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Mario Grossi

di Mario Grossi - 08/03/2010

Sono anni ormai che sui giornali e nelle librerie si susseguono articoli e saggi sulla scuola e su come la scuola non garantisca più un adeguato livello di conoscenza agli allievi che vi transitano. Con piglio scientifico, corredati da analisi, numeri e grafici i saggi che vengono pubblicati cercano di investigare sui suoi mali e tentano interpretazioni ogni volta più sconsolate.

Di contro ogni governo che si è succeduto nel corso degli anni ha preso mano al problema della riforma tentando maldestramente di curare un malato che sembra terminale.

Ultimamente mi sono capitati per le mani (il che significa che li ho sfogliati leggiucchiando qualche pagina) due libri. Il primo di Tullio De Mauro, La cultura degli italiani, edito da Laterza è il resoconto desolato di una situazione che può essere ricondotta a questa fotografia: il 70% degli Italiani stenta a comprendere un testo e questo sarebbe in parte dovuto a un analfabetismo di ritorno che li colpisce e in parte provocato dal collasso della scuola pubblica che non assicura più un decente percorso formativo agli studenti.

Il secondo è un libro a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana La sfida educativa, edito sempre da Laterza, in cui manco a dirlo il tema centrale è la perdita di ideali da parte dei giovani e come il pensiero cristiano nella scuola, rivitalizzando e attualizzando il suo linguaggio, possa essere una risposta alla crisi appunto della scuola.

Alla fine ci si è messa pure la Gelmini con la sua idea che nella scuola manca disciplina e con il suo rimedio geniale: voto in condotta da zero a dieci, se prendi cinque sei a rischio bocciatura. Insomma sono anni che si tentano interpretazioni ma onestamente nessuno sembra avere le idee chiare.

A chiarire un po’ meglio i termini della faccenda ci ha provato solo uno strano tipo che nel corso degli ultimi anni ha pubblicato in fila alcuni libri che sono diventati dei veri e propri best seller che, pur non avendo nessun altro scopo (apparente dico io) che quello di divertire, sono invece utili strumenti per indagare il malessere che percorre la scuola.

Nello scorso mese di novembre, dopo la pubblicazione di La classe fa la ola mentre spiego, L’alunno è stato assente causa assedio testimoni di Geova, Gli alunni intonano canti alpini durante l’ora di disegno e Maledetti Promessi Sposi era meglio se vi sposavate, è uscito, edito da BUR Rizzoli, La classe fa ancora la ola a cura di tal John Beer che ha firmato anche i precedenti.

Merito di questa scoperta lo devo a mia figlia che ho sorpreso sghignazzante mentre se lo leggeva. Tanto le è piaciuto che a matita ha apposto dei sonori ah, ah, ah sulle pagine più divertenti.

È così che glielo ho sottratto con autoritario gesto d’imperio tipico del padre-padrone e me lo sono letto, per poi procurarmi anche gli altri per completare la collezione.

Il libro è uno di quei florilegi che oggi vanno di moda. Raccoglie le note di registro che i prof vergano quando vogliono punire (mettere una nota si diceva un tempo) o sospendere un alunno particolarmente turbolento o reo di qualche malefatta che va repressa e condannata.

Gli intenti sono goliardici, il fine è il divertimento, gli esiti sono esilaranti.

Ma tra una risata e l’altra affiora uno spaccato della vita quotidiana all’interno delle mura scolastiche che induce a riflessione e che a mio parere fa intravedere in filigrana un tessuto che meglio di ogni saggio o noioso studio accademico mette in luce ciò che sta accadendo alla scuola.

In questa sequenza tratta dai registri quello che si nota è una netta cesura tra il docente e i discenti, tra l’indisciplina spesso travolgente e buffonesca della classe e lo sbigottimento dell’insegnante che non se ne capacita.

Lo stile delle note è burocratico e impacciato, qualche volta venato anch’esso d’ironia, e contrasta con la materia che sta descrivendo.

«L’alunno D. all’ordine di non alzarsi a raccogliere la penna caduta, la raccoglie ugualmente stando seduto, ma trascinandosi sulla sedia per una decina di metri tra andata e ritorno».

In questa nota sta tutto il senso di quanto sto dicendo. L’alunno ribelle, applicando disciplinatamente e alla lettera il comando professorale, infrange comunque quell’ordine, dimostrando una proprietà che invece doveva essere premiata. Padroneggia il linguaggio così profondamente che riesce a cogliere, volgendola a suo favore, una frase che invece nell’intento del prof aveva un significato diametralmente opposto.

La nota «l’alunno G., durante l’ora di chimica, si tocca al passaggio di un’ambulanza» denota anch’esso un’incomprensione del linguaggio non verbale delle giovani generazioni (ma che viene utilizzato inelegantemente anche dagli adulti).

Un’etichetta formale si scontra con una gestualità certo non elegante ma comune.

L’educazione e il rispetto delle regole sembrano non essere recepiti mai. «M. si taglia le unghie in classe. Richiamato getta le forbici dalla finestra». «D. e M. si presentano a scuola in costume da bagno».

Il burocratese la fa da padrone e sembra quasi che i professori non si rendano conto dell’esito esilarante di certe loro frasi scolpite nel registro. “Ignoti ragazzi di questa classe evidenziano l’incapacità di trattenere emissioni di gas intestinali; di conseguenza la lezione risulta impossibile e la situazione non più tollerabile”.

Sembra quasi un verbale redatto dal carabiniere più pitecantropo che si conosca.

Eccone un altro esempio «T. viene sorpreso a consumare un lauto pasto durante la lezione. Richiamato persevera nel suo atteggiamento luculliano e fornisce particolari disgustosi della sua anatomia maxillo-facciale». Degna battuta per un film dei Fratelli Marx.

