Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra

Hippie e tradizione (I parte)

di Giuseppe Gorlani - 13/11/2009

  

A partire dalla metà del secolo scorso, in America e in seguito in tutta Europa, si manifestò una sorta di nuovo rinascimento della filosofia, della letteratura, dell’arte e della musica. Negli anni ’50, la cultura beat aprì la strada alla cultura hippie: eclettica, unificatrice e gioiosa, di ispirazione filosofica orientale e neoplatonica, che fiorì negli anni ’60 e si protrasse fino agli inizi degli anni ’70. In proposito Fernanda Pivano ha curato un’interessante opera antologica in cinque volumi[1], nella quale però le istanze spirituali e illuminative degli hippie vengono solo sfiorate, privilegiando quelle politiche, sociali e culturali. A giustificazione di ciò si consideri come l’aspetto spirituale sia sempre quello meno documentabile, poiché interno, esoterico: «L’uomo del Tao resta sconosciuto; la virtù perfetta non produce nulla; il non-io è il vero io. E l’uomo più grande è Nessuno»[2].
   Le radici di tale rinascimento attingono, tuttavia, all’Europa della fine dell’Ottocento e della prima metà del secolo successivo. In risposta al dilagare dell’industrializzazione, e dunque di un progressivo estraniamento dell’uomo dalla natura, alcuni giovani, per mezzo del nudismo, del vegetarianesimo, della riscoperta della vena panteistica insita nel neoplatonismo, nel paganesimo, nell’ermetismo e in alcune dottrine orientali, intrapresero un cammino controcorrente teso a ripristinare l’unità e la completezza primigenie, intuite come nostra più intima realtà.
   Ancora prima troviamo l’hippie prefigurato in William Blake, poeta e artista visionario, che rappresentò per i giovani degli anni ’60 e ’70 un importante punto di riferimento. Il suo poema A Song of Liberty (“Un Canto di Libertà”) si conclude con il celebre verso: «For every thing that lives is Holy!», (“Poiché ogni cosa vivente è Sacra!”)[3]. Il punto focale attorno al quale ruota l’arte di Blake è la “libertà”; egli oppone l’era della legge a quella della libertà, la tigre all’agnello, la caduta nell’ipocrisia e nell’artificio all’innocenza originaria, l’Era dell’Oro. Allen Ginsberg si dichiara erede della sua «antica voce» e Theodore Roszak, nella sua polemica con la ratio tecnocratica, riducente l’uomo entro gli angusti confini della banalità quotidiana, si rifà in modo esplicito a Blake. Aldous Huxley titolò un suo libro The Doors of Perception, ispirandosi a A Memorable Fancy (“Memorabile Apparizione”): «If the doors of perception were cleansed, everything would appear to man as it is, infinite», (“Se si pulissero le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa veramente è, infinita”)[4].
   Tra l’altro, alcuni suoi dipinti vennero utilizzati in ambito rock come immagini di copertina. Per esempio, l’album Grave New World degli Strawbs riporta Glad Day, in cui si vede un giovane nudo con le braccia spalancate, da cui sprigionano raggi multicolori; il “giorno lieto” è quello del risveglio alla propria natura originaria: una vera “nascita” iniziatica o illuminazione.
    Ma a ben vedere l’hippie viene da ancor più lontano; probabilmente egli apparve con il nascere delle città, intese quali luoghi in cui gli uomini si raggruppavano per difendersi da altri uomini aventi le medesime paure, aggressività, avidità e da una natura selvaggia ormai considerata pericolosa, estranea e caotica. Nelle prime città si manifestò la tendenza a privilegiare l’apparire all’essere, lo studio della sapienza alla sapienza stessa, la retorica, che persuade dall’esterno, a prescindere dalla verità, alla maieutica, che mette invece nelle condizioni di riconoscere la verità in sé, scaturente dall’interno; e in tale contesto nacque la democrazia, che eleva l’ipocrisia a norma e secondo la quale la quantità è più vera della qualità, le cose che si palesano superficialmente più reali rispetto a quelle che si celano all’interno.
   Nell’opera Pitagora e i pitagorici, di Charles H. Kahn, si legge: «Accanto a queste rispettabili comunità pitagoriche dell’Italia meridionale, Flio e Tebe, i cui membri dimostrano un interesse per la scienza e la filosofia, tra i pitagorici c’è un tipo alquanto diverso, rappresentato da Diodoro di Aspendo, un saggio asceta che seguiva un regime vegetariano, descritto con tratti che prefigurano quelli del saggio cinico: capelli lunghi, barba lunga, mantello consunto, la borsa e il bastone del mendicante. Ad Atene abbiamo i frammenti di un dialogo di Eschine, in cui Socrate conversa con un pitagorico di nome Telaugete che compare vestito come un eccentrico hippy. Sempre ad Atene troviamo vegetariani che non si lavano e camminano scalzi, presi in giro nella Commedia di mezzo sotto l’appellativo di “pitagorici”»[5].
    A quanto pare, già allora gli “hippie” pitagorici venivano derisi per il loro abbigliamento, per la loro selvatichezza e per la loro dieta. La descrizione dell’aspetto di Diodoro di Aspendo inoltre evoca con precisione i sadhu indiani, i quali, presumibilmente, sin da tempi remoti intrattenevano contatti con la Grecia e con il mondo mediorientale.
   Alain Daniélou, nella sua opera Siva e Dioniso - La religione della Natura e dell’Eros, sostiene, con argomenti di grande valore, l’esistenza di una “religione primordiale”, ovvero di una «antichissima sapienza, compendiata secondo i luoghi nei culti di Siva e di Dioniso», e constata «come questa religione, spesso perseguitata e sempre risorgente» resti «la più moderna e corrispondente, a quanto sembra, ai profondi bisogni dell’uomo, dell’uomo d’oggi come di quello dei tempi antichi»[6]. E poco più avanti: «Lo sivaismo è essenzialmente una religione di natura. […] Dioniso, come Siva, è un dio della vegetazione, dell’albero e della vigna. È anche un dio animale, un dio toro. Questo dio insegna agli uomini a irridere le leggi umane per ritrovare le leggi divine. Il suo culto, che scatena le potenze dell’anima e del corpo, ha incontrato viva resistenza da parte delle religioni urbane che lo hanno considerato antisociale. Siva, come Dioniso, viene da esse rappresentato come il protettore di quanti si tengono lontani dalla società convenzionale»[7].
