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La dittatura dell’inglese

di Diego Fusaro - 11/06/2013

Fonte: lospiffero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’uso della lingua inglese è uno dei tanti imperativi a cui ci ha abituato la cosiddetta globalizzazione, ossia il nome pudico e “morbido” con cui ormai la manipolazione organizzata e l’industria della coscienza ci ha abituati a qualificare il monopolio della violenza organizzata capitalistica su scala planetaria. Anche in ciò, si vede nitidamente la contraddizione pienamente dispiegata dell’odierna società globale. Essa coarta i popoli e le culture ad adattarsi all’unico profilo omologato del consumatore e ad assumere la dimensione della produzione e dello scambio come orizzonte unico, assumendo come unica lingua consentita l’inglese operazionale dei mercati, dello spread e del nasdaq. E nell’atto stesso con cui compie quest’esiziale omologazione planetaria, costringendo i popoli e le culture a conformarsi a un unico modello, tesse senza tregua le lodi del pluralismo e del relativismo, del molteplice e del frammentario. Ancora una volta, la situazione è tragica, ma non seria.

 

Il pluralismo differenzialistico e multiculturale promosso dalla globalizzazione rivela, sotto questo profilo, la sua autentica natura di monoculturalismo del mercato: la quale annienta le differenze culturali e ne crea ex novo di fittizie, perché funzionali al mercato stesso. Prova ne è, oltretutto, il fatto che le lingue nazionali, in cui sono custodite le tradizioni e la cultura dei popoli, sono costantemente sottoposte a un movimento di destrutturazione e di sostituzione con la nuova lingua dell’impero imposta come destino linguistico dell’intera razza umana americanizzata, l’inglese operazionale dello spread e della deregulation, della governance e dell’austerity, ossia dei simboli del nuovo Leviatano, il nomos dell’economia transnazionale. Su questo tema, si veda il lavoro di Domenico Losurdo, Il linguaggio dell’impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Roma-Bari 2007.

 

È in questo orizzonte che si comprende in che senso la coazione all’adattamento all’inglese come sola lingua consentita si riveli perfettamente in sintonia con il programma di smantellamento – oggi egemonico – degli Stati nazionali e, sinergicamente, di assolutizzazione feticistica del mercato internazionale e di omologazione del genere umano ridotto a pulviscolo di atomi interscambiabili e privi di una tradizione culturale in grado di resistere all’immane potenza del negativo. In tutto ciò, naturalmente, il progetto criminale chiamato “Europa” – l’eurocrazia avente come segreto scopo l’uniformazione della vecchia Europa al modello americano – svolge un ruolo di primissimo piano.

 

Solo così, del resto, si spiega quel paradosso oggi lampante che si esprime, in generale, nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde. Quest’ultimo aspetto rivela, se ancora ve ne fosse bisogno, la nostra incapacità di intendere e di parlare un’altra lingua che non sia quella dell’economia.

 

Presso il clero accademico, fronte avanzato dell’adesione supina al nomos dell’economia, tale paradosso assume la forma dell’assunzione irriflessa dell’inglese come criterio di “oggettività scientifica”: paradosso al quale si accompagna la delegittimazione integrale dell’uso della lingua nazionale, nonché delle pubblicazioni e degli studi non allineati con tale ortodossia. Nei sempre più frequenti convegni composti da soli italiani che comunicano goffamente tra loro con un inglese omologato, incapace di fare voce alla cultura e senza alcuna coscienza del significato di ciò che stanno facendo, si mostra in maniera tragicomica la subalternità culturale del ceto intellettuale: il quale dovrebbe costituire il luogo privilegiato della riflessione critica e dello spirito di scissione e, invece, assume lo statuto di roccaforte di riproduzione simbolica del potere.

 

L’idiozia raggiunge vette impensabili quando si impone, come oggi accade, il dogma secondo cui nelle cosiddette “scienze umane” (come se esistessero anche scienze disumane!) le pubblicazioni in lingua inglese valgono di più di quelle nella propria lingua nazionale. È la tragica figura che già l’antico Tacito qualificava nei termini del ruere in servitium, il precipitarsi nella servitù degli intellettuali che lavorano per il re di Prussia.

 

L’odierno uso criminale della lingua inglese, imposta come destino e come necessità sistemica del processo di globalizzazione, procede di conserva con il tragico smantellamento degli Stati nazionali, rimpiazzati dalla governance globale, ossia dal potere economico deterritorializzato delle multinazionali e dei banchieri apolidi. Chi non se ne accorge, è cieco o in cattiva fede. Chi asseconda tutto questo, nel duplice e sinergico movimento di abbandono della sovranità nazionale e della cultura italiana (quale si esprime nella nostra splendida lingua), è uno sprovveduto o un criminale.

 

La cultura può esistere sempre e solo al plurale, come dialogo tra culture e lingue differenti che si rapportano secondo la loro comune appartenenza all’universale umano. La dinamica della mondializzazione capitalistica, imponendo un’unica cultura e un’unica lingua, si risolve nella soppressione della cultura in quanto tale, sostituita dal monoteismo del mercato e dalla reificante reductio ad unum da esso operata. L’odierna coazione all’uso della lingua inglese ne è una spia inquietante.