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La caduta degli USA: la Waterloo del neoliberismo

di Come Carpentier de Gourdon - 20/10/2008

 




Il declino del sistema economico statunitense, cominciato pochi anni fa, è drammaticamente accelerato dall'estate del 2007, in un crescendo culminato negli eventi di settembre ed ottobre 2008 che – com'era inevitabile – stanno affliggendo anche gli altri paesi, seppur con intensità variabile. A causa della perdita di fiducia, dopo l'ultima catastrofica crisi, nelle strutture politico-finanziarie internazionali, sostenute dalla superpotenza nordamericana, l'ideologia di cui gli USA ed i loro vassalli s'erano fatti paladini è posta sempre più sotto esame, quando non aperta accusa. Quali sono alcune delle tendenze generali che stanno emergendo da questa rivisitazione generalizzata?

La caduta del sistema finanziario di Bretton Woods

La fine della struttura internazionale fondata sulla “moneta legale”, imposta dall'Amministrazione Nixon nel 1971 allorché svincolò il dollaro dall'oro, si fa attendere da troppo tempo: essa ha già causato enormi danni all'economia globale, permettendo la creazione pressoché incontrollata di moneta che ha aperto la strada alla svalutazione ed all'iper-inflazione. Nel contempo, ha indirizzato all'insolvenza gli USA, che hanno finora tassato il resto del mondo per finanziare la loro insostenibile dissolutezza, nel contempo de-industrializzandosi trasportando il proprio settore manifatturiero nelle nazioni con manodopera a buon mercato, in particolare in Cina.
Non sono pochi gli “esperti del settore”, come l'ex vice-segretario al tesoro Paul Craig Roberts, che hanno criticato aspramente la natura delle politiche economiche statunitensi degli ultimi decenni. Richard C. Cook, ex analista del governo statunitense già al servizio della Commissione “Servizio civile”, della Casa Bianca di Carter e del Dipartimento del Tesoro, ha descritto (“Vijayvaani”, 5 ottobre 2008) il piano di salvataggio Bush-Paulson da 700 miliardi come «un crimine, un furto grandioso in scala monumentale», accusando l'amministrazione repubblicana di voler defraudare i contribuenti statunitensi ed i paesi esteri.
«L'Amministrazione Bush», sottolinea, «ha agevolato quest'incosciente attività di prestito con un programma istituzionale di frode sui mutui. (...) Presto si scese dalle banche agli agenti di mutuo per falsificare le informazioni sugl'introiti dei mutuatari, così da permettere loro di qualificarsi per prestiti che sarebbero stati altrimenti fuori dalla loro portata. Quando gli Stati provarono ad intervenire, furono bloccati dall'Ufficio del Controllore della Valuta, parte del Dipartimento del Tesoro».
Cook si chiede retoricamente: »«Perché l'Amministrazione Bush ha agito così? La sola risposta plausibile è che fosse decisa a produrre la bolla immobiliare (...) [che] ha funzionato da sorta di motore sostitutivo (...). S'è fatta sentire pure negl'introiti fiscali, che hanno permesso all'Amministrazione Bush di tagliare le tasse ai ricchi nel 2001 e nel 2004, e di finanziare le guerre in Afghanistan e Iràq».
Sono sempre di più le persone convinte che l'attuale Governo statunitense, fedele alla filosofia del “apres moi le deluge”, abbia deciso di creare buone opportunità economiche ai suoi amici e sostenitori, lasciando sulle spalle dei successori e delle generazioni future conti impagabili. Alle “loro” compagnie energetiche, però, si è provato d'assicurare tramite interventi militari diretti il monopolio sui giacimenti d'idrocarburi nel Vicino Oriente ed in Asia Centrale. L'unico paragone possibile, per questi progetti, è con i piani hitleriani di conquista dell'Europa e dominio sul mondo ad ogni costo. Il loro risultato, pare essere quello d'aver destinato alla rovina lo statunitense medio, oltre a molti altri in tutti i continenti.
Il “salvataggio” da 700 miliardi, che è di fatto un assegno in bianco al Tesoro per aiutare i suoi compari a Wall Street, si configura – per usare le parole di Cook – come un «massiccio saccheggio del Tesoro Federale per saldare i debiti di coloro che, su indicazione dei politici, dall'interno dell'industria finanziaria, hanno alimentato la frode immobiliare». Tuttavia, non potrà che risultare in una dilazione temporanea della resa dei conti, e dobbiamo concordare con Cook quando scrive che «nell'era post-bolla non vi saranno più motori economici. (...) Una lunga recessione e la depressione sono inevitabili (...). Infatti, è stato a lungo in preparazione un piano per ridimensionare l'economia statunitense, e lo vedremo in atto nei prossimi mesi. Ecco perché il Governo si sta anche preparando ad imporre la legge marziale» e, aggiungiamo noi, ha già dislocato unità militari sul suolo patrio per reprimere i prevedibili disordini.
Da tempo molti periti osservatori, provenienti dai più svariati orizzonti, hanno prodotto simili previsioni: tra essi Lyndon LaRouche, Michael Ruppert, Matthias Chang, Nouriel Roubini, Krassimir Petrov, Catherine Austin Fitts, per non dire dei parecchi statisti stranieri, come il cubano Castro, l'iraniano Ahmadinejad, il venezuelano Chavez ed il malesiano Mahatir Mohammed.

