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La strategia di Berlusconi e il “comunismo eterno”

di Daniele Scalea - 01/12/2005

Fonte: Daniele Scalea

 

Il massone Licio Gelli, a suo tempo, ebbe a notare come, se l’Italia è il paese occidentale con più comunisti, è per reazione anche quello con più anticomunisti: perciò, un grande schieramento imperniato sull’anticomunismo potrebbe far breccia nell’elettorato ed imporsi al potere. Silvio Berlusconi, suo allievo piduista, ha messo in pratica la deduzione di Gelli nell’ormai lontano 1993 quando, demolita la Prima Repubblica in seguito a Tangentopoli, s’aprivano nuove strade nella scena politica italiana, la quale cominciava la sua serrata marcia d’omologazione al modello bipolare statunitense.

Il Cavaliere, senza alcun timore di rendersi ridicolo, scese in campo - così disse - per “salvare l’Italia dal comunismo”. Il comunismo, naturalmente, non aveva minacciato l’Italia nel 1945 (a Jalta il nostro paese era stato assegnato alla sfera d’influenza statunitense), tanto meno la minacciava nel 1993, quattro anni dopo la caduta del muro di Berlino, un anno dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica e l’inizio dell’egemonia unipolare di Washington. Ma Berlusconi non correva affatto il rischio di rendersi ridicolo, perché la storia corre più veloce della gran massa d’imbecilli - politici, giornalisti, intellettuali d’ogni risma - che informano l’opinione pubblica. Tant’è vero che, a distanza di dodici anni, il Cavaliere ha deciso di rispolverare quel suo cavallo di battaglia per tentare la difficile rielezione al ruolo di Presidente del Consiglio. Non credo Berlusconi otterrà il premio agognato, ma certo è che la strategia funziona ancora, perché è bastato un comizio delirante (“la minaccia bolscevica”, “i bolscevichi ci odiano”, “i bolscevichi ci vogliono tutti in galera”, ecc.) per ringalluzzire i suoi.

La cosa più curiosa è che la carta dell’anticomunismo, che aveva un discreto effetto durante la Guerra Fredda, ne ha avuto uno ancor più grosso terminata la Guerra Fredda e, sono pronto a scommetterci, tra pochi anni o tutt’al più decenni si potrà giocare quale carta risolutiva. Traggo questa mia previsione ragionando per analogia con un altro fenomeno simile: la Seconda Guerra Mondiale e la successiva demonizzazione del fascismo sconfitto. Dopo il 1945, quando il fascismo era ormai uscito di scena come soggetto storico, il termine “fascista”, che prima individuava solo un avversario (o, a seconda dei casi, compagno) politico, divenne sinonimo d’ogni nefandezza presente in terra. Essere un “fascista”, da allora, comporta, l’esclusione dalla vita politica del paese, l’isolamento sociale, la ghettizzazione culturale, il disprezzo e l’esecrazione (quasi) universale. Molto semplicemente, il fascismo è diventato “male assoluto”. E, in quanto “assoluto”, esso ha assunto persino un carattere atemporale, ed è sorto quello che il filosofo (marxista) Costanzo Preve definisce “lo spauracchio del fascismo eterno”. Il fascismo, un fenomeno storico circoscritto al periodo tra le due guerre, con deboli epigoni e “sacche di resistenza” dopo il 1945, viene temporalmente dilatato a dismisura, fino a divenire un’entità che sempre è stata e sempre sarà a minacciare il “bene assoluto”.

Il comunismo farà presto la stessa fine, è solo questione di tempo. Gli ex comunisti hanno per lo più cambiato casacca e distintivo e, armatisi d’una gran faccia di tolla, stanno ora rinnegando fin la loro madre (vi ricorda nessuno nel campo opposto?); quei pochi che ancora si richiamano al comunismo non sono ormai neppure più dei revisionisti bergsoniani, avendo confuso gl’interessi del popolo con il vandalismo dei centri sociali, la droga libera e i matrimoni omosessuali. Il dogmatismo con cui si parla dei fatidici “sei milioni” (mai dimostrati dalla storiografia) del nazismo è il medesimo con cui si proclamano i “cento milioni” (mai dimostrati dalla storiografia) del comunismo. E pochi mesi fa, insieme alla swastika, era spuntata l’ipotesi di mettere fuori legge (in modo “liberale”, è ovvio) anche la falce e il martello (poveri contadini ed operai, come lavorerebbero senza?).

Qualcuno potrebbe obiettare che, parossismo o no, esagerazioni o no, fascismo e comunismo sono stati comunque due fenomeni negativi e, dunque, non c’è motivo per piangere troppe lacrime per le loro disgrazie. Fosse anche, la demonizzazione non è mai scevra da interessi strumentali. Così come l’etichetta di “fascismo” copre oggi una gamma svariatissima di forme d’opposizione al sistema, che vanno dal nazionalismo di Chavez al clericalismo degli Ayatollah, dall’autoritarismo di Putin al panarabismo del Partito Ba’ath, egualmente la dizione “comunista” andrà ad appiccicarsi addosso ad una schiera sempre più numerosa di personaggi e movimenti scomodi per l’imperante capitalismo finanziario. Si noti che, spesso, i medesimi personaggi si vedono etichettati sia come “comunisti” che come “fascisti”. Per forza. Di “male assoluto” ce n’è uno solo, molteplici sono solo le sue manifestazioni.