Contro la logica dello spopolamento. Il coraggio di resistere e restare
di Vito Teti - 29/08/2025
Fonte: editorialedomani
Le polemiche sul nuovo Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai). Anziché alimentare speranza e fiducia, si insiste sulla difficoltà e sull’impossibilità di fare interventi che possono cambiare in maniera radicale le cose. Abbiamo bisogno di parole nuove, di una fantasia e di invenzioni che sappiano alimentare speranza. Lo Sponz Fest e la forza della “restanza”
Hanno fatto molto scalpore, sollevato polemiche e anche proteste indignate, alcuni passaggi del nuovo Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai) approvato dal governo nei mesi scorsi. Nel documento si parla di «un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita. Il piano introduce una differenziazione su base demografica tra le stesse aree interne dividendo i territori così definiti in categorie distinte: quelli «rilanciabili» e quelli «senza prospettive».
Per questi ultimi (centinaia e centinaia di comuni montani, collinari, rurali) lo stato non prevede più politiche attive di contrasto allo spopolamento ma propone un «accompagnamento verso un declino irreversibile».
Sono scelte che penalizzano ancora una volta il Sud, le aree interne, le zone fragili. Ho subito sottolineato che, anziché alimentare speranza e fiducia, si insiste sulla difficoltà e sull’impossibilità di fare interventi che possono cambiare in maniera radicale le cose. Come scrive la storica Antonella Tarpino, si «arriva a legittimare dunque l’abbandono istituzionale di larga parte del territorio nazionale, accentuando il divario tra città e aree interne e tra le diverse anime di queste stesse, col rischio di compromettere – è il timore di molti – la stessa tenuta sociale del paese. Difficile parlare forse di strategia, caso mai sembra più disuguaglianza istituzionalizzata, con patrie riconosciute e altre, sottodimensionate demograficamente, no».
Non si è capaci di fare un nuovo racconto dell’abbandono, dei paesi spopolati, delle «aree interne», il cui destino dovrebbe dipendere dai locali, che non sembrano interessati a profezie apocalittiche che si autoavverano. Abbiamo bisogno, oltre che di politiche fallimentari di matrice neoliberista, di parole nuove, di una fantasia e di invenzioni che sappiano alimentare speranza.
Segni di speranza
Un festival, anche quello di grande qualità artistica e con una chiara visione politica di mutamento, non può, certo, risolvere il problema dello spopolamento ma, come mostrano anche piccoli festival della “restanza” (cfr. Pietre di pane, Quodlibet, 2011 e La restanza, Einaudi, 2022) che si svolgono in tutta Italia, senza clamori e senza alcuna attenzione mediatica, possono lanciare segni di vita e di speranza, creare collegamenti e reti tra le tante aree interne d’Italia, progettare piani concreti di resistenza allo spopolamento, possono mostrare iniziative che vanno in controtendenza.
Partecipo allo Sponz Fest da molti anni, ideato e voluto da Vinicio Capossela, che ha visto sempre la presenza di musicisti, artisti, scrittori di grande qualità, assieme a una libera università dove, con alcuni docenti per “ripetenti”, si affrontano e si discutono temi, in un confronto aperto sia con i tanti locali sia con quelli che arrivano da ogni parte d’Italia.
Ho, nel tempo, parlato di acqua, ambiente, Carnevale, demoni, santi, culture popolari, emigrazione, parole e culture, antiche e nuove, per ri-generare i luoghi. Tornerò quest’anno assieme alla bravissima scrittrice e cara amica Donatella Di Pietrantonio, a riflettere su cosa significhi “restanza”, senso dei luoghi e dell’abitare. Di «immaginare» (come propone Capossela) luoghi spaziali, mentali, utopici di «innocenza», «umanità», Nuovi e altri Eden possibili, anche riscattando il passato e ripercorrendo le potenzialità inespresse degli ultimi, delle schegge di «umanità».
Parole antiche
Bisogna dare nome a nuovi sentimenti e ri-significare parole antiche, come restanza. Scrive la filosofa di campo e ricercatrice, Enza Macaluso: «Restanza è una parola-seme che, una volta piantata nel terreno fertile delle aree interne italiane, ha dato vita a pratiche, narrazioni, politiche e progetti capaci di riconfigurare l’immaginario collettivo sull’abitare, sul partire e sul restare. Non si è trattato soltanto dell’introduzione di un termine nuovo, ma della creazione di un vero e proprio dispositivo culturale e politico, capace di raccogliere e dare dignità a esperienze che fino ad allora erano rimaste ai margini del discorso pubblico, trasformando il dibattito in ambito accademico e non. È una parola che ha saputo radicarsi nelle vite delle persone, trasformandosi da concetto teorico a risorsa culturale condivisa, capace di orientare scelte individuali e collettive. In questo senso, la restanza incarna esemplarmente la forza generativa della parola come dispositivo comune: un logos che non si limita a descrivere una condizione, ma contribuisce a cambiarla, generando un nuovo immaginario dell’abitare e del prendersi cura dei luoghi. L’ampia fenomenologia della restanza abbraccia una complessità del reale che non riguarda più un’unica forma del restare, intesa come segno dell’impossibilità di partire, perché si apre ad una molteplicità di esperienze e significati che ruotano attorno alle varie forme secondo cui l’abitare i luoghi più remoti e marginalizzati può configurarsi».
