L'Iran non è riducibile al "wishful thinking" di liberali e progressisti occidentali
di Daniele Perra - 12/01/2026

Fonte: Daniele Perra
Si possono già individuare due fasi nel nuovo ciclo di proteste in Iran. Una prima fase di manifestazioni più o meno spontanee legate al carovita (in larga parte dovuto al pesante regime sanzionatorio statunitense) e ad una crisi ambientale che ha ridotto le forniture idriche soprattutto nella capitale; una seconda fase, invece, di rivolta aperta nei confronti del "regime" e di guerra ibrida (colpisce l'utilizzo di lanciafiamme da parte dei "rivoltosi").
Dico "più o meno spontanee" perché la tempistica del loro inizio (subito dopo l'incontro di Washington tra Trump e Netanyahu) lascia non pochi dubbi ed ombre.
Ora, se è vero che la prima fase ha visto un'ampia partecipazione popolare (anche di settori tradizionalmente legati alle istituzioni della Repubblica islamica ed al suo circuito di fondazioni religiose), lo stesso non si può dire per la seconda fase.
I dati forniti dalle forze di polizia iraniane negli ultimi giorni, in questo senso, sono abbastanza chiari. Certo devono essere presi con le pinze (l'obiettivo è chiaramente quello di stemperare le tensioni) ma pure i quotidiani israeliani hanno dovuto riconoscere tale realtà - la progressiva riduzione della partecipazione - sostenendo inoltre come senza intervento diretto esterno non si arriverà mai ad un cambio di regime (e, pure in quel caso, i rischi di un nuovo fallimento sarebbero dietro l'angolo). Ad ogni modo, si parla di poche migliaia di "rivoltosi" a Teheran (città di quasi 10 milioni di abitanti) e qualche migliaio in più sparsi negli altri centri principali del Paese. Interessante, tra l'altro, il fatto che questi abbiano a loro disposizione la rete satellitare starlink di Elon Musk, la stessa utilizzata dalle forze armate ucraine o dal conglomerato terroristico di al-Jolani durante la sua offensiva su Aleppo e Damasco. Altrettanto interessante, il fatto che Turchia ed Iran stiano cooperando attivamente per controllare le infiltrazioni di gruppi terroristici sostenuti dal Mossad sul confine con l'Iraq (dato da non sottovalutare anche alla luce delle crescenti tensioni tra Ankara e Tel Aviv). Proprio il Mossad ha candidamente affermato di essere presente sul terreno nelle strade delle città iraniane. Niente di particolarmente sorprendente, come dimostrato durante la guerra dei 12 giorni, Israele ha depositi di armi e mercenari sparsi sul territorio iraniano (ed il loro contributo è evidente, sarebbe infatti utile capire quanti siamo i morti tra le forze di sicurezza iraniane). Di contro, sembrano piuttosto imponenti le manifestazioni in difesa della Repubblica islamica o contro l'interferenza esterna nella politica iraniana.
Nonostante ciò, la propaganda occidentale continua a dipingere una situazione che non esiste, fatta di falsi storici, video doppiati, professori universitari che chiedono l'intervento USA o israeliano, enorme spazio mediatico per il figlio dello Shah o per Maryam Rajavi (leader del gruppo terroristico MeK, responsabile della morte di alcune migliaia di iraniani negli ultimi 47 anni) ed un continuo riferimento all'imminenza del crollo del regime.
La realtà è leggermente diversa e sicuramente non riducibile al "wishful thinking" di liberali e progressisti occidentali.
