Una nuova Europa è possibile?
di Luigi Tedeschi - 12/01/2026

Fonte: Italicum
USA: dopo Trump il diluvio?
La presidenza Trump potrebbe essere definita con questo epigramma: alla ricerca della potenza perduta. Gli USA di Trump, con lo slogan MAGA inseguono un primato ormai impossibile, ma connaturato all’identitarismo universalista – teologico americano, che, qualora venisse meno, gli Stati Uniti sarebbero esposti ad un processo di disgregazione interna irreversibile.
L’unilateralismo americano ha istituito un ordine globale neoliberista. Pertanto il primato geopolitico americano si identifica con la globalizzazione che, lungi dal rappresentare la fine della storia, è stata invece una fase storica oggi in via di esaurimento. L’ordine globale americano si è comunque imposto in virtù della loro supremazia militare estesa a tutto il mondo.
Attualmente l’America è in crisi, in quanto non si riconosce più in se stessa, involutasi in un suprematismo ideologico privo di prospettiva storica, che concepì la globalizzazione come la fase finale di un processo di americanizzazione del mondo. Il fenomeno Trump è l’espressione dell’esito fallimentare di una tale visione del mondo e di un’America che, rinunciando ad un dominio globale impossibile, vuole rifondare il proprio primato, affermandosi come America first.
Il declino americano è evidenziato dalla crisi del dollaro come valuta di riserva mondiale. E la politica protezionista trumpiana, messa in atto per far fronte ad un deficit commerciale che nel novembre 2025 ammontava a 173 miliardi, si sta rivelando velleitaria. All’incremento delle entrate dovuto ai dazi sulle importazioni, fa riscontro l’aumento dell’inflazione e il calo dei consumi interni.
Ma il problema fondamentale degli USA è costituito dalla crescita esponenziale del debito pubblico che ha raggiunto la soglia di 38.000 miliardi e di quello privato, che ammonta a 34.000 miliardi. Sono venuti meno in larga parte gli investimenti nel debito americano da parte dei BRICS e delle monarchie della penisola arabica; i flussi dei risparmi europei e dei paesi dei paradisi fiscali si dimostrano insufficienti a sostenere il debito americano. Gli USA pertanto, non potendo più ricorrere come in passato a misure di espansione monetaria da parte della Fed, sono costretti a praticare elevati tassi di interesse, con grave pregiudizio alla crescita della economia reale.
L’incremento del Pil del 4,3%, registrato nel settembre 2025, è sostenuto principalmente dagli investimenti nella I.A., dalla spesa sanitaria e da una domanda interna drogata, in quanto sorretta in larga parte dal debito al consumo. Alla lunga il debito americano potrebbe rivelarsi insostenibile.
Trump ha quindi proceduto alla emissione dello stable coin, una cripto valuta garantita dai titoli del Tesoro americano, al fine di attirare nuovi investimenti verso tale valuta e porre un freno alla crescita del debito. Trattasi di una misura che può sortire effetti positivi nel breve termine, ma non risolvere il problema alla radice, data l’instabilità del debito americano, che inficia gravemente anche la credibilità del dollaro nei mercati finanziari.
Trump ha varato nel 2025 il progetto Stargate, un’iniziativa pubblico – privata da 500 miliardi per investimenti nelle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In tale progetto sono coinvolte le 7 Big Tech americane e i fondi di investimento delle Big Three, con una capitalizzazione superiore al Pil della UE. Si è dunque creata una gigantesca bolla finanziaria. La capitalizzazione della sola NVIDIA sfiora i 5.000 miliardi; il prezzo del titolo è pari a 60 volte gli utili. Gli investimenti nella I.A. hanno generato enormi flussi di capitale nell’area dollaro, ma si è creata nei mercati una ipertrofia finanziaria nel settore dell’innovazione tecnologica ad alto rischio, dato che i prodotti americani dovranno confrontarsi con la competitività cinese. E l’esito di tale confronto è del tutto incerto. Lo scoppio di una tale bolla finanziaria avrebbe effetti devastanti, con ripercussioni in tutta l’economia mondiale.
