Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / USA, dalla guerra in Medio Oriente al tramonto della 'Dottrina Mahan'

USA, dalla guerra in Medio Oriente al tramonto della 'Dottrina Mahan'

di Filippo Bovo - 09/09/2026

USA, dalla guerra in Medio Oriente al tramonto della 'Dottrina Mahan'

Fonte: Le nuove vie del mondo

Dopo gli attacchi americani del 1 e 2 settembre, a cui l'Iran ha reagito con severità, non si sono più visti sviluppi particolarmente significativi nell'area del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz. Almeno, nelle relazioni irano-americane, giacché in altri ambiti (Yemen, Iraq, Libano) un po' di turbolenze invece si sono notate eccome, a tacer di Gaza dove Israele è in corsa per nasconder quante più prove possibili di un genocidio che, evidentemente, in modo implicito, così pure riconosce ed ammette (nascondere o distruggere delle prove è un aggravante: vuol dire che si sa d'aver fatto qualcosa di molto compromettente). Tuttavia, non sono mancate neppure notizie positive, ad esempio con colloqui tra Iran, Turchia ed Arabia Saudita su una comune gestione della sicurezza e delle tensioni regionali: l'azione incendiaria americana, sempre più protratta, è quanto di peggio possa esservi per gli interessi stessi di Washington nella regione, e più il tempo passerà più vedremo gli Stati locali ridurre le loro residue distanze a favore di una maggior cooperazione. Son tutti sviluppi che dovevano succedere già tempo fa e protrarre i tentativi per scongiurarli, da parte americana, serve ormai soltanto a renderli più prossimi e probabili.


Ma il 6 settembre c'è stato anche un po' di rinnovato movimento militare: mentre i ministri degli esteri iraniano, Aragchi, saudita, bin Faran, e turco, Fidan, dialogavano telefonicamente sui temi suddetti, le forze USA colpivano tre petroliere iraniane al largo delle coste meridionali (una a Kharg, una a Jask, e una nel Golfo dell'Oman), presto trovando una nuova e severa risposta da parte iraniana. Tre petroliere americane ed altre tre unità legate agli USA sono state colpite, mentre transitavano su "rotte non autorizzate", con l'invito dell'IRGC ad altre navi "a non lasciarsi ingannare" da Washington perché "qualsiasi movimento sospetto sarà preso di mira". La lista degli obiettivi non s'è comunque limitata solo a questo: a venir colpiti sono stati anche un veicolo di superficie senza equipaggio (USV) che stava tentando d'entrare nella zona protetta dello Stretto di Hormuz, e due navi militari, una portaerei ed un cacciatorpediniere, nell'area del Mar Arabico. 


Colpiti da missili balistici, i mezzi si sarebbero allontanati dopo aver subito danni; il CENTCOM, comprensibilmente, ha preferito non fornir maggiori dettagli. Nel Mar Arabico, al momento, ci sono due portaerei, la George H.W. Bush e la George Washington (quest'ultima giunta da non molto per rimpiazzare la Abraham Lincoln oggi nelle vicinanze di Pattaya). A guardar bene, anche in passato, per la verità, è capitato che qualche ordigno abbia colpito, magari in forma lieve come stavolta, una portaerei o un'altra unità navale americana; ma le notizie ufficiali sono state sempre, per più che ovvie motivazioni, meno che vaghe. Senz'altro, per qualche giorno, la curiosità produrrà le più astruse congetture di molti, proprio come già avvenuto in quei casi; e magari qualcuno tra di loro, nelle sue speculazioni, s'avvicinerà pure alla verità. Dopotutto, non c'è niente di peggio, per esporre l'imbarazzo di un comando militare, della sua reticenza dinanzi a fatti tanto eclatanti, anche perché il grosso dell'opinione pubblica ha ormai inteso che possono pure avere una loro plausibilità: gli USA non sono andati in guerra contro un nemico sprovveduto o disarmato.


