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A Davos, passerella per i gangster della finanza

di Filippo Ghira - 27/01/2012

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Il cosiddetto Forum di Davos in Svizzera, come le riunioni similari della Commissione Trilaterale, del Gruppo Bilderberg e del Bohemian Grove, rappresenta una occasione imperdibile per tutti i banditi di professione presenti per dire la loro sulla crisi finanziaria ed economica in corso e per offrire pillole di saggezza sul come risolverla. Peccato che la maggioranza dei gangsters presenti, per non dire la totalità, sono corresponsabili di quanto è successo in conseguenza delle loro speculazioni. E’ un aspetto questo, tipico del capitalismo che in questa fase si è particolarmente accentuato, raggiungendo livelli di arroganza mai raggiunti prima. A fare la parte dei leoni sono stati ovviamente i banchieri che, dall’una all’altra sponda dell’Atlantico, hanno potuto fruire di massicci aiuti di Stato che li hanno salvati dal precipizio in cui erano precipitati. Le banche, in particolare quelle americane e inglesi, ma anche quelle tedesche, si sono potute in tal modo risollevare dopo essere state sul punto di fallire per la propria debolezza patrimoniale e finanziaria in conseguenza delle speculazioni fatte e dell’acquisto di titoli di Stato, ormai trasformati in carta straccia come quelli greci. Una realtà che in una situazione normale avrebbe dovuto spingere i banchieri a recarsi dai politici con il capo chino.
Ma poiché i governi sono le agenzie di affari del capitalismo, è accaduto esattamente il contrario. I dirigenti della Goldman Sachs, salvata da Obama e ritornata in utile, si sono infatti potuti permettere di rispondere picche al loro maggiordomo alla Casa Bianca, quando questi ha timidamente chiesto di non attribuirsi eccessivi premi di produzione. Una dimostrazione ulteriore che i vertici come quello di Davos servono al capitalismo finanziario, in particolare quello di stampo anglosassone, per individuare i politici disposti a fare i loro maggiordomi in un futuro governo nazionale e per sostenere quelli già al lavoro e che hanno dato prova di essere funzionali al sistema vigente.
Al World Economic Forum di Davos quest’anno non sono stati invitati gli economisti che nei mesi scorsi si erano mostrati maggiormente pessimisti sulle magnifiche e progressive sorti del Libero Mercato. La parola d’ordine da diffondere a piene mani doveva essere ottimismo. Anche se è impresa titanica vista l’aria che si respira di una depressione in arrivo. Tutto andrà bene, siate fiduciosi, con uno sforzo comune e con i sacrifici le cose si sistemeranno. Ovviamente i sacrifici li dovranno fare i cittadini comuni. Non è un caso che, tanto per restare in ambito italiano, che le misure finora adottate dal governo dell’ex Goldman Sachs, il bocconiano Mario Monti, siano state all’insegna delle tasse che andranno a colpire il bene principe delle famiglie italiane: la casa. Ma non è che in altri Paesi le cose vadano meglio. Pure in Grecia, il governo è guidato da un ex consulente della Goldman Sachs, come Lucas Papademos e in Spagna il nuovo ministro dell’Economia è un altro banchiere come Luis de Guindos, 51 anni, ex presidente in Spagna della Lehman Brothers, la banca americana lasciata fallire alla fine del 2008, perché indifendibile anche da due maggiordomi di Wall Street come Bush jr e Obama. Così, i governi europei, invece di reagire con la necessaria durezza contro le banche Usa che speculando massicciamente sui mutui subprime hanno innescato la crisi finanziaria del 2007-2008 poi trasformatasi in recessione economica, non hanno trovato di meglio che consegnarsi nelle loro mani. Ed il grave è che la Goldman Sachs è una delle banche che ha maggiormente speculato contro i titoli di Stato europei, ad incominciare dai nostri Btp a 5 e 10 anni. Se poi si tiene conto che un altro ex della Goldman Sachs, come Mario Draghi, un altro anglofono come Monti, è stato portato alla guida della Banca centrale europea, abbiamo la percezione esatta dell’orrore odierno e del fosco futuro che ci aspetta.
Così a Davos si sono visti i banchieri e finanzieri Usa che tra uno spuntino e un incontro riservato hanno avuto la spudoratezza di offrire consigli sulle cose da fare a quei politici che erano disposti ad ascoltarli. Tra i vari gangsters in circolazione non poteva mancare il solito George Soros, quello che nell’autunno del 1992 da Wall Street, in sintonia con gli gnomi della City londinese, e a corollario della Crociera del Britannia, speculò contro la lira provocandone la svalutazione del 30% e favorendo la svendita di diverse aziende pubbliche italiane. Oggi Soros vede nero, per l’Italia e per la Spagna, auspica gli eurobond (in funzione anti-tedesca), stima che la Grecia uscirà dall’euro e afferma che senza azioni radicali, il mondo andrà incontro ad un'altra Grande Depressione come quella successiva al 1929. Laddove le soluzioni radicali si esplicano nella nascita di un governo mondiale, emanazione dell’Alta Finanza che, dopo aver derubato i popoli, venga messo in grado di dettare a tutti le regole di comportamento. Come se alle varie Mafie venisse assegnato il compito di garantire l’ordine pubblico. Uno scenario e un retroscena ben chiari ai manifestanti che come gli anni passati hanno contestato all’esterno la riunione e i suoi partecipanti.
Non è un caso che Angela Merkel, presente a Davos, abbia incentrato il suo intervento all’insegna della difesa della sovranità tedesca e del rifiuto di versare eccessive risorse aggiuntive al fondo europeo salva Stati che potrebbe trasformarsi in un moloch sovranazionale. Noi garantiamo la sopravvivenza dell'euro anche per salvare l'unità europea, ha sostenuto la cancelliera, ma non possiamo farci carico dei debiti pubblici di altri Paesi che incrinano la stabilità dell’euro. Il problema vero, ha osservato, è che all'Europa mancano strutture politiche, che sono necessarie affinché l'euro funzioni correttamente. Non può esservi una moneta senza uno Stato. I punti deboli dell’Unione e dell’euro stanno in questa dicotomia. Essi sono sorti nel corso degli anni e non possono essere superati in un colpo solo.
 No di Cameron alla Tobin Tax
Da parte sua, il primo ministro britannico David Cameron ha ribadito che l'idea di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie è una follia. E si è aggrappato agli studi della Commissione Europea per i quali una tassa potrebbe ridurre il Pil europeo di 200 miliardi di euro e comportare la perdita di circa 500 mila posti di lavoro. Quanto alla Bce, a giudizio di Cameron, dovrebbe fare più per la crescita, abbandonando la politica fin qui seguita rivolta soprattutto a tenere sotto controllo l’inflazione.