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Siamo un Paese di paesi Più umanità sotto i campanili

di Ulderico Bernardi - 19/04/2006

La riscoperta dei piccoli centri a scapito delle città

 

Un paese ci vuole, scriveva Cesare Pavese. E forse intendeva qualcosa di più delle sue Langhe. Esprimeva un concetto universale, ma non astratto. Perché gli uomini astratti non esistono. Ciascuno acquista senso nel suo esistere soltanto attraverso la ragnatela di riferimenti simbolici e di memorie che gli trasmettono valori essenziali di una specifica cultura locale. Cui può ribellarsi, ma non inventarsene un’altra. Come non si possono scegliere i nonni. Non è questione di localismi, piuttosto di realtà antropologica. È nel piccolo che possiamo trovare ciò che ci sfugge nel grande, ha osservato Clifford Geertz, imbattendoci in verità generali mentre consideriamo casi speciali. Il radicamento appartiene a quell’ordine essenziale di bisogni umani che la persona aspira a soddisfare. Per capire il mondo, a partire dal suo luogo immediato. Il veicolo che collega locale e globale è la relazione. Da sempre. Ricordava Agostino: «Communicatio facit civitatem». Si può comprendere come tante famiglie e singole persone lascino la grande città per trapiantarsi in una di dimensioni contenute, o addirittura in villaggi da tempo erosi dalla modernità. Si tratta di un fenomeno in crescita. Magari i motivi sono più d’uno: l’inquinamento dell’aria metropolitana, lo stress di servizi inadeguati, il costo impari degli affitti e l’aumento dei prezzi delle abitazioni, la scarsa sicurezza. Ma tutto questo incide solo in parte sulla decisione di voltare le spalle ai quartieri periferici, ai centri città degradati, alla folla solitaria che riempie i mezzi pubblici. Casa e lavoro, lavoro e casa. Un tragitto asfittico, che soffoca la voglia di condividere amicizia, convivialità, affetti. Così si punta l’occhio ai campanili lontani, ma non irraggiungibili. E soprattutto non più marginali, grazie alle tante tecnologie del nostro tempo. Certo qualche disagio non manca, visto che sulle vie di Internet si corre a una velocità ben diversa che sulle nostre vecchie rotabili e strade ferrate. Ma se i tempi non diventano strazianti, lo spostamento vale la candela. Si è attratti da luoghi dove al far del giorno si risentono le campane del mattutino, e la sera quella del vespero. Dove camminando per le strade è possibile che un estraneo ti dica buongiorno o buonasera. Dove la domenica gli amici ti raggiungono per stare un poco insieme, in maniera più agevole che nel falansterio di città. L’urbanità, nel senso migliore del termine, si può ricreare anche in un villaggio. In Europa sta succedendo da tempo. Si prendono le distanze da Parigi e da Londra come da cento altri agglomerati, dove i centri storici sono ormai un’enclave pittoresca, dominio di ministeri e di miliardari, e il resto è una colata di cemento informe. Dove la relazione umana si affievolisce, fino a ridurre lo scambio di parole a un brontolio ringhioso. L’Italia è nata come un Paese di paesi, di qui la facilità con cui si può ridare vita a tante piccole comunità. Non solo per vivere più a buon mercato e in migliori condizioni di salute, ma anche per avviare nuove imprese professionali, artigianali, commerciali. Case sparse, parrocchie rurali e minuscoli comuni raccolgono tuttora una gran parte dei cittadini della penisola. Nonostante gli esodi d’altre stagioni. Non è questione di retorica lillipuziana, ma di riequilibrio delle residenze che, specie con l’avvento della multietnicità, va salutato con favore. Infatti, se come già è avvenuto in alcune regioni, gli immigrati si inseriscono in piccoli gruppi di famiglie nei paesi, piuttosto che in ghetti urbani, anche l’integrazione risulterà facilitata.