«Temo che l’alunno L. sia un petomane» rimanda invece alle prove cinematografiche di Alvaro Vitali. Che Dio l’abbia in gloria!

Il disprezzo divertito degli alunni nei confronti di un certo sapere è condensabile in questa nota piccata «L’alunno L. chiede di poter uscire per andare in bagno con il libro di matematica affermando che la carta igienica costa».

Fantastiche certe sottolineature aggravanti che invece suscitano ilarità. «Lo studente F. si aggira per l’istituto con una pistola ad acqua. Sottolineo che siamo alle soglie dell’esame finale». Come se fosse più o meno lecito l’uso della pistola ad acqua in funzione della vicinanza o meno all’esame.

Alcune note sono addirittura comicamente poetiche ed evocative «La classe, nel fuoriuscire furiosamente dall’aula, ha danneggiato la porta». Come il tracimare di un’onda di piena che rompe gli argini e devasta.

L’esaltazione della propria ignoranza è stimolo per invenzioni difensive gustosissime «L’Alunno R. ha affermato che il voto disastroso avuto al compito dei verbi in latino non dipendeva da lui perché non li conosce nemmeno in italiano».

Insomma esiste da un lato il mondo degli alunni, esuberante, indisciplinato, carico di una vitalità che trova sbocco in giochi verbali, in gestualità irrefrenabile, in uno scintillante moto perpetuo che è un mondo conchiuso in se. Dall’altro lato il mondo dei docenti, sbigottiti, perplessi, irritati, depressi, burocratici nello scrivere, impettiti nei modi, incapaci spesso di relazionarsi con i propri studenti. Una linea di confronto passa per la scuola, non un muro contro muro, ma una vicinanza impermeabile che li rende inconoscibili gli uni agli altri.

A questo punto qualcuno mi dirà che era così anche in passato e che i conflitti talvolta erano assai più severi e duri.

È vero dico io. Se ripenso, ad esempio, al Gian Burrasca lo vedo, con la sua vitalità ribelle, simile agli studenti che si aggirano nelle scuole d’oggi. Così se penso a Il seme della violenza non posso non notare quella stessa contrapposizione che acquista toni decisamente più drammatici di quelli divertiti che escono dalle pagine di questo volumetto.

Ma in Gian Burrasca si capisce che Giovannino Stoppani e la sua irrequietezza in fondo sono omologhi al mondo che troverà oltre la scuola e che la sua è solo esuberanza giovanile che confluirà poi in una società che è vista come la prosecuzione sobria in età adulta di quel modello di scuola.

Così ne Il seme della violenza si capisce che la scuola è vista, alla fine, dai teppisti redenti come uno strumento che migliorerà le loro opportunità di inserimento in una società percepita ostile ma coerente con quei valori che nella scuola sono predicati.

In questa scherzosa antologia si annusa invece un sottile odore di rancido e di chiuso.

Gli alunni non considerano la scuola uno strumento che li aiuterà nella società, come i professori non sono così sicuri che i loro insegnamenti valgano davvero qualcosa.

La colpa non è dell’indisciplina e del qualunquismo degli alunni. La colpa non è nella negligenza e nella perdita di senso dei professori.

La scuola oggi è oggettivamente altro rispetto alla società che la circonda. La scuola non è più coerente con il modello di vita che ci viene imposto.

Oggi quello che è richiesto a un giovane è essere flessibile, adattarsi, essere pronto a cambiare lavoro molte volte durante la sua vita lavorativa e molto velocemente. Questo comporta un atteggiamento che impone rapido apprendimento in successione di saperi diversi che non possono essere accumulati. Un giovane flessibile non può caricarsi sulle spalle un fardello di sapere che gli ingombra la mente quando deve apprendere rapidamente altro. La sua caratteristica fondamentale è quella di saper dimenticare. Dimenticare rapidamente quello che ha appreso fino a ieri, per reinventarsi altrettanto rapidamente nuove competenze.

E la scuola, cui siamo abituati, cerca di generare sapere, duraturo, stabile, appreso lentamente e faticosamente. Per questo motivo ingombrante. E per questo motivo non coerente con quanto richiede la società oggi.

La scuola è strutturata per ricordare non per dimenticare. Ed è per questo che oggi si avvera quello che fu ipotizzato molto tempo fa in Descolarizzare la società. Con la sola variante che la società non è stata descolarizzata ma si è descolarizzata da sé.

Tre sono le strade per invertire la tendenza a mio avviso.

La prima. Riconvertire la società a un modello in cui sia centrale ricordare più che dimenticare; rallentando il ritmo che si è fatto frenetico e rinunciando al tritacarne della flessibilità, intesa come elettrochoc continuato che inabilita a qualsiasi stanzialità (geografica, lavorativa, sentimentale, conoscitiva).

La seconda. Trasformare la scuola rendendola coerente con il modello attuale di società, riconvertendola a un insegnamento che ponga il dimenticare al centro dei suoi sforzi e che si scordi del ricordare. Una scuola anch’essa flessibile, con programmi mutevoli, implacabilmente veloci e che non lascino alcuna traccia.

La terza. Svincolare completamente la scuola dalla società, abolendo qualsiasi valore legale ai titoli di studio e imboccare decisamente la strada dell’inattualità, ponendo al centro dell’insegnamento quelle conoscenze che io definisco “inutili” e che sono l’unico nucleo intorno al quale si possono fissare i fondamenti della civiltà. Una scuola che privilegi l’inutile, il bello e l’inattuale.

Io sono per la terza via?