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Ramallah pessimista: «Hanno scelto un razzista che vuole distruggerci»

di U.D.G. - 12/02/2009



In Cisgiordania regna lo sconforto fra la gente e sulla stampa. Il voto in Israele ha gelato la speranza. Ma il premier palestinese non rinuncia a ricordare gli impegni, per primo il congelamento dell’attività edilizia nelle colonie.
«Cosa dobbiamo aspettarci da un Paese che manda al governo un falco e un razzista? Niente di buono». Le considerazioni dell’anziano Faisal danno conto perfettamente dello stato d’animo prevalente tra i palestinesi rispetto ai risultati delle elezioni in Israele. Siamo a Ramallah, capitale della Cisgiordania, venti chilometri da Gerusalemme. Per arrivarci abbiamo dovuto superare tre check-point istituiti dall’esercito Israele. Tre dei 564 che spezzano in mille frammenti territoriali la Cisgiordania. Nessuno si fa illusioni a Ramallah: «Le cose andranno sempre peggio per noi», afferma Kamel, 27 anni, un diploma di perito elettronico e un presente da disoccupato. Il morale della gente si confà a quello atmosferico: plumbeo. «Hanno votato per un razzista che vuole deportare tutti gli arabi e che vorrebbe sganciare su Gaza le bombe atomiche», riflette Kamel riferendosi al leader dell’ultradestra ebraica, Avigdor Lieberman. Con Kamel ci sediamo ad un caffè nella Piazza dei Leoni, cuore di Ramallah. Sul tavolino, troviamo copie dei due maggiori quotidiani palestinesi.
UMORE PLUMBEO
Il pessimismo domina i commenti sul voto israeliano. «Al Quds», il maggiore quotidiano diffuso nei Territori, stima che «ora si assisterà a un proseguimento della paralisi politica che ha caratterizzato il governo Olmert dalla guerra in Libano nel 2006». Per «Al Hayat Al Madida», organo dell’Autorità nazionale palestinese, non c’è in realtà alcuna reale differenza, se non di nome, tra i partiti israeliani e ciò che si può prevedere è perciò il proseguimento della politica israeliana di «morte, distruzioni e colonizzazione». Per questo, a parere del giornale, continueranno l’espansione degli insediamenti, la demolizione di case a Gerusalemme est e gli attacchi nella
Striscia di Gaza. Kamel si ritrova pienamente in queste fosche previsioni. Dall’altro lato del Muro non nascono speranze.
Mai come in questo caso, l’umore della gente coincide con quello della dirigenza palestinese. «Non occorre avere la palla di vetro per vedere il prossimo governo israeliano, non importa chi sarà a guidarlo, rinunciare ai suoi obblighi verso il processo di pace», prevede il negoziatore palestinese Saeb Erekat. «Temo che gli elettori israeliani - aggiunge Erekat - non abbiamo pensato alla pace con palestinesi e i siriani quando hanno inserito le loro schede nelle urne, piuttosto hanno votato per un governo di unità nazionale che dovrà prepararsi a fare la guerra all'Iran». Non meno amare sono le considerazioni di Nemer Hammad, consigliere del presidente Abu Mazen ed ex ambasciatore dell’Olp in Italia: «Dobbiamo essere realisti e spiegare le cose per come stanno - rimarca Hammad - in Israele la destra ha la maggioranza alla Knesset e condizionerà pesantemente le scelte del futuroe esecutivo, sia che a svolgere l'incarico di premier sarà la Livni o un altro esponente politico di diverso colore. Rispetto la democrazia (israeliana) ma allo stesso tempo è assurdo che le scelte del popolo israeliano decidano il futuro di quello palestinese».