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Hugo Chávez, un bilancio

di Stefano Gatto - 24/03/2013

Fonte: lospaziodellapolitica

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La prima cosa da evitare, quando si giudica un personaggio come Hugo Chávez, è cadere nella tentazione del panegirico, così caro a certa parte della sinistra, che ne ha fatto un eroe, o del disprezzo sistematico, così frequente in tanti altri.

 

Chávez non è stato nè un eroe nè un demonio, e la sua prolungata tappa politica alla guida del Venezuela va giudicata con molto realismo, tenendo in debito conto le sue notevoli contraddizioni. Che in realtà contraddizioni non sono, ma conseguenze della sua personalità e concezione della politica. Chávez è stato, con Lula, il politico più influente sulla scena latinoamericana dell’ultimo decennio. Ha guidato con carisma e autorità il Venezuela dal 1999 a ieri, senza temere rivali e confronti. Giudicato un autocrate, in realtà ha sempre vinto o stravinto elezioni e referendum, perdendone uno solo, quello sulla riforma costituzionale nel 2007, che però vincerà due anni più tardi. La sua diplomazia del petrolio e la concezione dell’integrazione seguendo il modello bolivariano, plasmatisi nell’ALBA e nel Petrocaribe, hanno modificato in profondità la geopolitica e gli equilibri latinoamericani nell’ultimo decennio: di fatto, l’operato in parallelo di Chávez e di Lula, pur di diversa indole, ha reso l’America latina “emergente” molto più indipendente da Washington di quanto non sia mai stata prima d’ora. E questo, per una regione in passato spesso eterodiretta, è un gran passo in avanti.

Un pericolo per la democrazia?

Nel 1999 fu giudicato da più parti un pericolo per la democrazia, a causa del suo passato golpista. Dissentivo allora, in netta minoranza, e mi si perdonino in quest’articolo le autocitazioni, ma ho seguito la traiettoria di Chávez sin da allora e non posso esimermi dal rimandare a alcune mie valutazioni espresse nel corso degli anni. All’argomento della supposta ademocraticità di Chávez per il suo trascorso golpista, ribattevo che gli elettori l’avevano eletto a grandissima maggioranza, e il problema del Venezuela non era quello d’aver eletto un ex-ufficiale golpista, ma quello di doversi rifugiare in un personaggio eterodosso a causa del fallimento assoluto del sistema dei partiti tradizionali, del tutto incapaci di gestire a beneficio della maggioranza della popolazione la manna petrolifera. Un paese dalle immense risorse come il Venezuela che dopo decenni di vacche grasse vedeva ancora tre quarti della sua popolazione in miseria non poteva non considerarsi un caso – scuola di fallimento in materia sia di politica economica che di funzionamento democratico.

Nel corso degli anni, Chávez ha poi vinto un referendum e un’elezione dopo l’altra: nella mia esperienza d’osservazione elettorale in Venezuela nel 2006 mi potei personalmente rendere conto della regolarità delle elezioni venezuelane, nonostante le costanti accuse di brogli informatici da parte dell’opposizione, infondate alla luce di analisi rigorose: di fatto, il sistema elettorale venezuelano è tecnicamente molto avanzato, anche se una debolezza del voto elettronico ricade nella necessità che esista piena fiducia nell’indipendenza delle istituzioni che lo amministrano. Cosa che non esisteva in Venezuela, così come è indubbio che le istituzioni di governo e la televisione pubblica siano sempre state schierate a spada tratta con Chávez in tutti gli appuntamenti elettorali, in una totale assenza di fair play. Questi difetti, gravi, non inficiano però i risultati legittimi delle varie elezioni che Chávez ha via via vinto, con maggioranze sempre abbastanza chiare. Anche l’ultima, quella dell’ottobre 2012, cui non avrebbe però dovuto partecipare dato il suo stato di salute.

Se l’accusa di ex-golpista non lo squalificava (di fatto, un golpe Chávez l’ha pure subito, in una mossa sbagliata che avrebbe indebolito l’opposizione per anni), il timore di molti era che Chávez non fosse in fondo un democratico e che al potere svelasse tentazioni autoritarie. Allora gli lasciavo il beneficio del dubbio.

