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Petrolio musulmano, dollaro di carta straccia

di Borsari.it - 22/02/2006

Fonte: Borsari.it

 

L'Italia, al momento, importa petrolio per circa 40 miliardi di euro l'anno: poco meno del 4.0% del Pil; gli Stati Uniti ne importano per 300 miliardi l'anno, poco più del 3.0% del loro Pil.
Quasi tutti gli altri paesi occidentali (con l'esclusione dell'Inghilterra, che è esportatrice), si trovano in una situazione simile.

Cosa significa?

Una cosa molto semplice: se, per ipotesi, il petrolio fosse "gratis", Italia, Stati Uniti e gli altri paesi occidentali importatori di petrolio, vedrebbero aumentare la loro ricchezza (il Pil) dell'importo risparmiato (40 miliardi per l'Italia, 300 per gli Usa, etc..). Un sacco di quattrini.

Dall'altra parte, i paesi esportatori, soprattutto quelli che non hanno altre risorse, precipiterebbero nella miseria più nera.

Viceversa, se il petrolio aumentasse ancora di prezzo (rispetto ai 58 dollari attuali), i paesi importatori cederebbero ulteriore quote della loro ricchezza ai paesi esportatori; se, ad esempio, il petrolio raddoppiasse ancora di prezzo (oltre i 100 dollari per barile), ipotesi tutt'altro che peregrina, l'Italia spenderebbe 80 miliardi di euro l'anno (poco meno dell'8.0% del Pil) per comprare il petrolio che gli serve, e gli Stati Uniti 600.
In poche parole: i paesi importatori diventerebbero molto più poveri e quelli esportatori molto più ricchi, ridisegnando, in tal modo, la geografia politica-economica del mondo.
Gli Stati Uniti, in particolare, hanno già un deficit con l'estero (esportazioni - importazioni) di circa 800 miliardi di dollari (poco meno dell'8.0% del loro Pil) e, in quell'ipotesi di raddoppio dei prezzi petroliferi, vedrebbero il loro deficit crescere fino a quasi 1100 miliardi di dollari (il 10.0% circa del loro Pil). Sarebbero, in poche parole, un paese prossimo alla bancarotta.

Non esiste, nella storia economica del mondo, un esempio di un paese che sia riuscito a sopravvivere con un deficit con l'estero tanto alto.
In che modo potrebbero "difendersi" gli Stati Uniti dalla bancarotta?
Aumentando la ...... "produzione" di dollari: stampando altra "carta" con cui pagare le proprie importazioni di petrolio (ed altro).
Finché troverà ........ "polli" che accetteranno quella "carta".

Mi spiego?
Fintantoché il dollaro verrà considerata una moneta affidabile e sarà, quindi, accettato in pagamento per le merci ed i servizi ricevuti, lo zio Sam potrà continuare a stamparne in quantità sufficienti a colmare (in tutto o in parte) quel deficit tra esportazioni ed importazioni.
Ma, cosa succederebbe, il giorno in cui i fornitori degli Stati Uniti (esportatori di petrolio in testa) non ritenessero più affidabile il dollaro (in quanto inflazionato da ..... troppa "carta" in circolazione) e volessero essere pagati in altra valuta (ad esempio in euro), oppure direttamente in oro?
Succederebbe che il valore di cambio del dollaro precipiterebbe immediatamente a livelli oggi inimmaginabili e, tutti quelli che detenessero (a quel momento) la loro ricchezza in dollari, sarebbero, di colpo, "ripuliti" di gran parte dei loro averi.

