa loro» [17]. Sulla vita, sul diritto di conservarla anche a danno di chiunque altro, questo prete non sente ragioni. Anche il discorso del suo superiore, il Cardinale Federigo Borromeo, a proposito dell’esempio di Cristo e dei doveri dal prete assunti con l’ordinazione, è pronunciato per lui in una lingua straniera, per intendere la quale Don Abbondio non possiede nessuno strumento, né intellettuale, né esistenziale, né etico. Il vescovo gli ricorda che la paura è anch’essa una passione e che come tutte le passioni più la si asseconda più diventa totalizzante. Ma è inutile. A ogni riflessione razionale e a ogni dovere sacerdotale, Don Abbondio o risponde balbettando, come fa nei Promessi Sposi: «Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire» [18] oppure con la medesima battuta ma anche con volgare virulenza, risponde nel Fermo e Lucia: «La pelle! la pelle! non è una ragione bastante?» [19].

Nei Promessi Sposi il prete risulta comunque un poco sensato, ammettendo anche «che avrò torto io. Il coraggio, uno non se lo può dare» [20]. Nel Fermo e Lucia, invece, nessun cedimento alle ragioni del cardinale o di chiunque altro. Anzi, la presunzione di sé perviene a veri e propri pensieri ostili, come quelli rivolti a Lucia, a Fermo, al Conte del Sagrato.

Infatti invece di gioire, da cristiano, per la conversione di un peccatore, di un soggetto violentissimo e sanguinario come il Conte/Innominato, Don Abbondio si lamenta con se stesso per essere costretto ad accompagnare il Conte del Sagrato e contribuire così alla liberazione di Lucia: «Ha da venir qui in persona, a cercare l’arcivescovo, senza che nessuno ce lo abbia mandato per forza, proprio per mettere me in impaccio: e questo arcivescovo, benedett’uomo che vorrebbe drizzar le gambe ai cani» [21].

È comunque a Fermo/Renzo e soprattutto a Lucia che il sacerdote rivolge pensieri di una ferocia persino inverosimile. Egli si lamenta infatti con il destino – e dunque con Dio – del fatto che «questa donna è nata per la mia disperazione», che «questa ragazza benedetta vuol essere la mia morte!», sino a sperare – dopo il ritorno di Fermo a Lecco durante la peste – che il ragazzo non trovi viva a Milano la sua fidanzata: «Povero me! Se costui va a Milano, se trova Lucia, se tornano alle loro antiche pretese, ecco rinnovato l’imbroglio» [22]. Don Abbondio definisce dunque ‘pretese’ non soltanto il diritto dei due fidanzati a unirsi in matrimonio ma il loro stesso amarsi e persino il loro esistere.

Così il prete tratta i suoi parrocchiani, le ‘anime’ affidate alla sua cura, le persone oneste e pacifiche. E invece chi avesse «commesso un omicidio poteva esser certo che Don Abbondio non gli avrebbe mai trovato un difetto» [23]. Questo personaggio è una prova assai plastica della verità per la quale sempre nella storia umana, compreso il nostro tempo, i Don Rodrigo esistono soprattutto perché esistono i Don Abbondio. In caso contrario, la loro violenza caratteriale e di clan non potrebbe diventare determinante e decisiva. Verità che vale anche per il fenomeno mafioso, ovunque esso si presenti, e per qualunque altra situazione si dia di violenza e di sopruso.

La tonalità esistenziale di Don Abbondio è miserrima. Ma è anche colma di energia quando si tratta di rivendicare e difendere la propria viltà. Lo afferma esplicitamente lui stesso: «Quando si tratti di salvare la pelle, ho coraggio anch’io» e lo conferma Manzoni: «Quando si trattava di paura, egli mostrava una risoluzione e una virtù» [24].