Ad accompagnare la portaerei Bush, i tre cacciatorpediniere lanciamissili Donald Cook, Ross e Mason; quanto alla Washington, un incrociatore, il Robert Smalls, e il cacciatorpediniere Shoup. Un altro cacciatorpediniere inizialmente al seguito della Washington, il Benfold, ha poi ufficialmente dovuto modificare la sua rotta per “manutenzioni pianificate”. Ciascuna trasporta all'incirca dai 70 agli 80 aerei. La Bush, 44 caccia F-18 Super Hornet da attacco e combattimento, 5 aerei EA-G Growler da guerra elettronica, 5 E-2D Advanced Hawkeye da controllo radar, 2 C-2A Greyhound da rifornimento e trasporto rapido del personale e 19 elicotteri MH-60R/S Seahawk da caccia ai sottomarini, difesa di superficie, ricerca, soccorso e trasporto. La Washington, 14 caccia stealth F-35C Lightning, 33 caccia multiruolo F-18 Super Hornet, 5 aerei EA-18G Growler, 5 aerei E-2D Hawkeye da preallarme, 3 convertiplani CMV-22B Osprey da trasporto di merci pesanti e 19 elicotteri MH-60R/S Seahawk da sorveglianza antisommergibile ed operazioni di ricerca e salvataggio (SAR). 

 

Ci auguriamo che i lettori perdonino eventuali approssimazioni; di certo, qualora uno di questi enormi navigli o uno dei velivoli da essi imbarcato fosse raggiunto da un missile, un danno di una certa entità sarebbe a quel punto facilmente comprensibile. Un danno parziale, ma tale comunque, già solo per l'alta probabilità di poter avvenire, da consigliare uno spostamento di queste unità navali in aree più sicure. Sappiamo che in effetti, per essersi spostate, si sono spostate; mentre di danni a navi ed aerei, già in passato, ne abbiamo visti, in notizie in più occasioni trapelate. Basandosi sul calcolo delle probabilità, qualcosa è dunque di certo avvenuto. Il tempo ci dirà poi di più. 

 

Di certo, quanto vediamo oggi assesta un duro colpo alla “Sea Power”, la Dottrina Mahan su cui per decenni gli USA avevano fondato il loro ruolo di superpotenza globale mediante la talassocrazia, ovvero il dominio militare dei mari e delle loro rotte grazie ad una Marina capace d'estendere ovunque le sue capacità di proiezione strategica. Ed è un colpo da cui Washington non sembra nella condizioni di poter riprendersi. La Guerra del Pacifico, combattuta contro l'Impero Giapponese dal 1941 al 1945, aveva segnato proprio la definitiva affermazione della Marina USA come fiore all'occhiello delle FFAA e della superpotenza di Washington. Se gli USA avevano iniziato a costruire il loro ruolo di superpotenza già nel passato (in modo talvolta ma non sempre silenzioso), era stato soprattutto dalla Battaglia di Midway del 4-7 giugno 1942, col rovesciamento delle sorti nelle ostilità sul fronte del Pacifico, che quel loro status aveva cominciato ad apparire innegabile. Per Forze della Marina che soltanto nel dicembre precedente, a Pearl Harbour, s'erano viste umiliate ed "accoltellate alla schiena" dalla potenza giapponese, quel momento aveva rappresentato ben più di una semplice rivincita. La resa giapponese del 2 settembre 1945 aveva posto fine alla Guerra del Pacifico e alla Seconda Guerra Mondiale, indicando che due nuovi e grandi imperi erano ormai emersi come veri vincitori dal conflitto, USA ed URSS, pronti a sostituire nel loro primato globale i vecchi dominatori, Inghilterra e Francia.


