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Viaggi

di Enrico Tomaselli - 10/09/2026

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Fonte: Giubbe rosse

Dopo la sceneggiata in pompa magna di Anchorage, che in qualche modo doveva aver impressionato i russi, convincendoli che ci fosse un’effettiva intenzione - da parte degli Stati Uniti - di porre fine al conflitto in Ucraina, le relazioni tra Washington e Mosca erano scivolate verso il nulla. Del resto, gli americani erano troppo impegnati in altre faccende, come attaccare due paesi amici della Russia. E se, forse prevedibilmente, gli era andata bene in un caso, anche perché giocavano praticamente in casa (anzi, nel cortile), nell’altro si erano rapidamente infognati. E quindi della rogna di Kiev avevano scarso interesse a parlare; consapevoli, peraltro, dell’ostinazione a proseguire il conflitto sia degli ucraini che degli europei. E solo qualche settimana fa, quando Rubio ha incontrato Lavrov a Manila, in occasione del vertice ASEAN, la cordialità istituzionale ha a malapena celato la freddezza reciproca, con i due che - proprio in riferimento a quanto detto ad Anchorage - hanno sostenuto tesi opposte, accusandosi praticamente di mentire.
Ed ecco che, d’improvviso, a Washington riscoprono un vivo interesse per Mosca.
Dapprima il capo della CIA, Ratcliffe, che in gran fretta vola in Russia, per una missione imprevista ed il cui scopo resta tuttora misterioso, e dopo pochi giorni arrivano anche il Gatto e la Volpe, stavolta ricevuti da Putin. Gli uomini di fiducia di Trump sembrano essere latori di rinnovate profferte di pace, anche se più di un elemento induce allo scetticismo. Innanzitutto, infatti, non si può non rilevare come l’itinerario del viaggio prevedesse dapprima la tappa a Mosca, e solo dopo quella a Kiev. Laddove logica avrebbe voluto esattamente il contrario, per concordare una ipotesi negoziale, e solo dopo presentarla al Cremlino.
Peraltro, mentre i due parlavano con Putin, Zelensky metteva le carte in tavola, rilanciando ancora una volta l’ipotesi di un cessate il fuoco energetico e navale - cioè, in buona sostanza, lo stop all’offensiva russa che sta apparecchiando un terribile inverno per gli ucraini. Appare evidente, a questo punto, che il piano di pace, abilmente fatto filtrare ai media, e descritto come assai più duro per KIev di quanto non lo fossero i precedenti, è semplicemente l’esca per far abboccare i russi. Tutto dice infatti che né gli ucraini, né in effetti gli stessi statunitensi, abbiano una reale intenzione di porre fine al conflitto. Cosa che Trump potrebbe ottenere staccando la spina ai suoi proxy. Cercano semmai di spuntare un rallentamento dell’offensiva russa, e soprattutto qualcosa da spendersi nella campagna elettorale di midterm, magari un bel summit a tre - Trump, Putin e Zelensky - da pompare mediaticamente (modello Anchorage, appunto). Sanno tutti benissimo che i russi non sono interessati ad alcuno stop dei combattimenti, ma solo e soltanto ad una risoluzione definitiva delle cause del conflitto.
Magari Trump pensa persino di poter ottenere qualcosa sul tipo del Memorandum d’Intesa che ha firmato con gli iraniani, cioè appunto un bel pezzo di carta dove apporre la sua firma king-size, forse anche pieno di concessioni a Mosca, ma destinato a finire nel cestino subito dopo aver esaurito la sua funzione mediatica. In fondo, senza un qualche successo, la battaglia per il Congresso rischia di farsi difficile assai. Si paventa persino la possibilità di perdere anche il Senato.
Ma, a giudicare da quel che possiamo vedere, Putin continua a non lesinare in dichiarazioni di fiducia nelle buone intenzioni del presidente americano, e di disponibilità al dialogo, ma poi non concede assolutamente nulla. Ed è alquanto difficile che regali a Trump e Zelensky una photo opportunity assolutamente inutile, e addirittura controproducente per la Russia e la sua stessa immagine.
Trump, d’altro canto, non può e non vuole recidere i legami con l’Ucraina, abbandonandola al suo ineluttabile destino. E così rischia seriamente di trovarsi con un piede in Asia Occidentale, ed uno in Europa Orientale, entambe intrappolati.