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«Non hai l'etichetta giusta» E giù botte col righello

di Marina Corradi - 14/04/2006

Branco di tredicenni picchia il compagno demodé

 

 

In una scuola media di Vicenza un ragazzo di 13 anni è stato picchiato a colpi di righello da un gruppo di compagni perché non aveva la maglietta con il marchio di moda e "obbligatorio". Da tempo, ha dichiarato sua madre in questura, veniva maltrattato perché non si vestiva come gli altri, ma l'altro giorno i compagni sono arrivati a fargli togliere la maglia, e, verificato che l'etichetta non era quella "giusta", hanno dato una lezione all'unico che non voleva, o magari non poteva, conformarsi all'imperativo della griffe.
Piccola storia drammatica in una quieta e benestante provincia del Nord Est. Un branco, e senza virgolette, tale è stato quel gruppo di ragazzini in un'aula, addosso a un unico compagno; un branco, perché è fra gli animali che accade che l'esemplare diverso d'aspetto venga emarginato o attaccato. Come se, al termine della parabola della civiltà più ricca e tecnologizzata, si potesse trovare l'aggressività più primitiva, nell'inconsapevolezza ignorante e del tutto sprezzante, di sette ragazzini firmati dalla testa ai piedi.
Ma, quel marchio. Quelle piccole icone a cui i ragazzi - e non solo loro - sono così maledettamente attaccati da disegnare fra di sé gerarchie di valore a seconda di quali e quante se ne indossino, quasi fossero stellette di ufficiali; quei "gradi" tacitamente e collettivamente decisi, senza i quali si rischia d'essere un paria, cosa sono?
A guardarli, sulle giacche degli studenti nel metrò, uguali a decine, paiono simboli, codici di riconoscimento di tribù costrette a incrociarsi nella metropoli. Molte aree sociali hanno i loro, a identificarsi. Ma quelli dei tredicenni, di solito, sono i consueti marchi dell'abbigliamento casual costoso, le scarpe da ginnastica a centoventi euro, le tee shirt a ottanta. Il modo per declinare l'unica appartenenza imparata in tante province italiane più floride di quanto non si ammetta: io ho i soldi, guarda cosa mi metto addosso. E il disubbidire, per scelta di educazione, o per una pove rtà di mezzi magari consapevolmente accettata, da parte di un compagno, può venir guardata con disprezzo, se quello abbozza. Ma se, magari, lascia capire che di quei "gradi", di quelle stellette non gli importa, che di quella gerarchia se ne infischia, diventa un nemico.
Cosa difendono, aggredendo, i ragazzini del povero branco di Vicenza? Se stessi, e in quei marchi sui vestiti l'unica cosa che pare ancora tenerli assieme, oltre forse al tifo in una curva allo stadio. Ora un assessore della città parla di rimediare dotando tutti di una bella divisa scolastica, per creare "appartenenza a valori condivisi". L'appartenenza, temiamo, non ce la si infila come una giacca. L'appartenenza era quella dei figli degli operai, che studiavano per dimostrare che i figli della loro classe valevano quanto i borghesi. O quella dei cattolici, certi di continuare una storia.
Con la divisa bella come nei migliori collegi inglesi - dove peraltro il bullismo è molto diffuso - si continueranno a vedere gli orologi e gli zaini e i motorini, "giusti" e "sbagliati". Poveri segni di branchi smarriti, che pure nel vuoto in cui sono lasciati intuiscono il desiderio di un'appartenenza, ma vera. Qualcosa in cui giocarsi sul serio - qualcosa in cui essere insieme davvero.