I risultati stanno diventando evidenti a tutti, e possono essere sintetizzati con poche, drammatiche cifre: una stima riduttiva dei derivati ad oggi creati dal settore finanziario statunitense li fa ammontare a 25.000 miliardi di dollari (il 30% almeno consiste di sub-primes e relativi sottoprodotti), circa metà del reddito totale degli USA ed il doppio del suo PIL del 2006. Il totale dei passivi non finanziati del paese s'avvicina ai 100.000 miliardi di dollari. Il 19 settembre 2008 il deficit fiscale ed i debiti del Tesoro non finanziati s'assestavano sui 9.700 miliardi di dollari (più o meno l'ammontare finora bruciato dai mercati azionari mondiali nel corso della crisi in corso), di cui 5.500 detenuti dal pubblico. Il notevole ammontare totale del debito statunitense si situa tra i 53.000 ed i 60.000 miliardi, a seconda delle stime.

Da anni, molti importanti economisti invocavano riforme drastiche ed urgenti. Uno dei primi chiaroveggenti fu il premio Nobel per l'economia del 1988, Maurice Allais, che annunciò l'imminente collasso dello “schema piramidale” statunitense e che sta per pubblicare un libro intitolato: La crise mondiale d'aujourd'hui: pur de profondes reformes des institutions financiers et monetaires (Parigi, 2008).
Vivan Sethi, un analista all'avanguardia di “Mandalay Capital”, ha di recente concluso (Trading and investment: US government debt): «Gli USA sono in realtà alla bancarotta e, a mio parere, le sole opzioni possibili oltrepassano la convenzionalità. Il Certificato di Tesoro Statunitense è, nel migliore dei casi, un certificato di confisca per inflazione; nel peggiore, si perde il principale per default». Sethi sottolinea che «all'ombra del sistema monetario, l'economia statunitense è stata dipinta come il motore della crescita globale, quando di fatto era solo un motore dell'indebitamento. (...) Se negli USA i consumi dovessero crollare, i Cinesi non avrebbero più alcun incentivo ad accumulare dollari», e conclude: «Qualsiasi sarà l'opzione scelta, è chiaro che il debito non potrà essere pagato senza un default dal lato dei passivi (deflazione) o dell'inflazione (iper-inflazione)».
Eppure egli, come altri, mette in guardia dall'automatico ricorso alla banale diversificazione in altri titoli, come possono essere unità monetarie non coperte, e nota che «si può passare per l'illusorio processo di diversificazione in altre valute sotto il sistema attuale, ma tutte le valute cartacee sono essenzialmente derivate del dollaro».

È dunque nient'affatto sicuro che altre divise possano essere rapidamente chiamate a rimpiazzare il biglietto verde come valuta di riserva. L'euro potrebbe risentire degli stessi difetti e passività che stanno affondando il dollaro e la sola alternativa, agli occhi d'alcuni economisti, potrebbe essere il ritorno a sistemi monetari metallici, ma questi ultimi sarebbero probabilmente nazionali o regionali.
Alcuni di quelli che potrebbero realizzarsi – o riemergere – nei prossimi anni sono il tael argenteo cinese (dollaro argenteo), il rublo aureo cinese, il rand aureo sudafricano, il dinar aureo musulmano (a lungo auspicato dalla Malaysia, che sarebbe sostenuto sia da Arabia Saudita sia da Iràn) ed una valuta aurea o argentea messico-sudamericana. È significativo che tutte le divise metalliche prospettate siano legate ad aree o Stati che hanno sviluppato una sostanziale autonomia e saldezza finanziaria, e che stanno giocando (o lo faranno presto) un ruolo di primo piano nel nuovo mondo multipolare.

