Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / L'enigmatico silenzio di Obama

L'enigmatico silenzio di Obama

di Daniel Luban - 07/01/2009

Il presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, lavora duro ad un piano
di ripresa economica per il suo paese, ma ancora mantiene il silenzio assoluto
sull’offensiva militare israeliana a Gaza. Il mutismo di Obama combinato con
l'appoggio passivo a Israele da parte dell’attuale presidente, George W. Bush,
ha fatto sì che gli Stati Uniti restassero ai margini della crisi di Gaza, e
sono i leader europei quelli che assumono gli sforzi diplomatici per trovare
una via d’uscita dalla grave situazione. Ma, nonostante la reticenza di Obama
nel parlare di Gaza non è qualcosa che sorprende la maggioranza degli esperti,
semina dubbi sulla posizione che prenderà la sua futura amministrazione sul
conflitto israelo-palestinese. Da quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza,
il 27 dicembre, allo scopo di paralizzare Hamás (acronimo arabo di movimento di
resistenza islamica), Obama non ha preso posizione. Il suo portavoce ribadisce
che "c'è soltanto un presidente alla volta" e che non prenderà alcuna
iniziativa prima di assurgere al ruolo di Capo di Stato, il 20 di questo mese.
Tuttavia, Obama si è mostrato disposto a trattare alcuni affari politici.
Lunedì ha visitato i leader del congresso legislativo per dare impulso al suo
piano destinato alla ripresa economica. Ha anche espresso la sua opinione sulla
politica estera: ha divulgato un comunicato sugli attentati nella occidentale
città indiana di Mumbai, in dicembre. Mentre i leader europei come il
presidente francese Nicolas Sarkozy ed il cancelliere ceco Karl Schwarzenberg
sono andati in Medio Oriente per iniziare gli sforzi diplomatici, il governo di
Bush ha accusato Hamás per il conflitto, ma ha evitato di assumere un ruolo
attivo.

Il segretario di Stato (cancelliere), Condoleezza Rice, ha annullato un
viaggio, previsto lunedì, in Cina per trattare la crisi, ma ancora non è nei
suoi piani di trasferirsi nella regione. Dinanzi alla mancanza di una posizione
chiara del presidente americano eletto, gli analisti iniziano a speculare.
Alcuni hanno ricordato una dichiarazione di Obama nella località Israeliana di
Sderot: "Se qualcuno lanciasse razzi sulla mia casa, dove le mie due figlie
dormono di notte, farei tutto ciò che posso per fermarlo".

Questo è stato interpretato come un segnale di appoggio alle rappresaglie
israeliane contro Hamás. In una conferenza sul Medio-Oriente tenuta lunedì
nello Brookings Institution, gli osservatori hanno prestato particolare
attenzione alle dichiarazioni fatte da Martin Indyk, ex ambasciatore americano
in Israele e collaboratore del dipartimento di Stato per gli affari del Vicino-
Oriente durante il governo di Bill Clinton (1993-2001). È considerato un
candidato probabile per un alto incarico legato al Medio-Oriente nel gabinetto
del designato e prossimo Segretario di Stato Hillary Clinton. Indyk ha evitato
di attribuire colpe per la crisi o di dare prescrizioni per risolverla. Si è
richiamato ad un "sollecito cessate il fuoco" ; è stato prudente, evitando di
offendere una delle parti. Ha anche sostenuto che il ministro della difesa
israeliano Ehud Barak concluderà certamente la campagna militare prima
dell'assunzione dell’incarico da parte di Obama cosa che faciliterà la politica
estera del nuovo presidente americano.

"Questa settimana ci saranno intense operazioni (militari), e la prossima
settimana ci sarà una intensa diplomazia” ha affermato. "Credo che Obama si
trovi in una situazione in cui potrà approfittare di questa diplomazia e far sì
che le due parti decidono per un cessate il fuoco". Nella conferenza, il
politologo Shibley Telhami, dell’Università del Maryland, ha elogiato la
decisione di Obama non di parlare della situazione a Gaza prima dell’assunzione
dell’incarico. "Non avrà una seconda possibilità di dare una prima impressione.
Se dici qualcosa su questa crisi in prima battuta, le mani ti restano legate. E
ed è un grande errore se egli interviene in questa crisi". Nel frattempo molti
analisti sembrano decidere con Telhami che il silenzio è la cosa migliore, la
risposta di Obama rivela l'ambiguità della sua amministrazione sui temi legati
alla crisi Israelo-palestinese. Forse deliberatamente, è stato circondato da
consulenti la cui cronistoria sull'argomento è difficile da leggere. Hillary
Clinton si è guadagnata la reputazione, alla fine degli anni ‘90, di essere
aperta alle preoccupazioni palestinesi. Si è richiamata nel 1998 alla
"soluzione di dei due Stati"(uno israeliano e l’altro palestinese, coesistenti
in modo pacifico), molto prima di convertirsi alla visione di maggior consenso.
Nel 1999 suscitò una polemica quando apparve con Suha Arafat, coniuge dello
scomparso leader palestinese Yasser Arafat, durante una riunione nella quale
quest'ultimo criticò Israele. Hillary Clinton si è anche guadagnata l’appoggio
del mondo arabo con gli sforzi del suo coniuge per promuovere la pace tra
palestinesi e Israeliani durante gli ultimi anni della sua amministrazione. Ma
da quando si è insediata in senato nel 2001, ha adottato una posizione più filo-
Israeliana. Gli Analisti si chiedono se ciò ha prodotto un cambiamento nel suo
modo di pensare in quanto senatrice del nordorientale Stato di New York, in cui
esiste una Comunità ebrea enorme, nella sua maggioranza schiacciante partigiana
delle politiche di Israele. Benché si considerasse Obama inizialmente
simpatizzante delle preoccupazioni palestinesi ed era visto con sfiducia dai
gruppi ebrei bellicisti, le sue nomine in politica estera sembrano mettere
un'ombra su questo. Molti sospettano che condividerà gli stessi principi pro-
Israeliani dell’amministrazione di Bush.

(fonte IPS, traduzione di G.P.)