Se, ad esempio, il cambio dollaro-euro passasse da 1.2 (attuali) a 2.4, la ricchezza americana (il Pil) si dimezzerebbe di colpo e, gli Stati Uniti non sarebbero più il più ricco paese del mondo.
Quando Saddam Hussein cominciò a pretendere il pagamento in euro (e non più in dollari) per il suo petrolio, l'amministrazione Bush lo accusò immediatamente di essere un fiancheggiatore di Al Qaeda (e non era vero) e di possedere armi di distruzione di massa (e non era vero neanche questo), in modo da avere una scusa "presentabile" al mondo, che giustificasse l'attacco militare all'Iraq e la destituzione di Saddam Hussein.
Se l'esempio di Saddam Hussein (di richiedere il pagamento in euro) fosse stato seguito dagli altri paesi produttori di petrolio, gli Stati Uniti avrebbero visto precipitare la loro situazione economica, nella maniera spiegata sopra.
Ecco perché dovevano dare una "lezione" esemplare: ne "bastoni" uno, per educarne 100.

E' ovvio, tuttavia, che all'aumentare del prezzo del petrolio (e, quindi, del deficit americano) il problema di "affidabilità" del dollaro si presenterà, prima o poi, in tutta la sua drammatica attualità e, dunque, le "guerre preventive" (come quella contro l'Iraq) non saranno più sufficienti ad impedire il crollo del dollaro. Ecco perché è necessario che gli Stati Uniti diventino autosufficienti dal punto di vista degli approvvigionamenti di petrolio.
Ma, mi direte, come può essere autosufficiente un paese che produce 7,5 milioni al giorno di barili di petrolio, e ne consuma 20.0?
In effetti, allo stato attuale sembrerebbe impossibile; a meno che ...... a seguito delle varie guerre di "esportazione della democrazia", gli americani non si "impossessino" (sottraendolo ai legittimi proprietari) del petrolio mancante.

Facciamo quattro conti: 20.0 - 7.5= 12.5 milioni di barili al giorno è quanto serve allo zio Sam per essere autosufficiente.
L' Iraq ne può produrre 2.6 milioni al giorno, l'Iran 3.4 milioni e l'Arabia Saudita 8.7 milioni. Questi tre produttori, da soli, bastano ed avanzano per assicurare tranquillità d'animo e certezza di approvvigionamenti (in dollari) all'America.
In Arabia ci sono già le basi militari americane (appoggiate da un regime tanto amico, quanto tirannico e corrotto) e, quindi, quei pozzi di petrolio possono essere, agevolmente, "controllati"; in Iraq, i marines hanno appena svolto il loro lavoro ed hanno "democraticamente" requisito i pozzi petroliferi di proprietà degli iracheni.
Resta l'Iran; ma occorre una buona scusa per attaccarlo ed "esportare", anche li, la democrazia occidentale.

Ecco, dunque, che si comincia a parlare di impianti iraniani in grado di produrre bombe nucleari e della necessità di "neutralizzare" quella minaccia prima che diventi troppo pericolosa; c'è necessità, anche qui, di un "attacco preventivo" in difesa della pace e della democrazia.
Più o meno la stessa "balla" utilizzata in Iraq.
E, nel frattempo, i mass media di tutto il mondo occidentale, battono sul tasto "religioso": quelli (i paesi produttori di petrolio) sono musulmani, mentre noi siamo cristiani.
Il loro profeta (Maometto), viene presentato come un personaggio da fumetti (in modo che quelli s'incazzino), ed il nostro messia (Gesù) è innalzato al rango di "unico" inviato da Dio (in modo che noi ci sentiamo superiori a loro).
Sicché, dopo tanto turbinare di messaggi mediatici, balle religiose ed invenzioni di minacce inesistenti, ognuno può scegliere il motivo per cui sia legittimo fare guerra ai musulmani (per far trionfare la nostra verità religiosa, per esportare la nostra democrazia, per difenderci da una minaccia nucleare etc...) e nessuno pensi alle cose che, invece, dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti: il petrolio che loro hanno e noi no e la minaccia all'affidabilità del dollaro, da cui dipende l'intera economia americana.
D'altronde, le guerre sono sempre state "vestite" di nobili ideali, mentre, in realtà, si sono sempre fatte per il più banale dei motivi: appropriarsi della ricchezza altrui.

Ed anche questa, come ho spiegato, non fa differenza.