   Shiva, che racchiude in sé qualsivoglia antitesi (manifesto-immanifesto, erotismo-ascetismo, emanazione-riassorbimento, femminile-maschile) e il cui corpo è l’universo stesso,  è il dio dell’ebbrezza e, in quanto tale, è il dio che gli hippie incontrarono in India, diventandone bhakta (bacchoi), ovvero “partecipanti”. Questi «[…] pensano che nell’ebbrezza dell’amore e dell’estasi risieda la vera saggezza, divenga possibile la comunione con la natura e gli dèi, mentre i calcoli e le frustrazioni che impongono le religioni della città isolano il mondo degli uomini dal resto del creato»[8].
   Daniélou stigmatizza ripetutamente le religioni e le culture delle città: «Lungo tutto il corso della storia le società urbane e industriali, sfruttatrici e distruttrici del mondo naturale, si sono opposte ad ogni approccio ecologico o mistico, alla liberazione dell’uomo, alla sua felicità. Le guerre, i genocidi, le distruzioni di intere civiltà hanno sempre avuto come base le religioni della città»[9].  
   Desidero notare, en passant, come nell’antitesi natura-città emerga, da un lato, il percorso di decadimento dell’uomo che entra progressivamente e artificiosamente in pólemos con se stesso, dall’altro, una possibilità di conciliazione tra il divino e l’umano, l’assoluto e il relativo, il sempre risolto e il cammino tendente alla soluzione, zoe e bios, Dioniso e Apollo. Abbiamo dunque due movimenti all’interno della pólis[10]: uno spinge verso la divisione, l’irrigidimento, la sopraffazione, l’iperattività, l’alienazione e, in fin dei conti, verso la distruzione delle aspirazioni umane alla conoscenza sovrasensibile; l’altro, verso un ordine e una saggezza non dogmatiche, dotate di metis, capaci cioè di non dimenticare la natura incomprensibile, selvaggia e non-umana dell’Essere - che non è disordine tout court, bensì trascendenza - sul cui sfondo l’ordine umano si manifesta. Ciò implica il riconoscimento dell’identico nel mutamento infinito: il Tao dell’acqua che scorre. Questi stessi due movimenti sono presenti all’interno dell’uomo: da una parte l’attaccamento al sensibile e il bisogno di organizzarlo per meglio goderlo e condividerlo con gli altri nella polis; dall’altra l’istanza, la mania dionisiaca del distacco, dell’isolamento, dello svuotamento di tutti i contenuti mentali che prelude alla possibilità di tornare nella polis per ordinarla secondo giustizia. Soltanto chi ha saputo distaccarsi dal mondo sensibile, realizzando l’identità dell’Atman col Paramatman, conosce l’essenza di tutte le cose e, se gli è dato discendere lungo il pravritti marga (riaffermando iti iti, “è questo, è questo”), può ritornare nel mondo come autentico governatore e legislatore.
   Ritroviamo l’antitesi natura-città anche nell’opposizione-complementarietà taoismo filosofico-confucianesimo. Il taoista rifuggiva dalle città e dalle corti e, attraverso la non-azione, si apriva ad un’azione indefinibile, di natura superiore; il confuciano si dedicava alla politica in senso eminente. In una visione gerarchica, l’antitesi però non è più tale: il taoista, in quanto dedito all’identità con l’Essere ineffabile, oltre l’Uno principiale, si muoveva nell’ambito dei “Grandi Misteri” o, in termini hinduisti, del Brahman nirguna; il confuciano si occupava dell’aspetto manifesto, ovvero dei “Piccoli Misteri” o del Brahman saguna. Il primo, quindi, precedeva in completezza il secondo. Significativo è notare come, nella Prashna Upanishad, venga detto chiaramente che il Sole, la porta d’accesso al nirguna, al non qualificato, non sia in opposizione alla Luna, che presiede alla germinazione, alla crescita, al dissolvimento e alla rigenerazione delle cose e degli enti, bensì la contenga in sé e la emani. «La Luna e il Sole non rappresentano princìpi contrapposti ma gradi successivi e la prima è compresa, al pari di tutto il resto, nel secondo»[11]. Mutatis mutandis, il taoista e la physis presocratica sono assimilabili al Sole, il confuciano e la polis alla Luna. 
   Tornando a Shiva, che è il protettore degli umili e le cui origini sono prevedeiche, va sottolineato come, nell’aspetto di Dakshinamurti, egli sia l’iniziatore silenzioso alla Verità ultima e riassuma in sé tutti i Princìpi, compreso quello sommo di riassorbire e risolvere il Manifesto; sotto questo aspetto presiede al nivritti marga, la via del ritorno al Silenzio o all’Increato percorsa dai sadhu, dai samnyasin e dagli yogin. Io stesso ebbi modo di osservare a Kashi, sulle rive della Ganga, un brahmana e un vaishnava riconoscerne l’assoluta supremazia, porgendo, a conclusione di una sorta di recita sacra, il loro omaggio a un Sadhu Mahatma, epifania umana del dio[12].  
   Egli è pure il nume dell’ecologia (etim.: lo studio di oikos, la dimora); un suo epiteto è infatti vastoshpati, il custode, il protettore della dimora, intesa sia come nostro corpo, che come mondo e universo. «Ishavasyam idam sarvam, “tutto questo universo è la casa del Signore”», recita l’Ishavasya Upanishad[13].
   Nel loro evadere dalle prigioni delle città moderne, chi dunque potevano incontrare gli hippie - ritenuti, come del resto tutti gli occidentali, dei mleccha, degli “stranieri” barbari - se non il dio che, pur proteggendo l’ordine cosmico, ne contempla altresì il trascendimento?     
   Shiva, essendo la scaturigine dell’estasi, manifesta se stesso nella forma delle piante psicotrope, in particolare della ganja, da cui, secondo Daniélou, viene tratto il soma, la bevanda dell’immortalità. Un suo epiteto è infatti Somanatha, il Signore delle erbe sacre. Questa è la ragione per la quale molti sadhu shaiva passano attraverso la fase dell’assunzione di dette sostanze. Presso tale tradizione, tra l’altro, fumare il chilum di ganja o di charas introduce il discepolo qualificato (chela) al pranayama.
   Non si dimentichi però che Shiva è pure il dio dello yoga, del tapas (“disciplina, austerità”) e della rinuncia, qualità che in lui non vengono mai a mancare, nemmeno nei momenti erotici o di ebbrezza indotti da piante di potere. A lui si ispirano i monaci e pressoché tutti gli ordini ascetici, poiché rappresenta il completo controllo dei sensi, e la suprema rinuncia all’identificazione nel transeunte.