Quando all’arrivo dei soldati imperiali (i quali sono lanzichenecchi e luterani e quindi assai pericolosi per un prete cattolico) Don Abbondio fugge da Lecco per rifugiarsi dall’Innominato – pur se con titubanze e incertezze non nutrendo in realtà alcuna fiducia nella Provvidenza che avrebbe davvero trasformato il Conte del Sagrato in un uomo pacifico – non ha pensiero che per sé, attribuendo però tale sentimento a tutti gli altri, in nome del proprio totale e inemendabile vittimismo: «Ognuno pensa a se: ognuno pensa a se; e a me nessuno vuol pensare» [25].

 Letteratura o filosofia della storia?

Forse chi legge queste pagine penserà che siano un poco eccessive, se non fuori luogo, nell’impiegare tanta energia nei confronti di quello che in fondo è soltanto un personaggio letterario. Ma è proprio così? È soltanto così? La grandezza di Manzoni sta anche nel fare di ogni sua invenzione, situazione e personaggio una descrizione plausibile e concreta della vita umana. È questo che nel suo caso vuol dire romanzo storico, un raccontare che inventa sul fondamento del possibile, del reale e a volte del certo.

«Fame, guerra e peste» [26] sono tra i protagonisti ricorrenti delle vicende umane. Il cappuccino Padre Felice, direttore del Lazzaretto milanese, lo ribadisce con forza, attribuendone l’esistenza alla malvagità umana: «Per li nostri peccati, la fame! Per li nostri peccati, la guerra! Per li nostri peccati, la peste!» [27]. La narrazione di «un sistema oppressivo e impotente, insensato e immutabile» [28] non riguarda soltanto il Ducato di Milano nel 1628-1630 ma è universale. Lo conferma una delle più ironiche e note battute presenti in entrambi i romanzi (pur con una piccola variante), parole già sopra ricordate: «Così va il mondo; o…voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo» [29].

Parte fondamentale della storia umana è la folla, la sua violenza. La filosofia della storia di Manzoni è percorsa dall’«ululato orribile della moltitudine», la cui irrazionalità non è mai capace di ammettere un proprio errore poiché simili ammissioni significherebbero «confessare d’essere stati bestialmente ostinati e ciechi» [30]. Le masse possono infatti con facilità transitare dall’obbedienza totale e convinta verso un tiranno alla più violenta reazione contro di lui, quando questi è caduto (compreso il caso Mussolini). I dotti, i professori, gli esperti condividono spesso tale irrazionalità, come è dimostrato dal fatto (del quale abbiamo avuto conferma negli anni recenti) che anche «le più solenni stravaganze, raccolte insieme, e tenute da una circostanza comune» vengono «universalmente avute in conto di verità incontrovertibili» [31].

Tale è la macchina del potere, delle istituzioni, degli esperti diventati oracoli, delle folle obbedienti alle istituzioni e agli esperti. Tale è il «potere che genera tenebra, dolori e lutti» [32], che ha il proprio collante nel conformismo verso le opinioni dominanti che sono sempre – come Marx ben argomenta – le opinioni della classe dominante, le quali negli anni Venti del XXI secolo sono le opinioni diffuse dai media, proprietà della grande finanza liberista e globalista. Una delle affermazioni più profonde e più vere di Fermo e Lucia è infatti la constatazione che «l’adulazione ad una opinione predominante ha tutti i caratteri indegni di quella che si usa verso i potenti» [33].

 Un’antropologia negativa

In generale, ed è questo il punto chiave del discorso che sto conducendo, Manzoni è irriducibile a qualunque classificazione semplicemente devota, confessionale e moralistica, anche e soprattutto perché la sua è un’antropologia negativa che trova nella fede cristiana una garanzia di superamento senza la quale probabilmente l’uomo Manzoni non sarebbe riuscito a sopravvivere ma che non costituisce un appagamento quieto nella salvezza portata dal messaggio evangelico quanto piuttosto l’ammissione della distanza incolmabile tra le richieste – irrealistiche ed eccessive – di quel messaggio e l’effettuale natura umana, dentro la quale e a causa della quale non si può mai sperare in una «assoluta giustizia, che non si cerca nelle cose umane» [34].