Qual è il suo bilancio finale?

È contrastante: se da una parte Chávez ha sempre vinto legittimamente le sue elezioni, dall’altra è vero che ha dimostrato un’anima autoritaria incompatibile con una piena democrazia. Vistosi anche facilitato nel compito da un’opposizione che sbagliava una mossa dopo l’altra, rifiutando d’accettare la possibilità che un meticcio incolto come lui potesse gestire il “loro paese”: questo negare legittimità a Chávez è stato l’errore storico dell’opposizione venezuelana che, nata anch’essa dalla decomposizione dei partiti tradizionali nel 98 – 99 ha brancolato per anni nel buio, ritrovando una sua coerenza d’azione solo in occasione dell’ultimo processo elettorale, nel quale è stata rappresentato dal giovane Henrique Capriles, che un giorno sarà presidente del Venezuela. Se non tra trenta giorni, in una prossima occasione.

Una volta al potere sull’onda di un mandato popolare travolgente, il chavismo non occupò le istituzioni statali, ma le svuotò, affiancandole con meccanismi alternativi (le “misiones”) che usavano fondi pubblici abbondanti a causa dei generosi corsi del petrolio in parallelo allo stato e senza trasparenza. Tali missioni hanno contribuito a migliorare la situazione sociale nel corso dei quattordici anni scorsi, intraprendendo un’azione che i governi precedenti avrebbero dovuto fare loro ben prima. E che trascurarono completamente, creando una “Venezuela Saudita” circondata da un oceano di povertà. Due mondi paralleli in una società altamente classista, che con Chávez diventerà molto polarizzata. Chávez, istrionico e bulimico, occuperà ogni parcella del potere e della comunicazione, centrando tutto su se stesso e circondandosi di militari fedeli per tutte le cariche pubbliche importanti. Emarginando sempre di più un’opposizione che già si sparava da sola, ma portando l’eccesso fino alla persecuzione, in mille modi, dei cittadini che non lo votavano (identificati mediante la pubblicazione delle liste dei firmatari per il referendum revocatorio del 2004, che avevano richiesto la sua destituzione): una pratica deprecabile che ha fratturato la società venezuelana. Il suo Venezuela, paese dove si svolgevano elezioni regolari un po’ squilibrate e si faceva per la prima volta una politica sociale, è divenuto non una dittatura ma un paese diviso, nel quale se non eri chavista certificato dovevi affrontare mille difficoltà per avere un passaporto, un permesso, per gestire un’azienda. E infatti in migliaia se ne sono andati, un esodo che il chavismo favoriva (que se vayan…).

Il colmo dello svuotamento dell’essenza democratica lo si raggiunse con le elezioni locali del 2008, nelle quali s’affermarono molti sindaci dell’opposizione, cui però alla luce del risultato si tolsero per legge tutte le attribuzioni, trasferite ai governatori nominati dal governo. E nelle elezioni politiche del 2010, nelle quali a una ripartizione praticamente uguale di voti tra partito di governo e opposizione corrispose una maggioranza assoluta nettissima a favore del chavismo a causa delle modificazioni ad hoc delle circoscrizioni apportate prima del voto mediante decreto legge.

 

La diplomazia petrolifera

Da questo quadro possiamo evincere quindi che Chávez non era un dittatore, ma aveva una concezione certamente particolare della democrazia: la sua non era una democrazia liberale all’occidentale, ma una democrazia popolare, d’ispirazione bolivariana ma che in realtà guardava al socialismo reale.

