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La medicina amara del Congresso

di Michele Paris - 25/01/2011



Mantenendo una promessa fatta in campagna elettorale sotto le pressioni dei Tea Party, qualche giorno fa il Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato all’unanimità per l’abrogazione della riforma del sistema sanitario firmata da Obama nel marzo 2010. L’iniziativa della nuova maggioranza nel ramo più basso del Congresso americano non è in realtà che una mossa puramente simbolica. Gli equilibri di potere usciti dopo le elezioni di medio termine dello scorso novembre minacciano però un possibile ulteriore ridimensionamento di una legislazione che già nella sua forma attuale farà ben poco per aggiustare un sistema sanitario totalmente al servizio del profitto privato.

Il testo presentato dalla leadership repubblicana alla Camera, significativamente chiamato “Repealing the Job-Killing Health Care Law Act”, è stato approvato con 245 voti a favore e 189 contrari, con tre deputati democratici che si sono uniti alla maggioranza. Nonostante il passaggio senza difficoltà del provvedimento, esso non ha praticamente alcuna possibilità concreta di cancellare interamente la faticosa riforma voluta da Obama e dai democratici. Questi ultimi, infatti, conservano una sia pur risicata maggioranza al Senato, dove è probabile che il testo appena licenziato dalla Camera non verrà nemmeno discusso. Anche nell’eventualità di un voto favorevole del Senato, comunque, il presidente avrebbe sempre a disposizione l’arma del veto per bloccarne l’entrata in vigore.

L’intero dibattito sulla controversa riforma sanitaria e lo zelo dei repubblicani testimoniano a sufficienza dell’isteria esplosa da subito attorno ad uno dei nodi centrali della campagna elettorale di Barack Obama per la Casa Bianca nel 2008. Le critiche che provengono da destra alla cosiddetta “Obamacare” continuano a sottolineare una eccessiva quanto improbabile intrusione del governo nel settore della sanità, tanto che alcune voci più estreme tra i repubblicani, come la deputata del Minnesota e beniamina dei Tea Party, Michele Bachman, l’hanno assurdamente definita un perfetto esempio di “medicina socializzata”.

Oltre a ciò, i repubblicani sostengono di temere un aumento vertiginoso del debito pubblico e lo spiacevole effetto collaterale della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, dal momento che, a loro dire, molte aziende saranno costrette a licenziamenti di massa perché non in grado di fornire la copertura ai loro dipendenti. In realtà, per le aziende non è contemplato alcun obbligo di offrire un piano di assistenza ai lavoratori, bensì sono previste sanzioni molto modeste per quei datori di lavoro che decideranno di non farlo.

Per quanto riguarda l’aumento del debito pubblico, le stime che i repubblicani continuano a propagandare impunemente si basano su studi promossi da organizzazioni e think tank di parte. L’unica fonte imparziale, l’Ufficio per il Bilancio del Congresso (CBO), incaricato di valutare in maniera indipendente l’impatto sulle casse federali delle varie leggi in discussione, ha confermato che la riforma di Obama contribuirà a far abbassare il deficit pubblico nel prossimo decennio, tagliando i costi nel settore sanitario - e di conseguenza anche i servizi - per 143 miliardi di dollari.

Nel complesso l’intera legislazione, che sarà attuata interamente a partire dal 2014, ben lontana dall’avere anche solo qualche traccia di socialismo, si basa pressoché del tutto sul settore privato. Scomparsa quasi subito dalla discussione politica l’ipotesi dell’istituzione di un piano pubblico universale, l’allargamento della copertura sanitaria previsto dal compromesso finale partorito dal Congresso si fonda in parte su una relativa espansione del popolare programma gestito dal governo federale, Medicaid, ma soprattutto sullo stanziamento di limitati sussidi per i redditi più bassi che dovranno ricorrere a polizze private.

I contenuti della legge che più stanno contrariando i repubblicani sono il divieto imposto alle compagnie assicurative private di negare la copertura ai cittadini con malattie pregresse e, in particolare, il mandato obbligatorio che imporrà a tutti gli americani di acquistare una polizza sanitaria, ancorché privata. Quest’ultimo aspetto della riforma è ritenuto da molti, soprattutto a destra, palesemente incostituzionale ed è già causa di procedimenti legali di fronte a svariate corti federali. Con ogni probabilità, la controversia verrà risolta dalla Corte Suprema nel prossimo futuro.

Consapevoli di non avere praticamente nessuna chance di revocare per il momento la riforma di Obama, i repubblicani promettono una battaglia a dir poco aggressiva su elementi specifici della legislazione stessa, come appunto l’obbligo di acquisto di un’assicurazione sanitaria. Per di più, la maggioranza alla Camera ha già annunciato di voler ostacolare lo stanziamento dei fondi destinati a quegli organismi federali incaricati a breve dell’implementazione dei vari elementi della riforma.

Al di là della diatriba tra democratici e repubblicani, a ben vedere le posizioni dei due principali partiti americani sulla questione della sanità appaiono molto più vicine di quanto possa apparire. Entrambi, infatti, concordano in pieno sul fatto che l’obiettivo primario di qualsiasi intervento legislativo in quest’ambito debba mettere al primo posto il contenimento dei costi.

Praticamente nessuno all’interno del Congresso mette poi in discussione la prevalenza assoluta del settore privato e la salvaguardia dei profitti delle grandi compagnie che dominano il mercato e che di fatto contribuiscono a finanziare la politica di Washington. Per questo, non deve sorprendere che sia scomparso anche solo qualsiasi lontano accenno alle cure sanitarie come diritto universale di tutti i cittadini e, come tale, garantito da un sistema pubblico.

La sostanziale conformità di vedute di maggioranza e opposizione è confermata poi dalle recenti aperture mostrate dalla Casa Bianca e da alcuni senatori democratici nei confronti dei repubblicani. Obama e i suoi compagni di partito si sono detti disposti a discutere di possibili modifiche alla riforma. Alcune proposte che potrebbero trovare un consenso bipartisan prevedono così nuovi tagli alla spesa sanitaria, ma anche limiti severi al diritto dei pazienti di denunciare i medici nei casi di malasanità e ulteriori restrizioni al finanziamento pubblico per le interruzioni di gravidanza.