Provo qui ad addurre alcune prove testuali a sostegno di tale interpretazione le quali, come accennato, trovano in Fermo e Lucia una tonalità espressiva spesso più esplicita e più disincantata rispetto alla misura dei Promessi Sposi. «Quello strumento guasto che si chiama ragione umana» non appare in grado di guidare le azioni dei membri della nostra specie, e neppure di attutire gli effetti distruttivi dei loro comportamenti, di attenuare gli effetti della «rude, stolida, schifosa perversità» delle esistenze individuali e collettive, questa tendenza a «tormentare altri» che sembra a volte superare persino quella di «assicurar se stesso» [35].

E questo accade mettendo in opera le più ingegnose, tenaci, complesse modalità che sembrano avere come scopo il moltiplicare il dolore già insito nella biologia, nel fatto stesso di esistere come entità limitate nel tempo e nello spazio. Gli umani possiedono «quella destrezza, quella diligenza che tutti noi figli d’Adamo sappiamo mettere nel far male a noi stessi» [36].

La tortura, grande tema del romanzo e della Storia della Colonna infame, è un esempio preclaro di tale capacità, di tanta ferocia. Che il mondo sia «tristo» e che gli uomini siano «ingrati» è quanto Don Rodrigo dice al Griso [37]; due affermazioni ancora più nette sono poste in bocca al personaggio eroico, al santo esemplare del romanzo, Padre Cristoforo.

Questo cappuccino davvero ideale, forte e umile, asceta e quasi mistico, osserva infatti (rivolgendosi in entrambi i casi a Fermo) che «ogni uomo ama troppo la sua vita e il suo riposo per sagrificarlo alla giustizia, alla giustizia altrui» e che la peste «non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta» [38].

‘Maledetta’ è la stessa parola, ha lo stesso obiettivo e intento che ebbe un altro cristiano ben radicato nel realismo di una condizione umana inemendabile. L’antropologia di Agostino d’Ippona vede infatti nella nostra specie una massa damnationis la quale è per questo giustamente condannata: «Merito namque peccati universa massa damnata est» [39]. Si potrebbe dunque individuare una linea che da Agostino va a Lutero, da Lutero al giansenismo e da qui a Manzoni. Ma sarebbe un’ipotesi ermeneutica insufficiente, anche se corretta. La filosofia della storia e l’antropologia negativa di Manzoni possono fare a meno e fanno a meno della loro base teologica. I suoi romanzi, compreso Fermo e Lucia, mostrano che esse sono fondate sulla capacità storico-psicologica di penetrare nelle ragioni e nelle forme dei comportamenti individuali e collettivi, mostrano una lucidità illuministica libera però dalle illusioni antropologiche e dalla fiducia storica dell’Illuminismo, anche se bisogna sempre ricordare a questo proposito che tali illusioni e tale fiducia non sono affatto condivise, ad esempio, neppure da un illuminista come Voltaire.

In Manzoni opera una sapienza che è e che diventa ‘esperta in umanità’, come Paolo VI definì la Chiesa cattolica parlando il 4 ottobre 1965 all’ONU: «Questo messaggio viene dalla Nostra esperienza storica; Noi, quali ‘esperti in umanità’, rechiamo a questa Organizzazione il suffragio dei Nostri ultimi Predecessori, quello di tutto l’Episcopato cattolico, e Nostro» [40].

Una sapienza che individua nel personaggio e nel paradigma Don Abbondio il fallimento dell’umanità, della Chiesa cattolica, del cristianesimo, incapace di trasformare un sacerdote in qualcosa di più di un grumo di ferocia esercitata con i mezzi della viltà. Manzoni si rivolge infatti a «quei lettori che non capiscono che l’uomo timido il quale lascia di fare il suo dovere per ispavento merita meno pietà dello scellerato consumato il quale cercando il male, e facendolo spontaneamente mostra almeno di avere una gran forza d’animo, e di sentire le alte passioni» [41].

Una affermazione così sociologicamente e storicamente vera non si trova nel romanzo definitivo. Ed è anche la presenza di tale saggezza sui moventi e sulle vicende umane a fare di Fermo e Lucia (1821-1823) un capolavoro, al di là degli sviluppi che il romanzo ebbe nelle successive edizioni del 1827 e del 1840.