La restanza è entrata nel lessico delle politiche territoriali, della ricerca, dei movimenti locali, delle pratiche artistiche e dei progetti di rigenerazione culturale, fino a diventare un vero e proprio simbolo narrativo di una nuova stagione di attenzione verso le aree interne. Ne troviamo traccia nei manifesti di cittadinanza attiva, nei laboratori di comunità, nei processi partecipativi che attraversano le aree interne come forme di progettazione condivisa, nelle opere di scrittori, poeti, artisti, registi, fotografi, oltre che di antropologi, geografi, studiosi del territorio.
Restare non è separabile da partire, migrare, tornare, viaggiare, è un altro modo di pensarsi al mondo (questo non comporta vivere nello stesso luogo), di abitarlo, cambiarlo, rigenerarlo. Donatella Di Pietrantonio ha scritto: «Ci disturba la falsa celebrazione delle nostre bellezze, il gran parlarci addosso della politica che vuole rivitalizzare i borghi ma intanto chiude gli ospedali di prossimità, taglia i servizi, non ripara le strade».
Nelle definizioni più ingenue o alla moda, restare e restanza possono essere ridotti a un gadget, a uno slogan, a una scritta sulla maglietta, alla marca di un prodotto alimentare.
Ma Restanza significa affermare nuovi diritti (in primis quello di restare e migrare), sentirsi in esilio, all’opposizione, esigere attenzione, servizi, ospedali, scuole, strade, centri sociali e culturali, cura e tutela dell’ambiente.
Molti giovani, associazioni, gruppi che considerano – con buone argomentazioni – la restanza (o la scelta di tornare) come una sorta di spinta e di movimento fondamentali vivono e operano ai margini, in quartieri periferici o in piccoli centri.
Occorre ricordare che questo termine va assumendo un respiro globale, riguarda quanti nei paesi, nelle città, nelle periferie del mondo sono alla ricerca di un nuovo senso dell’abitare e della presenza e avvertono la responsabilità etica ed ecologica di difendere e proteggere i luoghi, prendersi cura e avere riguardo del posto in cui, per nascita, per scelta, per necessità, si trovano a vivere. Questi movimenti culturali, artistici, “politici”, che affermano il diritto di restare, sono anche la risposta anche a posizioni complementari, urbanocentriche, a volte a sfondo razzista, che considerano i paesi luoghi di arretratezza e di barbarie, di primitività, aree da svuotare e di cui accelerare la fine, magari trasferendo gli ultimi resistenti e tenaci abitanti in città o metropoli lontane e, magari, invivibili.
Con riferimento all’eccezionale esperienza portata avanti, tra successi, ostacoli, sconfitte, risultati positivi, il regista Wim Wenders, nel suo intervento al municipio di Berlino, l’11 novembre 2009, scriveva: «Ho visto un paese capace di risolvere, attraverso l’accoglienza, non tanto il problema dei rifugiati, ma il proprio problema: quello di continuare a esistere, di non morire a causa dello spopolamento e dell’immigrazione. […] E ho voluto raccontare questa storia in un film, che ha come attori i veri protagonisti. La vera utopia non è la caduta del Muro, ma quello che è stato realizzato in Calabria. Riace in testa».
Una esperienza, davvero rivoluzionaria e utopica, ostacolata e che sembrava finita, adesso continua a vivere anche come modello e proposta contro lo spopolamento. A Riace è nato un nuovo gruppo Restanza, formato da giovani rimasti, da ragazzi che vivono fuori ma ritornano, da stranieri che si sono trasferiti a Riace o che tornano spesso, che organizza un Festival, si occupa di ambiente, crisi climatica, biodiversità, dei prodotti e delle cucine tradizionali, ed ha come obiettivo di fare tornare gli emigrati, di accogliere immigrati.
Parole nuove
Antonio Bocchinfuso, curatore assieme a Leonardo Tosti e Mario Soldaini del Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi, 2025), dove sono raccolti i versi dei poeti palestinesi che scrivono e muoiono sotto le bombe, mi ha scritto: «C’è un termine arabo, presente anche nelle nostre poesie, sumud, che noi di solito traduciamo con resistenza e resilienza, caparbietà, fermezza o perseveranza, ma nessuna di queste traduzioni ne esaurisce il significato. Indica un atteggiamento tipico del popolo palestinese, che da decenni subisce qualsiasi sopruso e inventa sempre nuove strategie per resistere, sopportare, restare radicato. Presentando il libro in Salento e in Calabria abbiamo azzardato che una delle tante possibili ed insufficienti accezioni con cui tradurlo potrebbe proprio essere restanza. Appena ti abbiamo nominato e parlato di restanza il pubblico ha reagito con entusiasmo. Sono commosso dal fatto che anche i paesini della Calabria possano aiutarci a capire la resistenza palestinese». La restanza fonda nuovi linguaggi e nuove pratiche, ribalta lo status quo, significa, dovunque, resistenza, lotta per un mondo di umanità e di innocenza.
Recinti di umanità è il titolo della nuova edizione dello Sponz Fest, il Fest ideato e diretto da Vinicio Capossela, in programma dal 28 al 30 agosto 2025 nel centro storico di Calitri, in Alta Irpinia. Il 29 agosto Donatella Di Pietrantonio e l’antropologo Vito Teti si confrontano in Paradisi perduti, un incontro sul tema dei paesi e delle comunità nelle aree interne.