Occorre peraltro rilevare che l’I.A. assorbe risorse sottraendole ad altri settori dell’economia americana e non produrrà certo incrementi occupazionali, dal momento che è destinata semmai a sostituire milioni di posti di lavoro.
Il progetto Stargate non è sostenuto da un intervento dello stato con una strategia volta a incentivare investimenti nella economia reale. Lo stato ha invece la funzione di mobilitare i capitali da tutto il mondo e farsi garante degli investimenti finanziari privati. In caso di crisi, lo stato è tenuto a fornire sostegno ai privati; l’intervento dello stato ha quindi la funzione di garantire la libertà d’azione dei colossi della tecnologia e della finanza e assicurare alte remunerazioni di carattere speculativo.
Data la insufficienza delle entrate derivanti dai dazi e dagli approvvigionamenti energetici europei, conseguenti alle sanzioni verso la Russia, gli USA mirano a ripristinare la loro influenza dominante nell’America Latina. Gli USA quindi hanno effettuato un blitz armato contro il Venezuela, con il rapimento di Maduro, che, imputato pretestuosamente di narco – terrorismo, secondo la procuratrice americana Pamela Bondi, “affronterà la furia della giustizia americana”. La giustizia biblica degli USA si antepone quindi al diritto internazionale.
Ma i tempi dei golpe militari istigati dalla CIA sono ormai lontani. Il continente sudamericano si è largamente emancipato dal regime semi – coloniale statunitense. Questa riviviscenza della dottrina Monroe è destinata al fallimento. La stessa Cina è nel mirino degli americani, a causa delle partnership commerciali che intrattiene con i paesi del centro e Sudamerica. Una invasione militare del Venezuela si tradurrebbe nella vietnamizzazione del conflitto. L’attacco al Venezuela fa seguito al bombardamento della Nigeria e alle minacce all’Iran per la repressione del dissenso interno. I blitz americani avranno solo l’effetto di rafforzare i regimi ostili agli USA. Del resto, è del tutto irrealistico ipotizzare un ordine internazionale stabile imposto con periodiche azioni armate di stampo terroristico.
Gli USA non necessitano di importazioni di petrolio. Gli interventi armati degli USA sono semmai finalizzati ad istaurare un controllo valutario dell’export petrolifero a danno di Russia, Cina e Iran. L’obiettivo americano è quello di ancorare il dollaro al prezzo del petrolio. Presto si manifesterà una nuova bolla finanziaria, ma gli Stati Uniti non riusciranno certo a contrastare il processo di dedollarizzazione in atto: nell’area BRICS gli scambi nel mercato energetico avvengono sempre più frequentemente nelle valute nazionali.
La guerra economica intrapresa da Trump contro la Cina si è dimostrata inefficace, a causa della dipendenza americana dalla produzione delle terre rare cinesi. In caso di blocco dell’import cinese, la Cina troverebbe nuovi mercati di sbocco, mentre per gli USA verrebbero meno gli approvvigionamenti di terre rare indispensabili all’industria americana e non rimpiazzabili con importazioni da altri fornitori.
L’America di Trump non riesce a dominare neppure se stessa, essendo dilaniata da insanabili contrapposizioni interne tra i conservatori trumpiani e lo schieramento dem affiliato ai Neocon. Tuttavia, le ipotesi di un ritorno alle strategie globaliste prefigurate dalla propaganda dei democratici, una volta passata la temporanea “tempesta Trump”, sono del tutto irrealistiche. Il mutamento strategico della geopolitica americana è ormai irreversibile. E’ peraltro riscontrabile una coerente continuità della politica estera americana tra le presidenze americane di Obama, Trump I, Biden, Trump II. Le politiche trumpiane potranno contenere la crisi strutturale americana e quindi dilazionare il declino americano nel tempo, ma non certo invertirne il corso. Il destino dell’America del dopo Trump è alquanto oscuro. Dopo Trump il diluvio?