 Storia e disincanto

Con l’intera sua opera letteraria, storica, sociologica, poetica, Alessandro Manzoni si è proposto di comprendere senza censure e di dire senza infingimenti. Si è proposto quindi l’esatto contrario del consiglio che il Conte Zio dà al Padre Provinciale dei Cappuccini allo scopo di coprire la violenza del suo nipote Don Rodrigo: «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» [42]. Ha invece cercato nonostante tutto di cogliere e far emergere «l’eterna ragione [che] si manifesta in tutti i tempi» [43] e di farlo attraversando i territori del male, del male umano, del male che l’umano è nel mondo, per se stesso e per ogni altro ente:

«Proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra orrori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire, come falsi sistemi, né abolire, come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne’ loro effetti, e detestarle» [44].

Nessuna illusione, pertanto, sulla inestirpabilità del male dentro l’uomo. Come un altro illuminista eretico, Immanuel Kant, anche Manzoni ritiene infatti che «aus so krummen Holze, als Woraus der Mensch gewacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert Werden» [da un legno storto, come quello di cui l’umano è fatto, nulla si può trarre di perfettamente dritto] [45].

E tuttavia il dovere (anche) degli intellettuali, dei filosofi, dei letterati, di chiunque cerchi di esercitare con libera profondità il lavoro della mente, tale dovere consiste nel dire, nel raccontare, nel mostrare ciò che è e ciò che accade in questo mondo, nel raccontare la costanza e l’implacabilità del dominio: «Il forte si mesce col vinto nemico / Col novo signore rimane l’antico; / L’un popolo e l’altro sul collo vi sta» [46].

Raccontare la potenza delle passioni dentro l’animo umano, prime delle quali il potere e l’amore, come dimostra Ermengarda quando – morente – invoca ancora il suo sposo Carlo il Grande: «Amor tremendo è il mio» [47]; del potere viene data una definizione che ne comprende in sé il vuoto e il nulla, come nei celebri versi dedicati a Bonaparte: «Dov’è silenzio e tenebre / La gloria che passò» [48].

Il dolore e l’amarezza della storia umana trovano una sintesi, tanto efficace quanto terribile, nella descrizione del supplizio subìto dai due innocenti che nella Milano del 1630 vennero straziati con l’accusa di aver diffuso la peste, di essere degli untori:

«Quell’infernale sentenza portava che, messi sur un carro, fossero condotti al luogo del supplizio; tanagliati con ferro rovente, per la strada; tagliata loro la mano destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate l’ossa con la rota, e in quella intrecciati vivi, e alzati da terra; dopo sei ore, scannati; bruciati i cadaveri, e le ceneri buttate nel fiume; demolita la casa del Mora; sullo spazio di quella, eretta una colonna che si chiamasse infame; proibito in perpetuo di rifabbricare in quel luogo. […] Così, con la loro impunità, e con la loro tortura, riuscivan que’ giudici, non solo a fare atrocemente morir degl’innocenti, ma, per quanto dipendeva da loro, a farli morir colpevoli» [49].

Così morirono Guglielmo Piazza, commissario di sanità, e Giangiacomo Mora, barbiere.

Ricordo i nomi dei giudici che si resero responsabili di una delle procedure e delle sentenze più inique della storia europea, emessa il primo agosto del 1630:

Marco Antonio Monti, senatore e presidente della Pubblica Sanità

Giovanni Battista Trotti, presidente del Senato di Milano

Giovanni Battista Visconti, Capitano della Giustizia.

Iniquità e orrori del passato? No, la tortura è praticata dappertutto nel mondo nel XXI secolo, anche nell’Europa colonia degli anglosassoni, anche in Israele. Non si trova più codificata nelle leggi scritte, certo, ma viene ampiamente utilizzata contro i ‘terroristi’ e non soltanto contro di loro.

