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Avanti tutta verso il peggio…

di Francesco Lamendola - 14/06/2011





Domenica 12 giugno si è tenuto, a Roma, l’ormai abituale appuntamento con il Gay Pride, la giornata mondiale del cosiddetto orgoglio omosessuale.
E mentre barbuti giovanotti si scambiavano ostentatamente i loro baci sulla bocca, politici e amministratori intervenivano, approvavano, benedicevano: tutti insieme appassionatamente, uniti e solidali nel deprecare il razzismo e l’omofobia di ieri e nell’inneggiare alle presenti e future meraviglie della sedicente liberazione sessuale.
Il mattino del giorno dopo, alle otto (e cioè in una fascia oraria in cui si può stare ben certi che nessuno, e specialmente gli studenti, l’avrebbe seguita), andava puntualmente in onda, su Rai 3, una delle eccellenti trasmissioni di Rai Educational dirette da Giovanni Minoli, nella fattispecie dedicata al dramma della marina italiana nella seconda guerra mondiale.
Più che sotto il profilo tecnico della storia militare, nel quale venivano dette cose risapute e anche alcune delle solite versioni di comodo, il programma era eccezionalmente interessante per la presenza di alcune interviste a personaggi che fecero la guerra sul mare o a studiosi di quella generazione, che l’hanno accostata anche dal punto di vista culturale e ideale.
Sembra quasi incredibile che vi fosse una intera generazione di Italiani che, dal comandante all’ultimo marinaio, nutriva sentimenti di così profonda abnegazione, di un tale senso del dovere, di una così limpida dirittura morale: persone che preferivano andare a fondo con la propria nave, piuttosto che subire l’onta del disonore (eccezion fatta per l’umiliante pagina dell’8 settembre, quando gran parte della Regia marina si consegnò al nemico, ma in quel caso per obbedire a uno scellerato ordine del sovrano, cui aveva giurato fedeltà assoluta).
Si potrebbe dire che la classe 1925 (ossia di quanti, nel 1943, erano atti alla chiamata alle armi) sia stata l’ultima cresciuta con un forte senso del dovere, con un grosso spirito di sacrificio: senso del dovere e spirito di sacrificio che rifulsero, nonostante l’inettitudine o, peggio, il tradimento dei comandi, così per gli equipaggi delle «belle navi che non tornarono», come per i fanti delle divisioni impegnate a El Alamein, armati di bottiglie incendiarie contro i giganteschi carri armati britannici, o come per gli aviatori che salivano sui loro mediocri apparecchi per tentare di difendere, uno contro dieci, uno contro venti, i cieli della Patria e proteggere le nostre città dai selvaggi, deliberati bombardamenti dei sedicenti liberatori.
Si dirà che molto, nell’educazione ricevuta da quelle generazioni, era frutto di retorica malsana e di patriottismo esasperato: ed è vero; ma come non si deve gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, così non sarebbe giusto negare che, in quella educazione, vi fossero anche sentimenti validissimi e nobilissimi, primo fra tutti il senso del dovere da compiere, a qualunque costo, in qualsiasi circostanza, senza invocare facili scusanti e senza nascondersi dietro cavilli burocratici o scrupoli morali dell’ultima ora.
Si dirà anche che la dittatura fascista sfruttò il senso del dovere di quei ragazzi, i ragazzi di Capo Matapan e di El Alamein, nonché la loro giovanile inesperienza, per mandarli al macello; ma non si dovrebbe dimenticare che quello stesso “sfruttamento”, se c’è stato, è stato perpetrato anche sui i ragazzi del ’99 sulle sponde del Piave, o, prima ancora, ad Adua, a Custoza, a Novara: e mai nessuno si è sognato di accusare di plagio i governi dell’Italia risorgimentale, o di quella umbertina, o di quella della prima guerra mondiale.
Strano, vero? Si direbbe che i signori critici democratici si ricordino che i ragazzi sono stati mandati allo sbaraglio, a morire a vent’anni sopra i reticolati nemici, solo quando si offre l’occasione di addossare ogni colpa ed errore possibili a Mussolini e al fascismo; mentre si usa un metro totalmente diverso quando si tratta di valutare l’opera di altri governi.