Per un impero che vede nel dominio dei mari la chiave del suo status di superpotenza, la Marina è inevitabilmente la Forza Armata prioritaria, la prima tra tutte le altre. Così lo era stato in passato per l'Inghilterra, e così lo è stato sin qui per gli USA: Royal Navy e US Navy sono state, ben più che "filosoficamente", l'una erede dell'altra. Ma, come ad un certo punto è cessato il primato della prima, così oggi vediamo cessare quello della seconda. Un impero nasce, cresce, invecchia e muore, proprio come qualsiasi altro organismo: poco importa essere una talassocrazia. Ora, se l'ammiraglio, storico e stratega Alfred Thayer Mahan era stato, con la sua teoria del dominio dei mari attraverso il controllo delle rotte commerciali e militari, il fondatore della dottrina USA dell'uso delle Forze della Marina, in un'epoca in cui di Forze Aeree ancora non si parlava, con la Battaglia di Midway quella strategia s'era ulteriormente evoluta vedendo le portaerei come fulcro in luogo delle vecchie corazzate. Grazie alle portaerei, Marina ed Aviazione s'univano segnando un potenziamento logistico mai visto prima: indubbiamente i giapponesi sapevano benissimo ciò che facevano quando, con gli aerei Zero guidati dai kamikaze, tentavano di sabotarne quante più possibile. Con l'inedita capacità di proiettare la propria forza aerea anche a migliaia di chilometri dalla madrepatria, la Marina USA s'era trasformata da Forza di difesa costiera (anche se le operazioni a lungo raggio non erano mancate neppure in passato, come soprattutto i latinoamericani sapevano) a flotta globale, capace di svolgere il contemporaneo presidio del Pacifico e dell'Atlantico. A nessuno, amici e nemici, quella novità era sfuggita.


Tuttavia, come raccontavamo, il conflitto in Medio Oriente ha segnato il tramonto della vecchia dottrina delle portaerei come ossatura della talassocrazia americana, del predominio della Marina come chiave dello status di superpotenza degli USA. Più volte le abbiamo viste, temibili ed inerti, dinanzi al pericoloso imprevisto dei missili e dei droni, su cui indubbiamente l'Iran ha costruito il suo oggi montante nuovo status di grande potenza regionale, se non addirittura di futura superpotenza capace di una più vasta proiezione strategica. Ma, insieme alle portaerei e alla dottrina che ne teorizzava il primato, come prima ancora era stato per le corazzate, a tramontare è anche il primato della Marina USA. Quella superpotenza militare e logistica, con la sua Marina, sembra oggi arrugginita e all'angolo come una delle sue portaerei, la Lincoln, che a Laem Chabang, in Thailandia, non lontano da Pattaya, ha in effetti bisogno di qualche cura ricostituente. Se non altro nella ridente Pattaya il suo equipaggio avrà di che distrarsi: come, meglio non parlarne.


Difficile, però, come già dicevamo, immaginarsi oggi una ripresa di quella superpotenza: quando erano stati attaccati dalle forze aeronavali giapponesi in quel 7 dicembre 1941, gli USA erano ancora giovani e nel pieno delle forze. La guarigione era dunque una processo facile, e le forze migliori dovevano svilupparsi ancora. Ed infatti pochi mesi dopo vi era stata la Battaglia di Midway, e non parliamo poi di tutte le altre, come ad esempio al Golfo di Leyte, nell'ottobre 1944. Ma oggi gli USA non sono più dei “giovanotti”: sono, semmai, dei vecchi in declino nelle forze fisiche e mentali, un po' come il loro Presidente. Si scontrano con altri, più "giovani", agili e forti di loro, pensando di poter ancora alzare le mani come prima; e finiscono male. Esattamente come capita a certi anziani ormai non più in sé e bisognosi d'esser seguiti (non lo diciamo con l'intenzione di mancar di rispetto all'età: chi vive o ha vissuto queste esperienze sotto il tetto di casa propria, saprà infatti cosa intendiamo). In effetti, proprio come oggi la Lincoln rappresenta lo status e il predominio della US Navy, così pure Trump ne rappresenta quelli degli USA. Ogni fase nella vita di una persona, ed ancor più di un impero, è immortalata da simboli.