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Il ritorno alla Terra

di Eduardo Zarelli - 01/06/2011

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Negli ultimi due secoli, l’uomo industriale ha messo in atto una scontata ma controproducente strategia di sopravvivenza: l’abbondanza. Di qualunque cosa avesse bisogno, il trucco era cercare di ottenere sempre di più: una posizione sociale più elevata, una maggiore quantità di beni, di denaro o di informazioni. E senza mai accontentarsi, cercare ancora e ancora, tanto da raggiungere il paradosso: oggi viviamo nell’eccesso. Nell'evidenza della crisi culturale in un'epoca di transizione, è giunto il momento di cambiare, di mutare il paradigma.
I segnali d’allarme sono ovunque: l’individualismo e la solitudine sociale, la precarietà lavorativa ed emotiva, la crisi economica e quella ecologica. Ecco perché si deve iniziare a sviluppare un senso di appagamento per quello che già si possiede, uno stile di vita sobrio ed equilibrato, in netto contrasto con una cultura consumistica che spinge ad avere sempre nuovi bisogni sociali e materiali. D’altronde è ormai riconosciuto universalmente che il perseguimento indefinito della crescita è incompatibile con un pianeta finito, le conseguenze (produrre meno e consumare meno) sono invece ben lungi dall’essere accettate. Ma se non vi sarà un’inversione di rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana, che solo gli ingenui possono pensare risolvibile dalla stessa scienza e la tecnica. Siamo ancora in tempo per immaginare, consapevolmente, un paradigma basato su un’altra logica: quella di una rinascita comunitaria e locale basata sulla “riduzione di scala”, il limite e l’appropriatezza.
Già Heidegger nel novecento formulò l'idea che l'uomo sia impensabile all’esterno del mondo in cui vive, che è determinato dai rapporti tra gli esseri umani e tra questi e la Natura. Queste idee saranno riprese anche da Gregory Bateson, che teorizzerà il pleroma, come il mondo che contiene tutto ciò che è esistente. Vista la situazione sociale e ambientale odierna, l’unica soluzione reale è quella di porre un freno al “treno impazzito” della globalizzazione e della crescita illimitata, che ha trasformato l’attuale società in una “locomotiva che corre a velocità assurda contro un muro”. In altre parole, bisogna opporre al mito della “crescita infinita”, da realizzare in un mondo che ha risorse limitate, l'idea di una economia stazionaria, omeostatica. Questo significa adottare uno stile di vita sobrio, e rispettoso dell’equilibrio tra uomo e Natura, che ci consenta di soddisfare i nostri bisogni naturali, vivendo però in una realtà ecocompatibile. Per realizzare tale scopo, è necessario ricreare i vincoli comunitari, che ricolleghino l’individuo ai suoi vicini, al luogo in cui vive e al potere, sia economico che politico. Oggi, sembra assurdo pensare a una possibilità del genere, visto che il vivere sociale è basato su idee opposte; ma per raggiungere tale obiettivo, bisogna per prima cosa procedere alla decolonizzazione dell’immaginario, per usare l’espressione di Serge Latouche. Secondo l’autore francese, l’attuale sistema socio-economico si regge su tre strumenti, da contrastare in maniera decisa: la pubblicità, che creando desideri artificiali in continuazione, ci spinge al consumismo; il sistema creditizio, che porta tutti a indebitarsi sempre di più e l'obsolescenza dei prodotti, cioè la produzione di oggetti sempre più “usa e getta”, con la conseguenza di dover continuamente comprare prodotti nuovi.
Il centro di questa “rivoluzione” delle mentalità deve essere formato dalle comunità locali, basate su pratiche di vicinato e di legami tradizionali, le quali federandosi tra loro, diano vita per sussidiarietà ad una reale integrazione continentale, da opporre all’attuale società. All’interno di questi aggregati sociali, tutte le forme di potere – economico, politico, finanziario, ecc. – saranno riportate a contatto dell’individuo, e non più prerogativa di poche anonime organizzazioni sovranazionali e che non rispondono direttamente alla volontà popolare. In tale situazione, saranno in grado di sviluppare una forte resilienza, concetto utilizzato in fisica e che indica la capacità di un sistema di resistere a impulsi esterni. Aumentando la propria capacità decisionale, potranno evitare di essere dipendenti da mercati e sistemi produttivi lontanissimi e incontrollabili, stroncando il diffondersi di fenomeni di panico planetario, sia che dipendano da presunte pandemie, o da crisi energetiche o da tracolli finanziari di mercati azionari sparsi per il globo. Per arrivare a questo traguardo, bisogna ripensare il sistema produttivo, energetico, alimentare, finanziario e monetario globale, ridando alle comunità locali una forte autosufficienza, che ovviamente non significa isolazionismo. Tutto questo sembra pura teoria; invece, in Gran Bretagna, e seppur in fase embrionale anche in Italia, ci sono già comunità che si stanno organizzando in tal senso: le Transition Towns. La loro idea di base è quella di riscoprire le tradizioni, le conoscenze manuali e dell’ambiente naturale che circonda le comunità, allo scopo di produrre tutto ciò che è indispensabile a livello locale, importando solo ciò che è assolutamente impossibile ottenere da soli. In questa logica, diventa fondamentale ricreare quei vincoli comunitari tra le persone che condividono un territorio, con particolare riguardo al legame tra le vecchie e le nuove generazioni, organizzando momenti di scambio di informazioni su usi e tradizioni. Così facendo, si riduce fortemente l’impatto ambientale causato dai sistemi di stoccaggio e di trasporto delle merci; inoltre, per aumentare tale effetto benefico, si stanno implementando centri locali di produzione di energie rinnovabili, le quali - insieme al risparmio - emancipino le trasformazioni d'uso dalle risorse energetiche fossili. Anche in campo finanziario e monetario, si stanno creando vie alternative a quelle globalizzate. Grazie a un sistema di monete complementarie locali – che inibiscono i fenomeni inflattivi - le piccole attività commerciali e artigiane territoriali riprendendo impulso, sottraendosi ai monopoli della grande distribuzione organizzata.
Se processi di autoconsumo, risparmio energetico e relazioni di scambio che non transitino necessariamente per il mercato – come la reciprocità - possono incrementare la qualità della vita di contro alla logica perversa dello “sviluppo illimitato”, la via dell'autosufficienza include singoli e comunità che praticano la sobrietà e la semplicità volontaria, la riduzione della filiera produttiva e della mobilità, il radicamento locale ed il “ritorno alla terra”. Le pratiche che aiutano l'autosufficienza includono la costruzione autonoma, la permacultura, l'agricoltura sostenibile e biologica, il riciclaggio dei rifiuti e il compostaggio e l'energia rinnovabile. Spesso, quindi, la sfera del “fai da te” - consapevolmente o meno - rinunciando alla spirale dei consumi inutili e dispendiosi è una via condivisa dai più e praticata da molti. Tutte queste iniziative servono per ricreare solidarietà partecipe tra gli appartenenti alle comunità, e tra queste e l’ambiente naturale in cui vivono. È affidata alle coscienze l'urgenza di passare all’azione, cominciando personalmente con le "buone pratiche", primo passo per ricreare quella consapevolezza del bene comune, che rappresenta il vero termine di paragone per affrontare le contraddizioni sociali e ambientali su cui si gioca il destino della nostra civiltà.