E anche oggi, quando ormai già una quarantina di nostri militari hanno lasciato la vita sulle montagne o nelle valli del’Afghanistan, in una guerra di cui non si capisce il senso né lo scopo, tranne il fatto che non la si vuole nemmeno chiamare “guerra”, ma si preferisce, mentendo, definirla “operazione di pace”: anche oggi non si odono voci ad accusare il governo di aver giocato con gli ideali e con la vita dei nostri ragazzi, mandandoli allo sbaraglio…
Abbiamo fatto l’esempio dei nostri soldati in guerra perché, in guerra, vengono al pettine tutti i nodi sensibili di una società; e, in particolare, viene al pettine il tipo di educazione che i giovani hanno ricevuto in tempo di pace.
Se l’educazione, come è stato per i nostri giovani fino al 1943, viene costruita intorno ai valori basilari del senso del dovere e dello spirito di sacrificio, si potrà stare ceri che quei ragazzi, anche in guerra, cercheranno dare il meglio di se stessi, così come avevano saputo dare il meglio di se stessi nella famiglia, nello studio, nel lavoro.
Non c’erano i figli di papà, allora, né i bamboccioni che si fanno mantenere fino ai trentacinque o quarant’anni: chi non aveva voglia (o, naturalmente, la possibilità) di studiare, andava in fabbrica, in bottega o nei campi; e contribuiva fin da ragazzo al mantenimento della propria famiglia, mentre imparava pure a farsi carico dei fratelli e delle sorelle più piccoli.
Il senso dell’onore era fatto anche di questo: non pretendere dalla vita più di quanto si sia disposti a dare; non scambiare i propri genitori per dei distributori automatici di soldi e di comodità; non tirare a campare nello studio e nel lavoro, ma impegnarsi quanto meglio si può, e non solo per la paura della bocciatura o del licenziamento, ma proprio per una intima esigenza morale, per potersi guardare allo specchio senza arrossire.
Altro che rivendicare sempre nuovi diritti, altro che pretendere sempre nuove libertà, come avviene oggi: senza mai dare nulla in cambio se non disprezzo per i genitori, per gli insegnanti, per la società intera; altro che sbandierare con orgoglio la propria omosessualità ed esibirsi in baci e abbracci davanti ai fotografi della stampa e della televisione, magari mezzi nudi, magari truccati come femmine di strada…
Certo, ogni società ha le generazioni che si merita: esse crescono respirando nell’aria i valori dominanti, prima ancora di riceverli sotto forma di esplicito insegnamento.
Ma oggi, c’è ancora qualcuno che stia insegnando qualcosa a qualcun altro?
A noi sembra di no.
Non i genitori, che non osano mai dire di no ai figli e che, se talvolta lo fanno, si vedono trascinati in tribunale come dei criminali, ad esempio perché si sono rifiutati di mantenere ancora i figli nullafacenti che fingono di studiare all’università, fuori corso da un decennio e oltre.
Non gli insegnanti, screditati, intimiditi, frustrati, che ormai promuovono tutti e regalano gli otto, i nove e i dieci a degli studenti che, fino a una generazione fa, avrebbero preso sì e no un sei o un sette; e che non si fanno scrupolo di diplomare sistematicamente degli asini integrali.
Non i dirigenti scolastici, ridotti a burocrati che non alzano mai il naso dalle carte (o al computer), che non entrano mai nelle classi, che non dialogano mai con gli studenti, che non si interessano minimamente di cosa e come insegnino i loro professori, purché compilino i registri con diligenza ed espletino in modo puntuale tutte le altre formalità di natura cartacea o informatica.
Non i sacerdoti, che hanno una tale paura di perdere l’ultima, tenue presa sulla società, da mandare ormai giù tutto, dalla messa rock alle fedeli in chiesa con la minigonna; che si prestano a celebrare matrimoni in un contesto sempre più farsesco, pur di non farsi sfuggire gli ultimi parrocchiani disposti a sposarsi in chiesa; che dicono sì alla pillola, alle coppie di fatto, all’aborto e all’eutanasia, per non mostrarsi da meno dei laici irriducibili, né più oscurantisti dei loro predecessori dell’epoca conciliare.
Non gli adulti, che si disinteressano totalmente dei bambini, tranne che dei loro figli, e anche quelli tendono a tenerseli buoni con innumerevoli concessioni a qualunque capriccio; che considerano più importante concentrarsi sull’acquisto dell’ultimo modello di automobile o dell’ultimo capo di moda firmato, piuttosto che ricordarsi dei nipoti, dei figliocci di battesimo o di cresima, dei figli degli amici, a parte qualche costoso regalo per i compleanni e le feste comandate.