   Quanto scrive Giorgio Colli a proposito di Dioniso vale benissimo anche per Shiva: «In Grecia un dio nasce da un’occhiata esaltante sulla vita, su un pezzetto di vita, che si vuole fermare. E questa è già conoscenza. Ma Dioniso nasce da un’occhiata su tutta la vita. Questa è la tracotanza del conoscere […] Qui appunto sta l’origine oscura della sapienza. La tracotanza del conoscere che si manifesta in questa avidità di gustare tutta la vita, e i suoi risultati, l’estremismo e la simultaneità dell’opposizione, alludono alla totalità, all’esperienza indicibile della totalità»[14].  
   Lo Shiva supremo, Paramasiva, è altresì associabile al Brahman nirguna del darshana Vedanta, ovvero al “Quarto stato”, Turiya, relato al Non-duale. In altre parole non costringe irrimediabilmente entro la relazione devoto-dio, ma apre una porta sull’Ineffabile. Ne è prova palmare lo shivaismo non dualista della Scuola kashmirica di Abhinavagupta.
   Nell’ambito della mitologia shivaita, gli hippie, con il loro spirito iconoclasta e gioioso, richiamano in un qualche modo i Gana, di cui Ganapati, il dio dalla testa di elefante nato dal raschiamento della pelle di Parvati, shakti di Shiva, è il signore. «Nella tradizione sivaita i compagni del dio sono rappresentati come un gruppo di giovani stravaganti, avventurosi, delinquenti e sfrenati che vagano nella notte, urlano nella tempesta, cantano, ballano e fanno continui scherzi ai sapienti e agli dèi. Sono chiamati Gana, i “ribaldi”. […] Incarnano la gioia di vivere, il coraggio, la fantasia che sono i valori della giovinezza. Vivono in armonia con la natura e si oppongono all’ambizione distruttrice della città e al moralismo ingannatore che la maschera e la esprime. Questi delinquenti del cielo sono sempre pronti a rimettere a posto i veri valori, a soccorrerere i folli di dio perseguitati, a sbeffeggiare i potenti. Incarnano tutto ciò  che spiace e fa paura alla società borghese, e che è contrario alle buone usanze di una città civile e alle sue concezioni lenitive»[15].
   Singolare, altresì, è la corrispondenza tra certe modalità esistenziali degli hippie, a causa delle quali venivano derisi e disprezzati, e i mezzi praticati dagli appartenenti alla scuola del Pastoralismo Monista (Lakulishapashupata Darshana). Il centro di questo culto è Shiva o Rudra nel suo aspetto di Pashupati, signore degli animali, ovvero delle anime trasmigranti. Il pashupata, l’adepto al culto di Pashupati, al fine di mortificare il proprio orgoglio e di acquisire meriti spirituali, ma soprattutto di unirsi a Shiva, praticava: «diversi modi di agire atti a sucitare disprezzo e ludibrio negli altri. […] Questo disprezzo, da parte sua, era raggiunto per mezzo della condotta intenzionalmente incoerente del devoto, che doveva aggirarsi nel mondo come un morto o un ubriaco, mostrare di dormire e russare, dimenarsi come scosso dal vento, zoppicare, simulare di amare questa o quella, agire e parlare scriteriatamente»[16]. Altri comportamenti anomali consistevano in un riso violento, strani muggiti, danze scomposte e canti.
   Scrive José Pereira: «Prodigio di organizzazione, il Pastoralismo Monista è una “teologia di una controcultura”, forse la sola che sia mai stata formulata. La salvezza, secondo la sua credenza, si ottiene scandalizzando la gente rispettabile (épater les bourgeois), burlandosi delle pratiche banali che essa tanto rispetta. I seguaci della controcultura moderna sembrano seguire i pastoralisti perfino in particolari come portare adosso fiori, avere i capelli irsuti e scomposti, mostrarsi indifferenti alla nudità, disprezzare il commercio, adottare un comportamento insolente e spensierato, e nel coltivare la capacità di provocare la violenza degli infuriati borghesi, pur praticando essi stessi la non-violenza. Comune a entrambi è l’insistenza su una vita senza complicazioni, perfino scomoda, e sull’erotismo, seriamente perseguito, a quanto pare, nel movimento contemporaneo, ma soltanto simulato in quello antico. Il Francescanesimo primitivo, specialmente com’è descritto nei Fioretti, ha in comune non pochi tratti con entrambi i movimenti. Fatto quanto mai importante, il Pastoralismo Monista può essere definito una religione dionisiaca della gioia, coltivata mediante il disprezzo per le abitudini delle persone rispettabili e l’indifferenza verso la loro ostilità»[17].
   Non ci troviamo di fronte ad accostamenti forzati o ad esagerazioni, poiché io stesso ebbi modo di osservare in India alcuni giovani che seguivano, in perfetto stile pashupata, la via del biasimo. Ricordo in particolare un ragazzo francese, con una piccola freccia tattuata al centro della fronte, che mascherava la sua ascesi e la sua conoscenza dietro il paravento di comportamenti inconsueti ed irritanti: mimava la masturbazione, rideva, urlava, si contorceva all’improvviso, strizzava l’occhio a tutte le ragazze, non rispondeva ad alcuna domanda, non conversava. Persino gli altri giovani occidentali lo consideravano una strana specie di pazzo perdutosi nei labirinti dell’esperienza con la datura inoxia, una pianta psicotropa estremamente pericolosa e potente. In realtà, il suo comportamento era voluto e il suo stato di coscienza era assai elevato; egli si atteneva perfettamente alla condotta raccomandata nel Pasupata Sutra: «[…] a mo’ di un ebbro si aggiri nel mondo, prendendo qualsiasi cibo adatto gli si offra. “È un ubriaco, è un offuscato”: così pensano le altre persone. Da noi l’assenza di orgoglio è infatti considerata come la migliore di tutte le pratiche»[18].
   Alla luce di quanto esposto, si deve ammettere che le aspirazioni del cosidetto hippie attingevano a radici profonde, e rivificavano dimensioni ctonie o uraniche dell’interiorità umana che la modernità “illuminata”, dedita alla falsa religione dello scientismo, presuntuosamente crede di aver superato una volta per tutte, spennellandoci sopra una patina di ideologia progressista e materialista[19].
  L’hippie aveva dunque ben poco a che vedere con l’immagine stereotipa che ci si è fatta di lui tramite l’informazione superficiale dei media e la moda che ne è derivata; egli, infatti, non era un mendicante o un drogato, non si identificava in nessuna corrente politica, intellettuale o artistica e nemmeno lo si poteva definire propriamente un contestatore, poiché non pretendeva, utopisticamente, di migliorare o modificare la civiltà attuale, che, in quanto espressione estrema di avidya, l’ignoranza principiale, non può essere contestata o riformata, ma soltanto risolta alla radice.
