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Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura

di Hadot Pierre - 03/10/2006

Hadot Pierre, Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura.
Trad. it. di D. Tarizzo, Torino, Einaudi, 2006, pp. 332, € 25,00.
[Ed. or.: Le Voile d'Isis, Gallimard, Paris 2004]

Recensione di Moreno Montanari

 

A differenza dei testi che lo hanno preceduto, quest’ultimo studio di Pierre Hadot non costringe a ripensare le tradizionali idee che avevamo sul tema di cui si occupa né offre nuove prospettive ermeneutiche sul concetto di natura. L’autore si limita infatti a descrivere l’evoluzione storica che, da Omero a Merleau-Ponty - passando però anche per la letteratura, la poesia, e l’arte pittorica e quella plastica - la civiltà occidentale si è fatta dell’idea della natura, senza proporre una rilettura di queste interpretazioni alla luce di nuovi studi filologici o particolari intuizioni filosofiche. Eppure – confessa l’autore – si tratta di un libro “pensato per oltre quarant’anni”. Chi conosce bene Hadot sa che la natura gioca un ruolo chiave non solo nella sua intera produzione filosofica, ma persino nella sua stessa maniera di concepire e vivere la filosofia. In un libro intervista con J. Carlier e A. I. Davidson, Hadot spiega infatti di sentirsi filosofo dal giorno in cui, ancora adolescente, fa una particolare “esperienza della natura” che descrive come segue: “Era calata la notte e le stelle brillavano in un cielo immenso. A quell’epoca si poteva ancora vederle. Un’altra volta fu in una stanza di casa nostra. In entrambi i casi fui invaso da un’angoscia insieme terrificante e soave, provocata dal sentimento della presenza del mondo, o del Tutto, e di me in questo mondo. […] Credo di essere filosofo a partire da quel momento, se s’intende per filosofia questa coscienza dell’esistenza, dell’essere-al-mondo”. E da quel momento, prosegue Hadot, “ho cominciato a percepire il mondo in modo nuovo. […] Questa esperienza ha dominato tutta la mia vita. […] Ha dunque avuto un ruolo importante nella mia evoluzione interiore. Per altro verso, ha fortemente influenzato la mia concezione della filosofia: ho sempre considerato la filosofia come una trasformazione della percezione del mondo” (La filosofia come modo di vivere, Torino 2001, p. 23). Si tratta dunque di un’idea di natura che, al tempo stesso, è un’esperienza come, proprio nelle righe finali de Il velo di Iside, Hadot spiega: “Il lettore avrà colto, di sfuggita, i temi che mi seducevano di più e sui quali sono soffermato forse anche troppo: un’idea e un’esperienza. L’idea: la natura è arte e l’arte è natura, giacché l’arte umana non è che un prolungamento dell’arte della natura; […] L’esperienza: […] che consiste nel prendere intensamente coscienza del fatto che noi facciamo parte della natura, che in un certo senso noi siamo questa stessa natura infinita e indicibile, che ci ingloba totalmente” (p. 314). Ovviamente il libro passa in rassegna anche altre idee di natura ma, al di là delle sue definizioni, si concentra sul costante mistero e segretezza che appare ricoprirla, dalla physis come origine, nascita delle nei primi filosofi greci, sino all’alba (nel primo novecento) dell’epoca del disincanto. Per oltre 2.500 anni la natura è stata interpretata alla luce del “segreto invisibile che regola tutto ciò che è visibile” (p. 30), “vale a dire la forza, la ragione invisibile, di cui il mondo visibile non è che la manifestazione esterna” (p. 32), fenomenologica. Ecco dunque affacciarsi in tutta la sua centralità l’aforisma eracliteo secondo il quale  “la natura ama nascondersi” (af. 123).

Ma il senso di questo nascondersi e la storia delle modalità atte a svelarlo e a riportarlo in luce mutano di secolo in secolo: da mistero ineffabile e divino (Omero) a equazione matematica da risolvere (Newton); da segreto da divinare a verità da estrapolare “sotto la tortura degli esperimenti” (Bacone, cit. a p. 91); da massima espressione di perfezione da contemplare (da Aristotele a Seneca) a perturbante brivido (in Kant e Rilke - manca in realtà un’analisi delle molteplici interpretazioni psicoanalitiche, a partire proprio dal perturbante di Freud), da segreto da decifrare per conoscere se stessi e raggiungere la propria realizzazione (Novalis) a illusione insvelabile pena il depotenziamento della nostra esistenza; da nostra unica divinità (gli stoici) a nostro regno (il cristianesimo), da segreto dell’essenza della verità a oggetto di manipolazione della tecnica (Heidegger) ecc., così che “le tre parolette di Eraclito” nel corso dei secoli, finiscono per significare “di volta in volta, che tutto quanto nasce tende a morire,  che la natura è difficile da conoscere, che essa si avviluppa in forme sensibili e in miti, che essa nasconde virtù occulte, oppure che l’Essere è originariamente in uno stato di contrazione e non-svelamento, e che, infine, con Heidegger, L’essere si disvela velandosi” (p. 311). Le diverse posizioni che l’indagine di questa storia ha evidenziato vengono ricondotte da Hadot a due categorie impersonate dalle figure simboliche di Prometeo, che vuole indagare i segreti della natura per vincerla e sottoporla alla sua volontà, e di Orfeo che ritiene che sia rischioso scoprire i segreti che la natura cela e che è bene che restino tali.

Alla fine di questa lunga ricostruzione storica, Hadot invita anche a riflettere su due conseguenze prodotte dalla fine dell’interesse filosofico per la natura: da una parte ciò comporta lo spostamento del velo di Iside da simbolo dei segreti della natura a icona dei segreti dell’esistenza, dall’altro l’aridità delle spiegazioni scientifiche ha rilanciato l’importanza di “un’altra forma di conoscenza della natura, un’altra verità, in questo caso, estetica” (p. 313): in fin dei conti il velo non è ancora stato tolto.