Nessuno insegna più; e, del resto, per insegnare, nonché per trasmettere valori, ideali e buoni esempi, bisogna pur avere uno straccio di idea di cosa si dovrebbe trasmettere alle nuove generazioni: ma noi non l’abbiamo, abbiamo solo lo sguardo rivolto alla produzione, ai consumi, all’economia, insomma al portafoglio: e, per il resto, zero, il deserto più assoluto.
Gli effetti nefasti di questo vuoto educativo si vedono ovunque: dalla famiglia al lavoro, dalla politica alla cultura, dallo spettacolo allo sport.
E che cos’altro è l’ultimo scandalo di Calciopoli, con le partite addomesticate e le scommesse truccate, se non l’ennesima manifestazione di questo vuoto educativo, di questo nulla morale di cui noi siamo gli artefici?
Del resto, il fatto che non ci scandalizziamo più, che non riusciamo a indignarci, ma ci limitiamo a scuotere le spalle con rassegnazione o, peggio, con indifferenza, non è forse la prova di quanto sia ormai diffuso il male, come un tumore in piena metastasi?
Perché, in un organismo sano, una qualche reazione c’è sempre, davanti all’evidenza della malattia; quando l’organismo non reagisce più, allora vuol dire che la partita è persa.
Eppure, non possiamo rassegnarci a sprofondare sempre di più nella palude del nulla, di un edonismo idiota, di un nichilismo distruttivo.
Abbiamo bisogno di un nuovo ethos; abbiamo bisogno di ricostruire, là dove per decenni abbiamo solamente abbattuto, calpestato e deriso ciò che esisteva prima.
È toppo facile ironizzare sulla seriosità di un libro come «Cuore», accusando De Amicis di retorica patriottarda; irridere il tono apodittico del «Catechismo» di Pio X, sostenendo che era solo una forma di indottrinamento becero, di lavaggio del cervello; scherzare perfino sulla stampella di Enrico Toti, dicendo che l’Italia non ha bisogno di simili erori.
Di che cosa avrebbe bisogno, allora, l’Italia, secondo questi signori che sanno solamente gettare nel cestino della storia tutto ciò che è tradizione, senso dell’onore, rispetto della parola data e degli impegni presi, culto dell’onestà e ripudio del suo contrario?
Non si è inneggiato abbastanza ai diritti più sfrenati, alle libertà più demenziali, perfino all’orgoglio verso ciò di cui ci si dovrebbe piuttosto vergognare?
Non si è ancora ubriachi di parole d’ordine sempre più logore e vuote, sempre più simili a dei mantra per esorcizzare la propria cattiva coscienza?
Siamo arrivati a un bivio e dobbiamo scegliere.
O ci poniamo l’obiettivo di ricostruire il senso e la dignità della persona umana; il rispetto per l’altro e per la natura tutta; la gioia di accordare la nostra libertà con ciò che è giusto, buono e necessario non per noi soli, ma per il mondo in cui viviamo: oppure continuiamo la nostra pazza corsa verso il dissolvimento e l’autodistruzione.
Non resta molto tempo da perdere; ne abbiamo perso anche troppo; e non è più ora di chiacchiere, ma di agire.
A chiacchiere sono tutti bravi, tutti intelligenti, tutti convincenti; intanto, però, la casa sta andando a fuoco e non c’è nessuno che corra con un secchio d’acqua in mano.
Fin dove vogliamo arrivare?
Vogliamo scoprire se si può scendere ancora più in basso, quando pareva proprio che avessimo ormai toccato il fondo?
Ricominciare da zero è cosa che richiede non solo coraggio e tenacia, ma anche un profondo senso di umiltà: l’umiltà di chi sa di aver sbagliato.
Saremo capaci di trovare questo coraggio, questa tenacia e, soprattutto, questa umiltà che nasce dalla consapevolezza dell’errore?
Non sarà facile: non siamo stati abituati allo spirito di sacrificio, né al senso dell’onore; peggio ancora: siamo stati abituati a ridere di queste cose e a considerarci furbi quando correvamo dietro al successo ad ogni costo, ai piaceri prima di tutto il resto.
Ma si può sempre imparare: si dice che, quando l’acqua arriva a bagnare sedere, o si impara a nuotare o si va a fondo.
Dobbiamo imparare a nuotare, se vogliamo salvarci.
E se vogliamo lasciare qualcosa in eredità ai nostri figli, dando loro almeno qualche ragionevole prospettiva per il futuro.