   In merito all’epiteto “drogato”, si noti come egli, da coraggioso esploratore degli spazi interiori qual’era, ritenesse che le sostanze psicotrope (dette comunemente droghe) fossero strumenti efficaci, quantunque assai pericolosi, per abbattere il muro dell’artificiosità dominante e ritrovare uno stato di innocenza o di autenticità, e distingueva tra quelle che possono favorire benefiche illuminazioni spirituali e quelle che, nella vana pretesa di colmare la vacuità connaturata al divenire, ottundono la coscienza: eroina, televisione, consumismo, ecc.[20].
   Nota Federico Ferrari nella sua opera All’Ombra di Sgt. Pepper: «[...] la nuova scena del 1967 si caratterizza per due aspetti dominanti e imprescindibili. Se uno è il citato legame con gli additivi lisergici e una conseguente ricerca cosmica, spaziale, magica ed esotica, il principale è quello del ritorno alla magia dell’infanzia e alla purezza intellettuale della fanciullezza. Quest’ultimo è senza dubbio il tema dominante della psichedelia inglese»[21]. Ciò chiarisce meglio il legame tra gli hippie e William Blake, autore dei celebri Songs of Innocence and of Experience (“Canti d’Innocenza e d’Esperienza”). Il tema del ritorno all’innocenza rimanda altresì al mito delle origini e, in tempi di degenerazione estrema, evidenzia un profondo bisogno di rigenerazione. Mircea Eliade, che ha indagato a fondo su questi argomenti, scrive: «La rigenerazione è, come indica il nome stesso, una nuova nascita [...] è in fondo un tentativo di restaurazione, anche momentanea, del tempo mitico e primordiale, del tempo “puro”, quello dell’“istante” della creazione»[22]. 
   Il motto psichedelico per eccellenza, oltre a All right now, era Turn on, tune in, drop out, “accenditi, sintonizzati, esci fuori”; fuori dall’allucinazione, oggi pressoché collettiva, dentro la Realtà. Questo motto, tra l’altro, riflette un antico sapere ermetico, secondo il quale l’iniziato deve capolvogere la prospettiva cosidetta normale - “normale” da un punto di vista obnubilato, basato sull’identificazione nell’effimero, ma in realtà malata e contraria alla Norma-Dharma - per ripristinare in sé il corretto vedere.
   Un altra espressione assai usata nel linguaggio hippie era “essere stoned”, dal termine stone, “pietra, sasso”. In genere, si crede che rimandi ad una sorta di instupidimento e di indifferenza ebete per la “realtà” del mondo o di “sballo”. In verità, veniva usato per indicare lo stato di coscienza, di necessità non indotto da piante di potere, in cui il corpo e il respiro si immobilizzano, permettendo all’attenzione sovrasensibile di risvegliarsi, oppure lo stato in cui, pur potendo muoversi ed agire fisicamente, ci si intuisce identici all’Essere, e dunque liberi dalla brama esistenziale e perfettamente soddisfatti. Non ricordo più in quale libro dedicato al buddhismo zen lessi che il satori è contraddistinto dal sentirsi inerti e immobili come una pietra ricoperta di muschio sulla quale si posino gli uccelli, e pur tuttavia più che mai vivi e svegli nella coscienza inesprimibile. Anche presso la tradizione filosofica greca ritroviamo, in relazione al Risveglio, il concetto della pietrificazione dell’ente individuato. Nel frammento 12.3 Empedocle scrive: «Esso [ciò che è] sarà sempre là, ogni volta che uno arresti il proprio slancio». E Giorgio Colli commenta: «La realtà è pietrificata nell’eternità in cui il soggetto inebriato del suo slancio si confonde con l’eon. Empedocle dimentica l’aspirazione e la vita travagliata del conoscitore e descrive l’attimo in cui la molteplicità contenuta nell’eon si puntualizza in una statica fusione di interiorità, che incatena il reale, esaurendolo»[23]. Interessante è notare come il sentirsi inebriati dal proprio slancio, che è un’esperienza di mania dionisiaca - assai pregiata dai Presocratici e da Platone -, coincida con l’esaltazione o, meglio, con l’entusiasmo psichedelico: una specie di furore lucido che induceva alcuni giovani ad attraversare stati e confini senza passaporto, senza vaccinazioni, senza vestiti né denaro, ad assumere le più pericolose “acque corrosive” nella consapevolezza della propria immortalità essenziale o, infine, a perdersi nudi tra le montagne, dove puntualmente incontravano yogin o sadhu che, al di là di ogni insignificante contingenza linguistica, li iniziavano, a seconda del loro dharma, alle varie forme di yoga e al samadhi.
   Molti artisti rock hanno cantato, nei loro testi, l’essere stoned, ma il significato sottile di tale espressione non sempre veniva recepito e compreso in profondità. Paradigmatico in tal senso è il brano Rainy Day Women 12&35 in cui Bob Dylan canta: «Well they’ll stone you / when you’re trying to be so good / they’ll stone you / just like they said they would [...] But I would not feel so all alone / everybody must get stoned». Stefano Rizzo traduce: «Ti danno addosso / quando cerchi di essere buono / ti danno addosso / proprio come ti avevano promesso [...] ma io non mi sentirei così sconsolato / tutti quanti finiamo per essere lapidati»[24]. La traduzione è senz’altro corretta da un punto di vista linguistico, ma non sembra tener conto del significato occulto di stoned. Nella chiave di lettura sopra indicata «Everybody must get stoned» non suggerisce pertanto agli ascoltatori che «tutti quanti finiamo per essere lapidati», bensì che tutti quanti, volenti o nolenti, finiamo per essere penetrati dalla Realtà, anzi che lo siamo già, pur non essendone consapevoli.
   Nel Decalogo degli hippies, intitolato Il Potere a Nessuno - Tutto alla Fantasia, al punto tre si legge: «Libero uso delle droghe che non fanno male (hashish, erba). Proibizione di quelle che uccidono (eroina, televisione)»[25]. Si noti come dal titolo del Decalogo emerga una vaga nota ideologica improntata ad un anarchismo di sinistra e inoltre come il «non fanno male», riferito ad erba e hashish, sia un’approssimazione che serve a porre in risalto, per contrasto, «quelle che uccidono».  