Chávez ha raccolto il testimone di leader dell’alternativa al modello capitalista e liberale in America Latina da Fidel Castro: Caracas è divenuta la nuova protettrice economica del modello dell’Avana dopo la ritirata sovietica e il difficilissimo decennio cubano degli anni novanta. Le sovvenzioni petrolifere di Chávez hanno tenuto in piedi il castrismo e, mediante l’ALBA, un processo d’integrazione che nel nome e nello spirito si contrapponeva all’ALCA, progetto statunitense fallito d’integrazione dei mercati americani lanciato negli anni novanta, ha foraggiato con generosità i paesi che l’hanno seguito in quest’avventura alternativa: Bolivia, Ecuador, Nicaragua, alcune isole caraibiche. Il meccanismo è la fornitura di petrolio a prezzo politico, mediante crediti a costo bassissimo da restituire solo venticinque anni dopo. Sulle basi di queste generose condizioni Morales, Correa, Ortega hanno potuto vincere elezioni e governare con larghezza di mezzi: i Castro hanno potuto sopravvivere. La diplomazia petrolifera dell’ALBA ha anche alimentato una nuova dinamica nelle relazioni inter-americane: la nascita di nuovi processi d’integrazione, come UNASUR o CELAC, ha spiazzato l’Organizzazione degli Stati Americani e portato a una nuova America Latina, soprattutto una nuova America del Sud, più indipendente da Washington anche a causa dei buoni risultati economici che hanno tenuto fuori l’America latina dalla crisi globale. Le alleanze eterodosse di Chávez (Iran, Bielorussia, Zimbabwe) hanno invece avuto poco significato pratico e molto contenuto di provocazione nei confronti degli Usa, con cui il chavismo non ha mai avuto buoni rapporti, ma che sono sempre rimasti il primo cliente del petrolio venezuelano.

 

Il fallimento economico e la fine del chavismo

Se Chávez ha saputo costruirsi, grazie all’attenzione rivolta alle classi sociali meno abbienti, un solido consenso popolare in casa, il suo più notevole fallimento è stato economico. Dopo quattordici anni di potere assoluto, molti dei quali vissuti con prezzi alti del petrolio (che rappresenta tre quarti del commercio estero del paese), l’economia venezuelana, in mano a ex-militari incompetenti e funzionari del chavismo di stretta obbedienza politica e scarse conoscenze economiche, non si è diversificata, non è progredita, anzi si è contratta su stessa. Il paese rimane malmesso dal punto di vista infrastrutturale, anche se i generosi crediti venezuelani hanno finanziato infrastrutture altrove. L’economia è in coma, il tasso di cambio artificiosamente introdotto qualche anno fa lontanissimo dalla realtà, il funzionamento dell’economia asfissiato da mille colli di bottiglia, gli imprenditori in fuga, gli investimenti esteri anche, spaventati da continue espropriazioni e decisioni arbitrarie. In una parola, se il Venezuela quattordici anni fa era un caso perfetto di cattiva gestione dell’economia e della “maledizione delle risorse”, quattordici anni dopo non è cambiato niente. Chávez avrà comunque lasciato un’impronta fortissima sul Venezuela e sull’America Latina: accanto ai suoi limiti politici e alla sua negazione in economia, causate da una visione populista e da socialismo reale del funzionamento della società, vanno però ricordati la sua decisa attenzione alla dimensione sociale, la sua straordinaria capacità di creare consenso politico, la sua indubbia spregiudicatezza nel definire e perseguire scenari internazionali alternativi.

Come detto all’inizio, Chávez non va preso come un modello positivo o negativo, ma per quello che è stato: un personaggio politico d’indubbio peso, carisma ed efficacia, che ha perseguito con straordinaria energia i suoi obiettivi, non lesinando nè errori nè eccessi. Ma con una passione che lo rende unico. Tra pochi giorni, il suo erede Maduro, che è di un’altra pasta, affronterà Capriles con dalla sua i favori del pronostico. Se il chavismo senza Chávez, scenario che il nostro già prefigurò e preparò presentandosi a delle elezioni cui sapeva non sarebbe sopravvissuto sembra per il momento favorito, è però inimmaginabile che possa perpetrarsi per decenni come sognava Chávez. Pur autoritario, il chavismo non è divenuto totalitario, e rimangono gli spazi per un’affermazione dell’opposizione in un futuro prossimo venturo. Se non nel 2013, alla prossima occasione.