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La fonte della saggezza

di Richard Smoley - 28/06/2006


Su quale guida possiamo fare affidamento nella nostra ricerca? Per alcuni, l'esperienza spirituale è una questione di grazia; come hanno affermato i mistici nel corso dei secoli, qualche volta essa viene concessa in modo spontaneo e non richiesto. Ma nessuno può fare affidamento su un tale favore. A questo punto, sorge il problema di trovare un insegnante.

Su quale guida possiamo fare affidamento nella nostra ricerca?

Per alcuni, l’esperienza spirituale è una questione di grazia; come hanno affermato i mistici nel corso dei secoli, qualche volta essa viene concessa in modo spontaneo e non richiesto. Ma nessuno può fare affidamento su un tale favore. La maggior parte di noi ha bisogno di compiere uno sforzo per avvicinarsi a Dio, ma appena ammettiamo questo bisogno, dobbiamo anche riconoscere che forse non sappiamo quale deve essere tale sforzo o dove vada indirizzato. A questo punto, sorge il problema di trovare un insegnante.

Oggi molte persone nutrono dubbi su coloro che si presentano come insegnanti spirituali. Puntualmente, i giornali danno notizia di qualche nuovo suicidio di massa od omicidio eseguiti per ordine di un fanatico leader religioso; ma anche mettendo da parte questi casi estremi, per noi la maggior parte degli autoproclamatisi maestri non sono nulla di più che impostori alla ricerca di soldi o potere a spese dei discepoli. Nel linguaggio contemporaneo, “guru”, la venerabile parola sanscrita per maestro spirituale, è giunta a indicare qualcuno che esige obbedienza assoluta da persone credulone.

Poiché i ricercatori spirituali si sono disaffezionati alle fonti esterne di autorità, è spuntata un’altra idea. Adesso si dice spesso che dobbiamo cercare il maestro dentro di noi, che la fonte della saggezza è nella nostra mente, e che questa ci offrirà quella guida che stiamo cercando. L’autorità esterna è nel migliore dei casi un preliminare, nel peggiore un ostacolo alla scoperta della fonte della nostra conoscenza.

Cosa dobbiamo pensare di questi due atteggiamenti? Sembrano opposti l’uno all’altro, in quanto la guida interiore (comunque venga sperimentata) può indicare una direzione molto diversa da quella suggerita da un insegnante esteriore. D’altra parte, dobbiamo anche ammettere che la nostra comprensione è sempre solo parziale. Inevitabilmente, ci sono cose che non abbiamo visto e prospettive che non abbiamo considerato. Non essere capaci di ascoltare un buon consiglio è già un segno che non siamo sulla buona strada.

Per la mia esperienza, direi che un insegnante esterno, umano, è indispensabile per progredire sul cammino spirituale. Quasi tutte le persone per le quali ho più rispetto in tale contesto sono state guidate da figure più sagge e anziane, e guardando indietro alla mia vita, posso vedere quanto sono stati indispensabili i miei mentori e quanto sono stato fortunato ad averne avuti di così buoni. I limiti e le difficoltà che ho incontrato – e tuttora incontro – sarebbero stati molto più difficili senza il loro sostegno.

Al livello pratico più rudimentale, un insegnante offre istruzioni sia teoriche che pratiche su un determinato cammino. In altre aeree della vita, avviene la stessa cosa. Puoi imparare a cucinare leggendo libri e seguendo ricette. Se scegli i libri giusti, avrai a disposizione tutte le informazioni più importanti e utili, e ti basterà seguire le istruzioni per imparare, sbagliando e riprovando. Ma ci sono delle cose che i libri di cucina non riescono mai a comunicare totalmente: piccoli trucchi e accorgimenti che possono essere sintetizzati con la parola stile. Da una persona con più esperienza impari più cose di quante può insegnarne un libro, e in molto meno tempo e con meno errori che cercando di imparare da solo. Questo vale anche per pratiche spirituali come la meditazione. Dalle istruzioni personali si impara qualcosa che nessun libro o manuale, per quanto ben scritto, può comunicare.

L’istruzione spirituale non è una questione di semplice tecnica; essa ha a che fare con la trasformazione interiore, e da un certo punto in poi questa può avvenire solo introducendo una sorta di sottile catalizzatore che in qualche modo provoca un cambiamento nel proprio essere. Una delle più antiche metafore di questo catalizzatore è il lievito o il fermento (come si può leggere nei vangeli, a esempio, o nei testi sufi). Quando viene introdotto in certe sostanze, il lievito provoca un mutamento nelle loro proprietà fondamentali. La farina e il succo d’uva si trasformano in pane e vino. Con l’essenza di un insegnamento avviene la stessa cosa: esso viene in qualche modo comunicato nella natura di una persona, trasformandola. Talvolta, questo processo viene descritto in termini molto letterali: gli sciamani siberiani parlano del “kam”, una sorta di anima universale che, dopo l’iniziazione, sovrasta la natura del praticante individuale. Nella maggior parte delle altre scuole, il processo è più sottile: viene impartita una fragranza o una caratteristica che è unica per ogni tipo di insegnamento. Per chi avesse appena iniziato la propria ricerca, potrebbe essere utile cercare di avvertire questa fragranza all’interno di un gruppo per capire se essa si accorda con la propria natura.