   Per l’hippie, tuttavia, l’anarchia, ovvero la rimessa in discussione del comando, del potere o del principio (arché) sul quale un sistema sociale gerarchico e autoritario si fonda, aveva un suo significato ed una sua funzione nobili solo se, evitando la tentazione di celebrare il caos quale verità sottostante a qualsiasi forma di ordine, abbatteva, in primis dentro di sé, un potere ipocrita e contro natura, al fine di consentire all’ordine reale o divino di Eros, al kosmos, di riaffermarsi da sé. Un “abbattere”, si badi bene, che, in accordo col wu-wei taoista, non ha nulla in comune con l’azione ordinaria, invischiata in un circolo vizioso di legami karmici. Piuttosto si potrebbe assimilare tale attività alla putrefactio ermetica, fase dell’Opera in cui i Metalli vengono ridotti  a Materia Prima. Incidentalmente, si deve notare come il termine caos, che nell’accezione ordinaria indica “disordine”, “confusione”, derivi dal greco chaos, ed abbia, in chiave sapienziale, tutt’altro significato. Esso, invero, rimanda all’apeiron di Anassimandro, all’infinito, all’inqualificato, all’indifferenziato (avyakta), all’immanifesto o a Hiranyagarbha, l’Uovo d’Oro in cui tutte le possibilità manifestative sono contenute allo stato potenziale, in sintesi, al volto imperscrutabile del Divino.
   Anche qui, in buona sostanza, ricorre lo stesso discorso di rovesciamento di prospettiva fatto a proposito di Turn on, tune in, drop out: metanoia, inversione, nella quale è implicito il concetto di morte iniziatica e di salto oltre l’Abisso-Silenzio-Vuoto separante il divenire dal suo sostrato immutabile. Inoltre non è certo vero che hashish ed erba siano del tutto esenti da effetti nocivi; l’uso improprio (che è quello della maggior parte dei giovani d’oggi) e l’abuso di tali sostanze induce gravi forme di dipendenza, confusione, debolezza cronica, perdita della memoria, annichilimento della volontà e invecchiamento precoce[26]. 
   In riferimento al Decalogo, va detto che non tutte le idee o i proclami attribuiti agli hippie riflettono necessariamente la loro natura. Sotto l’etichetta “hippie” vennero spesso diffuse idee perniciose e nefaste, legate a questa o quella maschera ideologica dietro le quali si celava, e si cela, l’intento demoniaco di sviare o neutralizzare le autentiche aspirazioni alla Conoscenza e di privare l’uomo della sua dignità ontologica, riducendolo in uno stato di schiavitù, in cui la coscienza resta confinata nella sfera sensibile del corpo denso e di quello manasico (della mente automatica e reattiva).
   Scrive assai appropriatamente Alain Danélou: «Le forze oscure che sembrano governare il mondo moderno danno prova di molta abilità nel distrarre, deformare e annientare tutti gli slanci degli uomini verso le realtà fondamentali, verso l’ordine divino del mondo. Non appena si profila uno spiraglio verso la luce, è immediatamente gestito da coloro che hanno il compito di snaturarlo, sfruttarlo, trasformare il benefico in malefico»[27].
   Oltre ad essere un bhakta di Shiva, l’hippie era una specie di novello taoista, affascinato dalla bellezza della natura, dalla metafisica non dualista orientale ed estremo orientale e dalla sensibilità sciamanica. Egli, pertanto, sintetizzando in sé gli aspetti devozionale, tantrico, ascetico e non-dualista,  sfuggiva ad ogni rigida definizione e ad ogni incasellamento.
   John Blofeld mette in relazione gli hippie col taoismo, immaginando che un gruppo di eremiti immortali, aggrediti da comunisti fanatici, ascendano in cielo e, «A cavalcioni di draghi risplendenti o di meravigliosi unicorni le cui code folte color azzurro cielo si tendono nel volo», si dirigano «verso i confini dell’oceano occidentale». Poco più avanti, egli prosegue: «Certamente non pare possibile che il taoismo possa emulare il buddhismo nel mettere radici vigorose in terreno occidentale. Ciononostante le traduzioni in lingua inglese di Lao e di Chuang stanno proliferando, perché non solo i figli dei fiori e gli hippies, ma anche tutti coloro che cercano di liberare la società dalle oppressioni e dalle convenzioni contro natura del passato danno il benvenuto a un sistema di pensiero che, anche se antico, incarna i loro ideali più amati»[28]. 
   Se al termine tanto discusso di “tradizione”, si assegna il suo significato originario di tradere, trasmettere, non importa attraverso quale forma o circostanza contingenti, il contenuto immutabile (Dharma) della realizzazione del Vero, allora si può dire che l’hippie era un uomo che, partito da posizioni di rifiuto della menzogna, approdò ai lidi oggi poco frequentati di un orientamento tradizionale.
   Secondo René Guénon si può parlare di “Tradizione” soltanto quando è presente un influsso non-umano; egli sostiene inoltre che «Al di fuori del riallacciamento ad un ordine tradizionale non vi è iniziazione»[29]. Sebbene non abbia nulla da eccepire alla visione propostaci, con sfumature diverse, da Guénon ed Evola, desidero far notare come, mentre questi grandi pensatori ricollegavano provvidenzialmente il pensiero ai Princìpi sui quali si fonda la scienza sacra immutabile, stigmatizzando le deviazioni neospiritualistiche, alcuni giovani approdavano all’iniziazione, incontrando i lignaggi tradizionali dei sufi islamici, ma soprattutto dei sadhu shivaiti. Questi giovani, è vero, avevano mosso i primi passi ispirati da libri di stampo teosofico[30], ma, in India, travolti dal furore ispiratogli da Rudra-Shiva, avevano abbandonato tutti i sostegni e, scavalcando d’un balzo la fascia occidentalizzata del cosidetto hinduismo, caratterizzata dalla stessa ipocrisia religiosa dalla quale fuggivano, erano entrati in contatto con il Sanatana-Dharma e con la trasmissione ininterrotta (parampara) di yogin e sadhu di cui Shiva è l’archetipo.
   Anche dal punto di vista più rigoroso, si deve pertanto ammettere che l’iniziazione (diksha) che essi ricevettero fu propriamente “tradizionale”. Ciò dimostra come lo Spirito del Logos percorra talvolta le vie più inaspettate, travalicando i rigidi confini entro i quali lo si vorrebbe rinchiudere. Del resto, non vi è nulla di impossibile per Shiva, la luce dell’Intelligenza nel Cuore: nell’ostacolo più insormontabile o nella situazione più sfavorevole egli può rivelare l’opportunità migliore. Nel Brahmasutra (2.1.30), che insieme alla Bhagavad-gita e alle Upanishad costituisce il triplice canone del Vedanta (prasthana-traya), si legge: «La deità fornita di tutti i poteri è la più alta e perciò dicono che possiede potere illimitato»[31].