La nuova frammentazione

La “comunità internazionale” potrebbe frammentarsi in numerosi campi, in base a linee di frattura geografiche, linguistiche, etniche ed economiche. La “confederazione de facto” nordamericana (USA e Canadà) dovrà creare una propria divisa (presumibilmente su base metallica), e così farà l'Europa – posto che l'UE riesca a restare in piedi, cosa che non è esattamente sicura.
C'è infatti una possibilità che l'Unione si spezzi in almeno tre blocchi: probabilmente reggerà il vecchio nerbo franco-tedesco, mentre il Sudest – ragionando su fattori energetici e finanziari, per non parlare del comune retaggio slavo ed ortodosso – potrebbe spostarsi su un'orbita molto più vicina alla Russia. Le nazioni scandinave rimarranno forse in periferia, con la Gran Bretagna, che storia e geografia divide dal continente, mentre Italia e penisola iberica comporrebbero ancora un'altra subregione, dotata di forti legami con America Latina, Mediterraneo del Sud, Vicino Oriente ed Est dominato dalla Russia. Stati di confine, come Polonia, Cèchia, Ungheria e paesi baltici, la cui identità nazionale è fragile, potrebbero incontrare problemi a sopravvivere nelle forme attuali trovandosi in mezzo a quei due blocchi, e del resto potrebbero risultare causa di tensioni e crisi internazionali.

L'Africa nel suo complesso avrà difficoltà a contrastare gli assalti neocolonialisti di cui già è preda ad opera sia delle vecchie potenze imperialiste occidentali sia d'emergenti egemoni regionali in Asia e Sudamerica; probabilmente rimarrà un teatro di scontro per Americani, Europei, Arabi, Cinesi ed Indiani, tanto per citare solo i contendenti più prevedibili delle sue risorse naturali.
Il futuro dell'Asia Meridionale è incerto, considerando la frattura potenzialmente esplosiva tra i suoi maggiori gruppi religiosi in un'area sovrapopolata, di cui grandissima parte rimarrà materialmente povera per almeno i prossimi due o tre decenni. L'Estremo Oriente, dal canto suo, potrà beneficiare del reciproco e graduale avvicinamento tra la Cina ed il Giappone, già più complementari che concorrenti, dato che la vecchia economia nipponica, marittima e ricca di capitali da investire, trova la sua controparte nel vicino continentale cinese, in rapida crescita e con industrie ad alta intensità di lavoro.

Rimane da vedere se Russia e Cina sapranno mantenere il loro attuale matrimonio di convenienza, oppure se, come previsto da Immanuel Wallerstein, ripescheranno l'antica ostilità. Un'eccessiva rivalità, visto che le loro aree d'influenza si sovrappongono in Asia Centrale e Siberia, non promette bene per la loro alleanza, specialmente se la Russia cercherà una maggiore integrazione con le altre nazioni europee, colle quali condivide una certa apprensione per le ambizioni di Pechino. Le spinte contraddittorie in Russia, una tendente verso oriente ed una verso occidente, trovano un equivalente nel rompicapo indiano: riuscire a mantenere la precaria neutralità tra NATO e blocco russo-cinese in un mondo che diverrà sempre più diviso.
In ogni caso, l'ordine globale che emergerà negli anni a venire sarà temprato sulla fiamma del disastro dell'attuale sistema agricolo-industriale-finanziario. Il futuro di meccanismi universalmente accettati, come la democrazia in stile occidentale, la libera impresa, la più o meno libera circolazione di capitali, beni e persone, è una questione aperta, ma si può prevedere con una certa sicurezza che nulla rimarrà immutato. Come recita il motto enigmaticamente posto sul sigillo degli Stati Uniti, sarà il «Novus Ordo Seclorum» (“Nuovo Ordine dei Tempi”), in un modo o nell'altro, ma probabilmente non sarà come se l'immaginavano i padri fondatori nordamericani.



(traduzione di Daniele Scalea)

* Côme Carpentier de Gourdon presiede il Comitato Editoriale del “World Affairs Journal”
(
http://www.worldaffairsjournal.com/)