Questo “lievito” è così importante che la sua rivelazione è forse la principale funzione di un insegnante spirituale. Qualcuno è in grado di comunicarla istantaneamente (o dice di poterlo fare), con un semplice sguardo o tramite un contatto; altri ritengono che siano necessari molti mesi o anni di lavoro su una pratica particolare. Senza dubbio, ciò dipende da cosa viene trasmesso. Se si tratta di raggiungere un certo stato cognitivo, come nell’Advaita Vedanta o nello Dzogchen, forse è sufficiente un giorno, o persino un minuto, a patto che lo studente sia pronto. Ma se l’insegnamento richiede la padronanza di una tecnica complessa, come nelle arti marziali, possono occorrere decenni.

Ciò porta a una delle più delicate domande sulla relazione studente/insegnante: quand’è che l’insegnante deve lasciar andare lo studente? Fare generalizzazioni è difficile; non c’è dubbio che la risposta varia a seconda delle condizioni culturali e di ciò che viene insegnato. Tuttavia, sembra che la soluzione migliore sia riprodurre il più possibile la relazione genitore/figlio (almeno nelle sue forme più sane). All’inizio c’è un forte senso di dipendenza, che in alcuni casi può voler dire contatti quotidiani e consultazioni su tutte le questioni della vita, grandi e piccole. Ma col passar del tempo, i migliori insegnanti che ho conosciuto hanno concesso margini di libertà sempre maggiori ai loro studenti, lasciando alla fine che questi ultimi se ne andassero e imparassero dai loro errori, così come volevano.

Un approccio del genere ha i suoi rischi, naturalmente, ma esistono pericoli anche in un attaccamento prolungato. Ho sentito alcune persone, allieve da molto tempo di certi insegnanti, lamentarsi di non essere mai state lasciate libere o autorizzate ad andare per conto proprio. In alcune scuole, sembra che tutti restino allievi per sempre. È possibile che in organizzazioni simili si svolga un tipo di lavoro che può essere fatto solo collettivamente, ma non è nemmeno da escludere che l’insegnante desideri semplicemente fare collezioni di seguaci. Spesso, coloro che rimangono si sono rassegnati alla situazione o hanno paura di lasciare la casa.

Esistono poi quelli che se ne vanno di propria iniziativa, così come ve ne sono altri che vengono mandati via dagli insegnanti per imparare a nuotare o per annegare, a seconda dei casi. Chiunque si trovi in questa posizione deve cercare di trovare il maestro dentro di sé. Uno dei casi più straordinari al proposito si trova nella vita del grande psicologo C. G. Jung.

Jung non era un autodidatta. Egli era stato allievo di alcuni dei più grandi psichiatri del suo tempo, tra cui Eugene Bleuler e Thèodore Flournoy; come è noto, entrò anche a far parte della cerchia di Sigmund Freud, e per un certo tempo sembrò che quest’ultimo avesse intenzione di fare di Jung il suo successore. Ma alla fine Jung si staccò da Freud per una serie di ragioni, alcune delle quali personali, mentre altre riguardavano il rifiuto da parte di Freud di riconoscere la dimensione spirituale della psiche. Questa rottura fece entrare Jung in una profonda crisi che durò molti anni.

Durante questo periodo, Jung fu costretto ad affrontare molte immagini provenienti dai suoi sogni e dalla sua vita fantastica. Tali immagini erano vivide e spesso tormentose; ebbe molte visioni sanguinose che all’inizio temette essere segni di una psicosi, ma che in seguito avrebbe considerato premonizioni dell’imminente prima guerra mondiale. Da queste agitate fantasticherie emerse una figura chiamata Filemone. “Filemone era un pagano e portava con sé un’atmosfera egizio-ellenistica, con una colorazione gnostica”, ha scritto Jung nella sua autobiografia Memories, Dreams, Reflections. “Psicologicamente, Filemone rappresentava l’intuizione superiore. Egli, per me, era una figura misteriosa. Certe volte sembrava reale come una persona in carne e ossa. Camminavo con lui su e giù nel giardino, e per me era ciò che gli indiani chiamano un guru”.

Sembra significativo che Jung abbia incontrato questa figura dopo la rottura del rapporto con Freud. Dalle memorie di Jung, è chiaro che la principale funzione di Filemone è stata quella di aiutarlo ad attraversare il mare di immagini e archetipi che minacciava di sommergerlo. Forse la scomparsa dell’autorità esterna aveva richiesto il rinvenimento di una figura equivalente dentro di sé.