Nel sesto capitolo del suo capolavoro di razionalità e di diritto, Alessandro Manzoni ricorda che la colonna eretta da quegli stessi giudici per ricordare l’atroce delitto, che non fu quello di Piazza e di Mora ma fu il loro, tale colonna «fu atterrata nel 1778; nel 1803, fu sullo spazio rifabbricata una casa; e in quell’occasione, fu anche demolito il cavalcavia, di dove Caterina Rosa, l’infernal dea che alla veletta stava intonò il grido della carnificina: sicché non c’è più nulla che rammenti, né lo spaventoso effetto, né la miserabile causa. Allo sbocco di via della Vetra sul corso di porta Ticinese, la casa che fa cantonata, a sinistra di chi guarda dal corso medesimo, occupa lo spazio dov’era quella del povero Mora» [50]. 

Di tanto in tanto mi accade di transitare per questo luogo e ogni volta, insieme a un sentimento di pietà verso quelle vittime del fanatismo sanitario, mi soffermo sul senso di giustizia e sulla grandezza di scrittore di Manzoni, senso e grandezza che intramano i suoi testi storiografici, i suoi versi, i suoi due romanzi. 

Note:
[1] A. Manzoni, I Promessi Sposi, con note e commento di G. Getto, Sansoni, Firenze 1985: 184
[2] Id., Storia della colonna infame, in Tutte le opere, a cura di G. Lesca, Barbèra Editore, Firenze 1923: 771
[3] Ivi: 797.
[4] Id., Adelchi, in Tutte le opere, cit.: 324.
[5] Id., Fermo e Lucia, saggio introduttivo, revisione del testo critico e commento a cura di S.S. Nigro, Mondadori, Milano 2024:  XLIV.
[6] Id., I Promessi Sposi, cit.: 852-853.
[7] Id., Fermo e Lucia, cit.: 776
[8] Ivi: 781.
[9] Id., I Promessi Sposi, cit.: 251.
[10] Ivi: 253.
[11] Ivi: 602.
[12] Id., Fermo e Lucia, cit.: 592.
[13] Ivi: 602.
[14] Ivi: 763.
[15] Ivi: XVIII e 1075.
[16] Ivi: XVI.
[17] Ivi: 40.
[18] Id., I Promessi Sposi, cit.: 606.
[19] Id., Fermo e Lucia, cit.: 459.
[20] Id., I Promessi Sposi, cit.: 607.
[21] Id., Fermo e Lucia, cit.: 409.
[22] Ivi: 398; 409; 712.
[23] Ivi: 35.
[24] Ivi: 637 e 647.
[25] Ivi: 634.
[26] Ivi: 609.
[27] Ivi: 699.
[28] Ivi: 789.
[29] Ivi: 152 e I Promessi Sposi, cit.: 184.
[30] Ivi: 527 e 677.
[31] Ivi: 666.
[32] Così Nigro nell’introduzione; ivi: XLVII.
[33] Ivi: 69.
[34] Id. Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, in Tutte le opere, cit: 410.
[35] Id., Fermo e Lucia, cit.: 237; 371; 120.
[36] Ivi: 652.
[37] Ivi: 277.
[38] Ivi: 94 e 755.
[39] Agostino d’Ippona, Epistola 194: 3, 14.
[40] Paolo VI, L’Osservatore Romano, 6.10.196: 54; in https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations.html
[41] A. Manzoni, Fermo e Lucia, cit.: 49.
[42] Id., I Promessi Sposi, cit.: 454.
[43] Id., Storia della colonna infame, in Tutte le opere, cit.: 788.
[44] Ivi: 773.
[45] I. Kant, Ideen zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht (1784), in «Gesammelte Schriften», Berlin 1910: vol. VIII, 23.
[46] A. Manzoni, Adelchi, in Tutte le opere, cit.: 310.
[47] Ivi: 313.
[48] Id., Il Cinque Maggio, in Tutte le opere, cit.: 43, vv. 95-96.
[49] Id., Storia della colonna infame, in Tutte le opere, cit.: 815.
[50] Ivi: 821-822.