   Riguardo alla natura, intesa come energia divina, l’hippie stimava indispensabile tornare ad essa in una sorta di regressus ad uterum. Egli non la considerava un aspetto inferiore della realtà, esterno all’uomo e contrapposto allo “spirito”, bensì le attribuiva il significato di nostro stesso essere; ai suoi occhi appariva evidente, infatti, che oggettivare la realtà corrispondeva ad un progressivo estraniarsi da se stessi, culminante in una condizione di vero e proprio esilio. La sua visione era di tipo alchemico, poiché reputava che l’ignoranza ammorbante il mondo potesse essere risolta soltanto partendo dalla propria più intima verità: inscindibile unità in cui interno ed esterno coincidono[32]. Egli perseguiva perciò una Conoscenza salvifica o liberatrice che non rifuggiva dall’aspetto concreto e pratico delle cose e riteneva che le idee dovessero riflettersi innanzitutto in uno stile di vita. In consonanza con quanto già espresso da William Blake in The Voice of the Devil (“La voce del diavolo”), «Energy is eternal delight» (“L’Energia è l’Eterno Piacere”)[33], e con la visione tantrico-shivaita, egli non separava nettamente la sfera corporea o naturale da quella intellettuale e spirituale, giacché sapeva che le distinzioni, sia pur utili sul piano dialettico e in certe fasi del cammino di reintegrazione, si risolvono nell’estasi, il cui apice è il sahaja nirvikalpa samadhi (lo stato naturale di non differenziazione): l’unica vera risposta a tutti i quesiti. Insegna Chuang Tzu: «La grande intelligenza abbraccia, la piccola discrimina […] Il Tao è offuscato dalla parzialità […] C’è davvero una distinzione tra l’altro e se stesso, o non c’è affatto? […] meglio ricorrere all’illuminazione»[34].
   In India, l’indissolubile connessione tra spirito e natura viene simboleggiata dal linga poggiante sulla yoni. Il linga di Shiva è il fallo divino che contiene il seme dell’universo e di tutti gli esseri animati o inanimati. La yoni è la rappresentazione della shakti, la prakriti o natura cosmica, per mezzo della quale l’universo si manifesta. Ammesso che vi sia un rapporto gerarchico tra i due - dato che il linga senza cima né fondo rappresenta Svayambhu, il “nato da sé”, l’“essere in sé”, epiteto del Brahman -, in ogni caso l’uomo non può prescindere, nel suo risvegliarsi all’Essere, dalla realtà manifestata, ovvero naturale. In altre parole, la maya-shakti è la prima e fondamentale energia divina che ci si deve propiziare, integrandola in sé. 
   La musica rock divenne la principale forma d’espressione dell’hippie; essa si innestava sul jazz, sul blues e sul rhythm and blues, protendendosi a cercare uscite contemplative nelle barriere di certi stereotipi sonori ormai obsoleti e si aprì alle più disparate forme musicali, assimilandole e trasformandole attraverso gli stati estatici.
   A taluni parrà forse strano, ma nel rock confluirono la musica trovadorica e rinascimentale, i canti gregoriani, la musica classica occidentale e indiana, la musica folk ed etnica e le più ardite sperimentazioni di musica moderna.
   In quegli anni videro la luce veri e propri capolavori, in cui musica, testi, immagini e note di copertina si fondevano in un unicum. Ne citerò, a titolo di esempio, solo alcuni: Spirit, Twelve Dreams of Dr Sardonicus; Moody Blues, In Search of the Lost Chord; King Krimson, In the Wake of Poseidon; Jefferson Starship, Blows Against the Empire; Claudio Rocchi, Volo Magico 1 e 2 o Essenza; Jethro Tull, Aqualung; Strawbs, Grave New World; Pretty Things, S.F. Sorrow; Pink Floyd, Ummagumma; Traffic, The Low Spark of High Heeled Boy; Rolling Stones, Their Satanic Majesties Request; Who, Who’s Next; Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band; George Harrison, All things Must Pass. La lista potrebbe continuare a lungo, includendo anche nomi di musicisti o di band che non ottennero un particolare successo.
   Mi soffermerò sui Moody Blues, la cui opera citata esemplifica bene il viaggio psichedelico, ovvero, stando all’etimologia, il viaggio che l’anima intraprende per giungere a Delo: la piccola isola dell’Egeo, posta al centro delle Cicladi, in cui, secondo la mitologia greca, nacque Apollo, dio della luce[35]. La musica, le immagini e i testi di questo album ci trasmettono l’atmosfera di un periodo in cui molti giovani sentirono sorgere in sé l’anelito alla Conoscenza metafisica, nella consapevolezza che soltanto attingendo ante omnia ad essa avrebbero poi potuto passare ad una trasmutazione dell’uomo, polarizzandolo sui valori della giustizia, della compassione e dell’armonia.
   Circa la ricca simbologia sapienziale della copertina ho già detto in altra sede e dunque non starò a ripetermi[36]; mi limiterò invece a citare i testi degli ultimi due brani, The Word e Om.

The Word

Questo giardino dell’universo vibra tutto
Alcuni odono un suono così dolce
Le vibrazioni salgono dentro di noi per diventare luce
E, attraverso la gamma del suono, trascendono lo sguardo.
In mezzo agli occhi e alle orecchie
Vi è il suono dei colori e la luce di un sospiro!
E Udire il sole, quale cosa a crederci!
Ma è tutto intorno a noi, se solo lo sapessimo percepire.
Per conoscere l’ultravioletto, l’infrarosso e i raggi x
Bisogna trovare la Bellezza in ogni cosa.
Due note dell’accordo, questo è il nostro scopo.
Ma raggiungere l’accordo è la speranza della nostra vita
E per alcuni è essenziale dare un nome all’accordo
Così gli hanno dato una parola e la parola è… AUM

OM

La pioggia è sul tetto
Vola in alto, farfalla
Mentre le nubi volteggiano sopra il mio capo
So perché tutti i cieli piangono
OM / Paradiso / OM
La terra lentamente compie il suo giro
Il suo suono così remoto e lontano
È con noi ogni giorno
Riesci a sentire che cosa dice?
OM / OM / Paradiso / OM
La pioggia è sul tetto
Vola in alto, farfalla
Mentre le nubi volteggiano sopra il mio capo
So perché tutti i cieli piangono
OM / OM / Paradiso / OM

   La sillaba Om, composta dalle tre lettere A, U e M, è il suono primordiale, il Verbo che emana, permea e trascende il manifesto-creazione. Nel giardino dell’universo tutto è vibrazione-suono, cantano i Moody Blues.