Un’Europa post – UE è pensabile?
Il rapido declino della superpotenza americana è dovuto alla incapacità degli USA a trasformarsi in un impero. La globalizzazione è stata infatti concepita come progressiva occidentalizzazione del mondo, non come una sintesi delle molteplici diversità culturali, religiose, identitarie di tutti i popoli dell’orbe terracqueo. L’America unipolare è affetta da sempre da una sindrome suicida, così descritta da Lucio Caracciolo nell’editoriale del n. 11/2025 di “Limes” dal titolo “Roma si discute e si ama”: «Massimo è il potere capace di integrare il nemico nel suo ordine. Minimo quello che si illude di liquidare uno dopo l’atro tutti i rivali. Tentazione suicida. A furia di distruggere i nemici di fuori restano solo quelli di casa. Contro cui il colosso accecato si scaglia a tutta forza, con l’energia bruta che l’odio di sé sa liberare.
Ne abbiamo oggi conferma. Il simultaneo impulso suicida dell’impero e della nazione americana ci lascia attoniti per come vi s’interpreta questa non scritta legge di decomposizione delle potenze».
Se l’America non è un impero, tanto meno lo è la UE. Essa infatti è una istituzione sovranazionale concepita come un prototipo di ingegneria finanziaria, come un ente deputato alla governance economica dell’Europa che esautorasse la sovranità degli Stati: un modello tecnocratico – finanziario suscettibile di estensione alla governance di un futuribile mondo globalizzato.
La crisi strutturale in cui versa questa Europa deindustrializzata, tecnologicamente ed energeticamente dipendente dagli USA, piattaforma armata ormai superflua per le strategie della Nato ed emarginata nel contesto geopolitico mondiale, potrebbe preludere ad una progressiva disgregazione della UE.
Seppure appaia impensabile a molti un avvenire dell’Europa post – UE per i popoli europei, occorre tuttavia idealizzare un’Europa diversa per inaugurare un nuovo percorso storico. Occorrerebbe preliminarmente che allo smembramento della UE facesse seguito il ripristino della sovranità politica degli stati.
Non è assolutamente necessario che i confini di una nuova Europa si identifichino con quelli geografici. La Gran Bretagna, i paesi scandinavi e quelli baltici sono infatti ormai integrati, sia dal punto di vista geopolitico che quello culturale nella anglosfera atlantica: sono da ritenersi ormai estranei alle prospettive politiche ed economiche europee. La UE si è inoltre rivelata un esperimento fallimentare riguardo alla integrazione tra il nord e il sud dell’Europa. Il primato della Germania ha comportato l’imposizione del suo sistema economico a tutta l’Unione denominato “ordoliberismus”, che prevede austerità e rigore di bilancio. Esso affonda le sue radici storico – culturali in quell’etica protestante che diede luogo alla nascita del capitalismo.
L’Europa del sud, che si identifica con la cultura classica e con il cristianesimo cattolico ed ortodosso, è del tutto estranea al nord europeo, sia per diversa identità culturale che per i suoi divergenti interessi politici ed economici. La UE prefigurava nei fatti una integrazione continentale concepita come una progressiva germanizzazione dell’Europa. Progetto, per fortuna, fallito.
Il sud dell’Europa è infatti proiettato nel Mediterraneo e dal punto di vista geopolitico proteso al di là dei confini continentali. Dovrebbe tornare di attualità il progetto dell’ “Eurafrica”, già elaborato in passato, che instauri una nuova rete di sinergie economiche e politiche con il Nord Africa, volte ad integrare tutta l’area mediterranea, oggi divenuta Medioceano, e quindi di importanza strategica vitale per i rapporti tra l’Europa e l’Asia.
