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Geni antichi capaci di resistere gli antibiotici

di Pietro Greco - 27/09/2011


 

 

La capacità di resistere agli antibiotici manifestata da un numero crescente di batteri, anche patogeni, non è una novità. Anzi, per dirla con maggiore rigore, non è un carattere emergente dei microorganismi, ma è piuttosto una capacità antica. Vecchia di decine (e. forse, di milioni) di anni.

Lo afferma, in un articolo firmato per la rivista scientifica Nature, un gruppo di ricercatori canadesi guidato da Vanessa M. D'Costa e Christine E. King, in forze alla McMaster University di Hamilton in Ontario.

Il gruppo ha analizzato il Dna prelevato da cellule di vari organismi - compresi alcuni grandi animali come mammuth, bisonti, cavalli, ovini, pernici e roditori (arvicole e talpe) - conservati per quasi 30.000 nel permafrost di una delle aree più settentrionali del Canada. Si tratta di ghiacci che non si sono mai sciolti dopo la loro formazione e hanno così conservato incontaminate le tracce biologiche degli organismi che vivevano in quell'area trenta millenni fa.

Ebbene, in numerosi filamenti di Dna i ricercatori canadesi hanno individuato geni che codificano per proteine che mostrano di saper resistere a una serie di antibiotici a base di β-lattame, anticicline e glicopeptidi. Queste proteine sono state analizzate in svariati modi e risultano del tutto simili alle proteine attuali che mostrano resistenza alle sunnominate tre classi di antibiotici.

Il fatto è che l'uomo ha scoperto gli antibiotici solo da 80 anni, per la precisione nel 1928, quando Alexander Fleming trovò per caso la penicillina. E solo da allora, a ritmi rapidamente crescenti, ha iniziato a utilizzarli in maniera massiva per curare uomini, ma anche animali e impedire l'infestazione delle piante. E solo dopo molto tempo - in realtà, piuttosto di recente - ha scoperto una serie di agenti patogeni capaci che mostrano una capacità crescente di resistere agli antibiotici.

Molti hanno fatto una semplice deduzione darviniana: sono intervenute mutazioni nel Dna dei batteri che hanno prodotto geni con capacità di resistenza agli antibiotici. Questi geni hanno costituito un vantaggio evolutivo per i batteri mutanti che nel nuovo ambiente impermedicalizzato sono riusciti a sopravvivere meglio e a riprodursi di più.

La scoperta di Vanessa M. D'Costa, Christine E. King e dei loro collaboratori dimostra che questa deduzione è troppo semplicistica. Quei geni esistevano da tempo: da millenni e, probabilmente, da milioni di anni. Ma perché sono stati selezionati? E perché solo ora si stanno imponendo i microrganismi che ne sono in possesso?

Le domande meriterebbero un approfondimento scientifico solido. Per ora possiamo fare solo congetture, che tuttavia sono abbastanza plausibili. Quei geni esistono perché in natura ci sono sostanze che hanno attività antibiotica. E i batteri hanno imparato a difendersi. In passato la diffusione degli antibiotici naturali era relativa e, dunque, i ceppi di batteri dotati di geni con resistenza agli antibiotici non avevano un vantaggio adattativo decisivo. Oggi che la concentrazione nell'ambiente degli antibiotici è aumentata, il vantaggio evolutivo è decisamente maggiore.

In definitiva: ci sono più cose in cielo e anche in terra di quanto la tua filosofia, Orazio, riesca a immaginare. Queste cose non nascono quando tu ti accorgi che esistono. Ma tu, Orazio, spesso ti accorgi che esistono quando iniziano a diventare un problema. E i batteri resistenti agli antibiotici stanno diventando un problema.