   Nel suo originale libro La Musica e il Nuovo Piano di Coscienza, Luigi Maggi scrive: «I Moody Blues sono un gruppo apprezzato da coloro che non amano il rock stridente e che preferiscono sonorità più dolci, soffici ed armoniche. […] Essi sono le persone più colte, studiose, tranquille e autocoscienti che si possano trovare nel mondo del rock»[37].
   Nell’ultimo brano, Om, vengono utilizzati due strumenti indiani: il sitar e le tabla; si trattava di suoni insoliti per quei tempi, adatti a risuonare con i chakra sensibilizzati dalle sostanze psicotrope o dalla pratica dello yoga, e il loro fascino contribuì a spingere gli hippie sulla Via dell’Oriente, acuendo in essi l’interesse per la musica indiana ed orientale in genere e per la sublime metafisica upanishadica, essenza dei Veda. Per le anime ricettive di quella generazione, cresciuta con canzonette banali nelle orecchie, udire la musica dei Moody Blues e di molte altre band di quegli anni valse come una sorta di rivelazione ed ebbe un effetto catartico.
   Nelle tradizioni pitagorica ed orfica si riteneva che la musica fosse un ausilio indispensabile sulla via iniziatica. Ma in verità tutte le tradizioni sapienziali hanno sempre attribuito un’importanza fondamentale alla musica-suono. In India si insegna che il concentrarsi su un suono-mantra, associato al respiro, ferma la mente e permette allo yogin di penetrare la propria natura originale, identica all’Essere.
   La mèta dell’identità con l’Essere era altresì indicata, con modalità diverse, dalle antiche Scuole di saggezza greche, da Platone, dai neoplatonici Proclo e Plotino, dai mistici apofatici cristiani Meister Eckhart, Nicola da Susa, Angelus Silesius, dai neoplatonici rinascimentali Pico della Mirandola e Marsilio Ficino e così pure da certe scuole buddhiste e sufi, tuttora vive.
   Negli anni ‘60 e ’70 gli hippie, e non si trattava solo di giovani, si sono sentiti attratti dall’India proprio perché colà la tradizione metafisica, intesa non quale sterile esercizio speculativo, bensì come pratica realizzativa, non è stata a tutt’oggi dimenticata. Lungo le strade dell’India degli anni ’60 si incontravano di frequente sadhu, yogin, baba o swami in samadhi; ciò contribuiva ad assotigliare il “velo di maya” e ad immergere quel popolo e quella terra in un’atmosfera di attenzione all’Essere. Inoltre, in quel Paese - ma anche nell’incontaminato e bellissimo Afghanistan - tutto ruotava ancora intorno al Sacro, meravigliando i pellegrini occidentali provenienti da una civiltà che, oltre a ritenersi stolidamente l’unica valida, credeva che ogni bene, fisico o metafisico, potesse essere soppesato, venduto o comprato.
   In riferimento all’Afghanistan, Paese che gli hippie amarono molto e dal quale furono riamati, condivido quanto sostiene Massimo Fini: «Perché ci interessa tanto l’Afghanistan? Perché là si combatte una battaglia decisiva, che non è geopolitica come sostengono tutti coloro che, in Occidente, sono abituati a pensare solo in termini di potere militare e quindi economico. Si tratta di una battaglia che, una volta tanto, è davvero lecito definire epocale, fra le ragioni della Modernità e quelle del Medioevo»[38]. In altre parole, in quella terra martoriata si stanno fronteggiando una visione arcaica del cosmo e l’ideologia onnivora e materialista del mondo moderno, sradicatosi da ogni ascendenza sovrarazionale.   
   In Occidente, da un lato è sopravvissuta una religione storica, sempre più frastagliantesi, ormai priva, almeno all’apparenza, di consapevolezza metafisica, incapace cioè di travalicare (non invalidare) l’ambito etico e morale, dall’altro abbiamo il trionfo del pensiero scientista, ateo, abilissimo ad utilizzare un certo aspetto della mente, ma sostanzialmente irrazionale. Non è invero ragionevole pretendere di spiegare tutto con la ragione dicotomica, sottomettendo il vivente, per il tramite della tecnologia, all’aspetto più nefasto dell’uomo divorato da brame insaziabili. E, se si intende il termine “intelligenza” come la capacità di mettere in relazione tra loro i vari momenti dell’esistenza, si deve ammettere che lo scientismo oggi dilagante non è nemmeno intelligente, dato che produce beni ed energie i cui effetti collatterali stanno distruggendo la terra.
   Ha perfettamente ragione Julius Evola, nel suo breve saggio Sulla “Contestazione Totale”, ad affermare che invece di contestazione al sistema sarebbe più opportuno parlare di negazione della civiltà e della società moderna, poiché il “sistema”, essendo un «insieme delle strutture e delle ideologie della società e della civiltà occidentale», ne è una semplice derivazione: «per cui il senso di una vera “contestazione totale” dovrebbe essere una rivolta contro il mondo moderno». Il che implicherebbe necessariamente combattere il mito della scienza: «ossia l’idea che essa conduca a ciò che è veramente degno di essere conosciuto» [39].  

Note

1) F. Pivano, L’Altra America negli Anni Sessanta, Milano, Ediz. Il Formichiere, 1978.
2) T. Merton, La via semplice di Chuang Tzu, Milano, Ediz. Paoline, 1993, p. 112.
3) W. Blake, Visioni, a c. di Giuseppe Ungaretti, Milano, Ediz. Mondadori, 1973.
4) Ibidem
5) C. H. Kahn, Pitagora e i pitagorici, II vol. dell’opera Le Radici del Pensiero Filosofico, Roma, Istituto della Encicopedia Italiana, 1993, pp. 26,27.
6) A. Daniélou, Siva e Dioniso, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1980, p. 7.
7) Ibidem, p. 15.
8) Ibidem, p. 16
9) Ibidem, pp. 16,17.
10) Il significato originario di polis era “fortezza di città alta”, “rocca”, “acropoli”, indi assunse quello di “stato”. Nel greco antico vi era un altro termine che indicava un semplice agglomerato urbano, asty. Malgrado la notevole differenza, molti vocaboli derivati dalle due parole assumono lo stesso significato. Ne sottolineano la differenza le corrispondenti parole latine: civitas e urbs. Qui interessa il significato originario di polis, poiché ne indica la sua natura difensiva.
11) Prasna Upanisad, a c. del Gruppo Kevala, Roma, Ediz. Asram Vidya, 2004, pp. 21,22.