Dall’esito catastrofico della trentennale era europeista, emerge chiaramente che l’integrazione economica non coincide con quella culturale. Con la fine della UE, non verrebbe meno tuttavia interdipendenza economica tra gli stati e pertanto sussisterebbe sempre un mercato comune. Rivelatasi fallimentare l’unificazione monetaria, il ripristino della sovranità nazionale degli stati implicherebbe la reintroduzione di quella monetaria. L’euro potrebbe tuttavia sussistere come una moneta sovranazionale interbancaria, da utilizzare come unità di conto a saldo dei debiti esteri dai paesi membri. Un euro assimilabile al Bancor progettato da J.M. Keynes nella Conferenza di Bretton Wood del 1944. Si creerebbe quindi un sistema monetario atto a garantire gli equilibri commerciali e monetari tra gli stati.
La fondazione di una nuova Europa presupporrebbe una radicale trasformazione del sistema economico – finanziario rispetto a quello impostosi con i trattati europei vigenti. Il modello europeista incentrato sull’export dovrebbe essere sostituito da un sistema che si basi sullo sviluppo interno degli investimenti, dei consumi, del welfare e destini all’export le eccedenze produttive. L’ordoliberismus ha comportato la finanziarizzazione dell’economia e la privatizzazione degli stati. Sulle ceneri del suo fallimento, occorrerebbe istituire un modello di economia mista che preveda la prevalenza dell’indirizzo politico sulle dinamiche del mercato, con la relativa regolamentazione dei movimenti dei capitali e l’intervento statale nei settori strategici dell’economia. Tale sistema, improntato all’economia mista, già previsto dalla nostra costituzione, si identifica con quello vigente nelle potenze emergenti dei BRICS, in cui le strategie della politica si antepongono alla governance dell’economia.
Nel contesto di una Europa economicamente e socialmente devastata, afflitta da diseguaglianze crescenti e impoverimento delle masse generalizzato, assumerebbe un ruolo di primaria importanza la BCE. Quest’ultima dovrebbe implementare un programma di ricostruzione industriale del continente europeo, effettuare investimenti nella ricerca e innovazione essenziali allo sviluppo, sostenere i consumi e finanziare il welfare, con l’istituzione di un debito comune, secondo direttive politiche unitarie ispirate alla solidarietà e alla cooperazione tra gli stati.
La nuova Europa potrebbe configurarsi come una Confederazione di stati, dotata di difesa comune, improntata alla interdipendenza economica e atta a sovrintendere agli equilibri economico – finanziari tra gli stati membri.
Una nuova Europa può nascere però solo nelle coscienze dei popoli. Perché si affermi come soggetto politico autonomo, sarebbe indispensabile la sua fuoriuscita dall’Occidente ed il ripristino dei rapporti politici ed economici con la Russia. Al momento tali prospettive appaiono improbabili.
Il dilemma europeo: suicidio o rivoluzione culturale
Per questa Europa non c’è futuro. La UE ha distrutto nell’arco dei 30 anni della sua storia qualsiasi idea dell’Europa diversa da quella atlantista, tecnocratica e ideologicamente liberal – postmoderna. E’ assai difficile prefigurare una fuoriuscita dei popoli europei dalla attuale dimensione post – storica, perché l’Europa, priva di memoria storica, non ha coscienza di sé e del proprio essere nella storia.
Non si ha coscienza infatti della responsabilità storico – morale che graverà sull’Europa per generazioni, per non aver prevenuto, ma anzi, istigato l’Ucraina ad una guerra devastante contro la Russia, con la violazione dei trattati di Minsk (della cui osservanza si era fatta garante), con l’aver sabotato le trattative di Istanbul e con l’ostacolare tuttora ogni tentativo di accordo che ponga fine al conflitto. Le elite europee, sostenute dai Neocon americani, per esorcizzare i propri fallimenti e preservare la loro leadership nella UE, incitano l’Ucraina ad una disperata resistenza ad oltranza senza alcuna prospettiva di vittoria, che sta comportando ulteriori perdite umane e distruzioni senza fine. L’Europa è stata dunque l’artefice della distruzione dell’Ucraina e sarà chiamata a rispondere delle centinaia di migliaia di morti ucraini in una guerra condotta in nome dell’Occidente contro la Russia per interposta Ucraina.