L’esperienza di Jung sembra delineare una possibile direzione verso cui può svilupparsi l’autorità spirituale di un individuo: venuta meno la figura esterna, essa assume la forma di una guida interiore. Sfortunatamente, molte storie sulla “scoperta del maestro interiore” tendono a concludere la discussione qui. In certi casi, si lascia intendere che una volta preso contatto con tale figura, tutto quello che bisogna fare è portare da lui o da lei il proprio problema, e il caso è chiuso.

Ma le cose non sono mai così semplici. Filemone dice a Jung che “i pensieri [sono] come animali nella foresta, persone nella stanza o uccelli nell’aria… Se vedi delle persone dentro una stanza, non pensi di averle create o di essere responsabile per loro”. Questo è uno stadio cruciale nella conoscenza di sé: la comprensione che il mondo dei pensieri, delle immagini e dei sentimenti interiori ha una propria vita. Se osservi onestamente tali immagini, vedrai che esse – con le loro gioie e i loro dolori, i loro alti e bassi – sono indipendenti dalla tua volontà. Questo sarebbe vero anche per il maestro interiore.

Se tali figure hanno una sorta di esistenza indipendente, se – in senso assoluto – non rappresentano l’«io», cosa sono? In realtà, la domanda da farsi a proposito della guida interiore è la stessa che va fatta con una figura umana: di chi posso fidarmi? Certamente, la profonda saggezza di alcune grandi figure religiose della storia è dovuta all’incontro con il maestro interiore; si pensi al profeta Maometto che riceve il Corano, all’arcangelo Gabriele o alle istruzioni che Socrate ha preso per tutta la vita dal suo genio o demone personale. Ma per chi non ha accesso a tali livelli di ispirazione, i consigli di molte di queste guide sembrano sbagliati, inutili, detti alla rinfusa o addirittura intenzionalmente fuorvianti.

La tradizione cristiana classica si è occupata della pratica del discernimento degli spiriti. “Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio”, leggiamo nel nuovo testamento (1, Giovanni 4:1). Questo è un utile consiglio, ed esistono molti testi cristiani che spiegano come capire se un’immagine o una voce interiore viene da Dio o meno. Sfortunatamente, sembra che talvolta la tradizione cristiana abbia reagito in maniera eccessiva a questo problema. L’impostazione sembra così radicalmente dualistica – ogni cosa deve venire o da Dio o dal demonio – da favorire una certa paranoia, come se una persona entrasse in una stanza affollata e pensasse che ognuno dei presenti sia un amico intimo o un nemico mortale.

Una risposta più sana potrebbe richiedere un certo coraggio e distacco nell’affrontare tali figure della psiche. Se hai un maestro interiore, sarebbe bene non seguirne ciecamente i suggerimenti, ma metterli alla prova del buon senso e dell’esperienza pratica. Se si rivelassero sbagliati, questo non vorrebbe dire necessariamente aver incontrato un servitore di Satana; forse ti sei imbattuto in un aspetto della consapevolezza che è pieno di buone intenzioni, ma semplicemente non conosce la risposta. Può essere un caso simile a quello di certe persone, in alcuni Paesi esteri, così gentili da indicarti la direzione anche quando non conoscono la strada.

Ciò porta al livello successivo, e forse finale, all’autorità interiore. Jung vi allude nell’autobiografia quando scrive di essere riuscito, alla fine, a “integrare” la figura di Filemone. A questo punto, il maestro non è una figura umana o una guida interiore, ma ciò che in te possiede consapevolezza e volontà. Esso riesce a consultare tutte le fonti di informazioni disponibili, esterne e interne, senza cedere mai la sua autorità ad alcuna di esse. Ascolta i consigli, ma poi agisce in base alla sua consapevolezza suprema, muovendosi come il vento “che soffia dove preferisce”. Inoltre, non è separato dall’«io» che guarda il mondo attraverso la mente e i sensi, ma è identico a esso.

Ciò può sembrare molto simile alla vita ordinaria, dove tutti facciamo ciò che ai nostri occhi sembra giusto. In un certo senso è così, ma da un altro punto di vista le cose sono completamente diverse. Infatti, questo “io”, questa consapevolezza e questa volontà, inizialmente esistono dentro di noi in stato grezzo, non sviluppato. Per usare il linguaggio dell’alchimia, esso è un metallo mescolato alle scorie dei pensieri, delle idee e delle immagini che potrebbero non essere autenticamente nostri, perché sono stati raccolti all’esterno. L’incontro con i maestri, interiori ed esteriori, è un processo di raffinazione per mezzo del quale questi elementi esterni vengono eliminati e l’oro della consapevolezza può brillare puro, indiviso e chiaro dall’intimo della nostra natura. A questo punto si continua la linea di trasmissione consegnandola, al meglio delle proprie possibilità, a coloro che verranno dopo.