12) Da quanto detto non si deve desumere che tra i devoti delle varie divinità serpeggi una sorta di competizione o di gara finalizzata al riconoscimento del dio più grande o migliore. Gli hindu credono che gli dèi siano le forme dei mantra rivelatesi agli antichi veggenti e che ognuno di essi sia una freccia puntata sulla Suprema Realtà. Ogni dio presiede ad un lignaggio, ovvero ad un particolare cammino-“freccia” che non può essere scelto artificiosamente, bensì per dharma. Scrive Vanamali nell’Introduzione al suo ottimo libro Sri Shiva Lila (Aryan Books International, New Delhi 2002, p. xviii): «The great sage Vyasa wrote all the eighteen Puranas but in each of them he extolled that particular deity alone, as being the Supreme. In the Bhagavata Purana, Krishna is the Supreme incarnate. In the Devi Purana, the goddess is the Supreme incarnate. In the Shiva Purana, it is Shiva, who is the Supreme. Thus the mind was made to realise that the Supreme, being formless, is capable of taking any form and any of these forms can take us to the ultimate Truth». (“Il grande saggio Vyasa scrisse tutti i diciotto Purana, ma in ciascuno di essi egli celebrò soltanto una divinità come personificazione del Supremo. Nel Bhagavata Purana, Krishna è la suprema incarnazione. Nel Devi Purana, è la dea. Nello Shiva Purana, è Shiva. Così la mente è portata a realizzare che il Supremo, essendo senza forma, può assumere tutte le forme e che ciascuna tra queste può condurci alla Verità ultima”).
13) Cfr. P. Magnone, Introduzione al Cosmogramma del tempio hindu, in Atrium, Anno X, n. 2, p. 124.
14) G. Colli, La Sapienza Greca, vol. I, Milano, Adelphi, 1990, pp. 15,16.
15) A. Daniélou, op. cit. p. 96.
16) Testi dello Sivaismo, a c. di R. Gnoli, Torino, Boringhieri, 1968, p. 11.
17) J. Pereira, Manuale delle Teologie Induiste, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1979, p. 343.
18) Pasupata Sutra, IV, 6-8, in Testi dello Sivaismo, op. cit.
19) Se con il termine “rettorica” ci si riferisce a quei discorsi che pretendono di imporre la “persuasione”, ci sembra pertinente quanto scrive Giovanni Sessa in Oltre la Persuasione - Saggio su Carlo Michelstaedter (Ediz. Settimo Sigillo, Roma 2008, p. 80), commentando il pensiero del giovane filosofo goriziano: «La rettorica è una vernice dorata, che gli uomini spargono sui toni grigi dell’esistenza». I “toni grigi” della contingenza, così mascherati, non riveleranno mai la loro pochezza, e gli aneliti ad accedere al profondo o all’elevato si spegneranno nella falsa soddisfazione di un presente solo retoricamente posseduto.
20) Cfr. Hippie: Sadhu d’Occidente dello scrivente, in L’Immaginazione al Podere, a c. di A. Castronuovo e W. Catalano, Viterbo, Stampa Alternativa, 2005.
21) F. Ferrari, All’Ombra di Sgt. Pepper - Storia della musica psichedelica inglese, Roma, Coniglio Edit., 2007, p. 9.
22) M. Eliade, Il Mito dell’Eterno Ritorno, Roma, Ediz. Borla, 1968, p. 77.
23) G. Colli, La Natura Ama Nascondersi, Milano, Adelphi, 1988, p. 226.
24) B. Dylan, Canzoni d’amore e di protesta, a c. di S. Rizzo, Roma, Newton Compton Editori, 1972, pp. 92,93.
25) Guida Internazionale dell’Età dell’Acquario, Torino, Bresci Editore, 1975, p. 194.
26) Ciò non vuol dire che sia auspicabile proibire tout court l’uso delle sostanze psicotrope. Un uomo deve sentirsi libero di sperimentare, purché non nuoccia agli altri, altrimenti la sua dignità e il suo valore si riducono a nulla. Piuttosto si dovrebbe puntare su una valida educazione, capace di orientare verso la riflessione profonda e la realizzazione del proprio dharma, ovvero di quello che si è realmente per vocazione naturale e non per esigenze di mercato. Ma chi oggi, in ambito istituzionale, sarebbe in grado di educare i giovani al servizio del bene comune, al perseguimento della saggezza, alla conoscenza di sé, alla dignità, alla giustizia, all’onestà? La protervia, l’ignoranza, l’ingiustizia sistematica, la menzogna elevata a dogma, la violenza, la tendenza a colmare il vuoto di un’esistenza priva di ogni valore metafisico con droghe di vario genere, provengono dall’alto. Per fortuna, sul piano pratico, vi sono ancora degli ottimi professori (con un buon tonal, direbbe Don Juan, maestro – non si sa se immaginario o reale – di C. Castaneda) capaci di trasmettere il rispetto dei valori fondamentali. Si tratta, tuttavia, di una “razza” in via di estinzione, contrastata duramente dallo strapotere delle droghe per eccellenza: televisione, pornografia e pubblicità.
27) Op. cit., p. 8
28) J. Blofeld, Il Segreto e il Sublime, Milano, Mondadori, 1977, pp. 221,222.
29) René Guénon, Lessico Esoterico, Genova, I Dioscuri, 1989, p. 271.
30) L’influsso che la Società Teosofica ebbe sui giovani degli Anni ’60 viene evidenziato nello studio di F. Ponzetta, L’Esoterismo nella Cultura di Destra, L’Esoterismo nella Cultura di Sinistra, Jubal Edit., 2005,
www.jubaleditore.net.
31) In J. Pereira, op. cit., p. 152.
32) «Quanto è vasto lo spazio tutt’attorno / Tanto è vasta la cavità del cuore / In essa stanno accolti cielo e terra / E fuoco e vento, e sole e luna, e lampo / E stelle, e ciò che in questo mondo è suo / E ciò che non è suo, tutto si accoglie», Chandogya Upanishad, VIII.1.3, trad. di P. Magnone, in op. cit.
33) Op. cit., p. 103.
34) Zhuang-zi [Chuang-tzu], a c. di Liou Kia-hway, Milano, Adelphi Ediz., 1982, pp. 21,23.
35) Si veda lo studio La gnosi psichedelica di A. Castronuovo, in L’Immaginazione al Podere, a c. di A. Castronuovo e W. Catalano, Viterbo, Stampa Alternativa, 2005.
36) Cfr. Giuseppe Gorlani, Il Dharma della Musica, Rassegna Stampa di
www.ariannaeditrice.it. 37) L. Maggi, La Musica e il Nuovo Piano di Coscienza, Torino, Bresci Editore, 1974, p. 59.
38) La Voce del Ribelle, Anno 1, n. 1, Roma 2008.

39) J. Evola, Gli uomini e le Rovine, Roma, Ediz. Il Settimo Sigillo, 1990, pp. 257, 259.