Ancora più gravi sono le responsabilità storico – morali dell’Europa riguardo al conflitto mediorientale. La UE si è resa complice del genocidio palestinese col sostegno armato, economico e politico prestato ad Israele. Il tribunale della storia condannerà la UE insieme all’Occidente, le cui colpe oscureranno quelle dell’Olocausto e graveranno sul destino degli europei per decenni, se non per secoli.
Sostenere l’irreversibilità della UE significa aderire all’oggettività del presente storico. L’europeismo è in realtà una espressione ideologica del suprematismo occidentale, che concepisce l’Europa come “giardino” abitato da “persone privilegiate” e circondato dalla “giungla” del resto del mondo, considerato regno della barbarie. Trattasi della estrema difesa di uno status di area del mondo privilegiata, ritenuta fino ad oggi inamovibile e immune da conflitti che potessero minare la sua perpetua stabilità, convertitasi nello stato di rigor mortis cui l’Europa sembra oggi condannata.
L’europeismo acritico dominante per circa 30 anni ha la sua origine nella matrice idealista della cultura europea, improntata allo storicismo, sia nella versione materialista – marxista, che in quella trascendente – cattolica. L’ideologia storicista si identifica con quel giustificazionismo storico che ha comportato l’accettazione dell’avvento della UE, come un evento necessario ed intrascendibile. Lo storicismo si è tramutato quindi in fatalismo destinale europeista. Tuttavia l’Unione europea non si è rivelata un traguardo ideale della storia, ma come l’esito fatale di uno stadio terminale di esaurimento di una civiltà europea ormai divenuta parte integrante di un Occidente con epicentro negli USA.
L’Europa sembra condannata alla marginalità e all’isolamento nella geopolitica del prossimo futuro. Tale condizione sembra comunque rispecchiare quella esistenziale dell’individuo nella struttura neoliberista della società occidentale. Marginalità e isolamento sono connaturate alla dimensione atomistico individualista del mondo partorito dalla globalizzazione capitalista.
Gli europei, su impulso di un mainstream estremamente pervasivo, si alimentano in massa di russofobia e islamofobia. Fobie che si rivelano stereotipi su cui si articola una immagine virtuale del mondo, atte a occultare una fuga da se stessi, dalla coscienza del proprio essere nella storia.
L’americanismo, con il suo relativismo etico, ha inciso profondamente sulla decomposizione culturale dell’Europa. Gli europei sembrano votati ad un “suicidio psichico” di massa, definito da Adriano Segatori come «quella morte interiore che è l’annullamento simbolico di ogni potenza vitale», in un articolo pubblicato in questo numero di Italicum. Per la rinascita dell’Europa si rende necessaria dunque una rivoluzione culturale. Tale prospettiva viene delineata in un articolo di Andrea Zohk dal titolo “Senza una rivoluzione culturale nessuno spiraglio si può aprire”: «Alla fine ci ritroviamo nella situazione paradossale di aver preso un modello pragmatico di matrice americana come un’ideologia eterna, di averla coltivata e implementata con tipica astrattezza europea, di esserne caduti vittima, e di rimanere alla fine con il cerino in mano mentre gli stessi americani – come hanno fatto più volte nella storia – girano la nave di 180° perché ora è nel loro interesse fare così. Impoveriti, invecchiati, senza futuro, senza identità, senza visione, marginali ma con la presunzione di essere ancora chi dà le carte. Materialmente i margini per cambiare rotta ci sarebbero ancora, ma il muro di ottusità creato ad arte negli ultimi decenni - e consolidato nei luoghi strategici di formazione della pubblica opinione - non sembra essere prossimo a cedere, e senza una rivoluzione culturale nessuno spiraglio si può aprire».
