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Manifesto per la soppressione dei partiti politici…

di Mario Grossi - 03/09/2012


In questo fine agosto che non accenna a sbollire, i nostri politici, come nei mesi precedenti, hanno ricominciato un balletto consueto e conosciuto che va avanti da parecchi anni. Sembra quasi un comportamento obbligato per tutti coloro che si accostano alla politica. Insulti, vacuità, promesse e slogan declamati con voce stentorea, quasi urlati, tanto da pensarli come eterni, che invece svaporano nel breve lasso di un’esternazione televisiva.

Assomigliano, nell’acquario dello schermo TV, a quei pesci fuor d’acqua che si dibattono furiosamente e che boccheggiano, senza che tutto quel movimento convulso generi sollievo per le loro branchie e un pensiero che non sia anch’esso frutto di quelle convulsioni. Altro che zombie. Pesci asfittici sull’orlo di una crisi irreversibile. A vederli così fanno quasi pena, se non fosse per la rabbia dell’osservatore che li segue da anni e che non ha visto nessuna modifica nel loro comportamento.

Da queste squallide rappresentazioni parte incontenibile il desiderio di eliminare i partiti politici e farli inghiottire dalle stesse sabbie mobili che hanno generato con le loro scelleratezze. E subito, quando qualcuno lo dice, parte la scontata risposta. “il solito populista. Questi sono dei discorsi qualunquisti. Non si può stare senza politica che anzi è la somma arte della convivenza civile”.

Vero! Non si può stare senza politica. Con ogni probabilità però si può stare senza questa politica. Non bisogna però cedere al pur comprensibile desiderio di pensare che i partiti politici siano una congrega di ladri che hanno arraffato tutto l’arraffabile, che continuano a piazzare loro uomini nei posti nevralgici del paese per meglio controllare gli innumerevoli interessi che coltivano, che non sono in grado di assumersi la benchè minima responsabilità di governo, rovesciandosi a turno addosso, colpe che dovrebbero invece salomonicamente spartirsi.

Se possibile, bisogna tentare di evitare di cedere al pensiero, questa volta sì, qualunquista, di fare di tutta l’erba, un fascio, senza abbandonare l’idea però circa la necessità di sopprimere i partiti politici. Bisogna radicalizzare il proprio pensiero, rassicurandosi che ci si trova in buona compagnia, se lo si pensa.

Quando qualcuno vi darà del qualunquista apolitico sbattetegli in faccia il brevissimo saggio Manifesto per la soppressione dei partiti politici  ripubblicato da Castelvecchi e scritto da Simone Weil che di tutto può essere tacciata tranne che di essere una qualunquista apolitica, incapace di organizzare il proprio pensiero al di sopra della pura rabbia declamatoria contro i partiti.

Il libro fu pubblicato sulla rivista La Table Ronde, nel febbraio del 1950, sette anni dopo la sua morte ed è influenzato dalla situazione in cui fu scritto, nel momento in cui, sempre più prepotentemente, lo stalinismo tendeva a impadronirsi di tutte i partiti fratelli d’Europa e a soffocarli nella loro autonomia. Ma nonostante questo, suona come monito freschissimo anche per chi, come me, lo prende in mano oggi e se lo legge.

Lontana anni luce dalle recriminazioni più volgari rivolte ai partiti: macchine mangiasoldi, corrotti, gestori sempre più pervasivi del potere, aggregazioni mafiose, la Weil sviluppa lucidamente il suo pensiero concentrandosi su due punti focali della questione che non possono essere sminuiti in nessun modo.

Il primo riguarda la struttura dei partiti e il loro nocciolo interiore che ne fa delle associazioni, non solo potenzialmente, totalitarie. Ogni partito ha una struttura fortemente verticista, in cui ogni tipo di contrapposizione si annacqua e svanisce di fronte alla disciplina interna che in qualche modo, più o meno esplicito, più o meno violento, tende ad azzittire ogni opposizione, ogni pensiero che non si conforma alla linea dettata dal vertice. Anche l’esperienza delle correnti corrisponde a questo schema. Ogni corrente è un aggregato verticistico in cui tutti i sodali devono fare massa critica, disciplinatamente accordandosi al pensiero correntizio, per meglio competere con le altre. Ma il risultato non cambia. L’individuo, portatore di istanze difformi, o si adegua o viene emarginato e, se riottoso, espulso.

È la logica del comando che gestisce un potere. È la logica di chi preferisce contornarsi di manichini disposti, in nome di un bene superiore partitico, a dire sempre sì e a ingoiare tutti i rospi che gli vengono propinati o ad aderire bovinamente alla linea fino a renderla propria, secondo un schema esemplificato in modo sommamente evocativo dai processi staliniani, con la vittima pronta a riconoscere i propri misfatti e a convincersi che di misfatti si trattava e andare così, sgravata dal fardello della colpa, al patibolo.

Il secondo è, se vogliamo, ancora più radicale, e ruota intorno al concetto che un partito politico, qualunque esso sia, non genera mai nessun tipo di pensiero. La sola forma di riflessione è un rimuginare intorno a idee unicamente strumentali, pensate solo ed esclusivamente per accedere al potere o per rafforzarlo. Ma il punto è che il potere, una volta acquisito, non viene utilizzato per il Bene comune, per l’affermazione di un corpus ideale pensato e ragionato, ma è fine a se stesso o utilizzato solo per l’interesse personale o di una ristretta cerchia.

Il pensiero è sempre individuale: «Una collettività non ha lingua né penna. Gli organi d’espressione sono tutti individuali», afferma la Weil, e quindi è l’antitesi esatta dello schieramento (in questo caso politico) di chi si fa Legione. Essere Legione, in senso religioso o laico, è proprio questo, rinunciare al pensiero scintillante dell’eretico, carico di pericoli ma ripieno di opportunità, per inserirsi in quel fiume tiepido e protettivo che l’adesione al gruppo concede. Questi sono i due perni su cui ruota la critica di Simone Weil e che le fa dire che, dati questi presupposti, la soppressione dei partiti politici rappresenta un bene irrinunciabile.

Se tutto finisse qui, l’autrice potrebbe essere tacciata di pura critica sterile e distruttiva. Ma, come soluzione al problema dei partiti, la Weil abbozza una via che, nella sua semplicità, suona ancor più radicale della sua critica. Ogni candidato, ci dice, non dovrebbe presentarsi come il paladino del programma di un partito ma dovrebbe presentare un suo personale programma in cui definisca con chiarezza la sua posizione su tutte le questioni di governo: come vuole affrontare la questione sociale, la sua politica economica e finanziaria, le sue dichiarazioni in tema di diritti civili e così via. Una volta eletto sarà portavoce di quelle istanze, alleandosi, di volta in volta, per ogni singolo problema, con l’uno e con l’altro a prescindere dagli schieramenti. Si creerebbero quindi delle alleanze molto liquide, concentrate sul singolo problema e l’eletto sarebbe focalizzato solo sull’affermazione del programma per il quale è stato eletto.

Questo tipo di approccio sarebbe benefico anche per l’elettore che si troverebbe nella condizione di non poter più delegare a terzi la verifica del comportamento del suo eletto, ma sarebbe costretto a studiare, in prima persona, la situazione per capire se il suo onorevole aderisce al programma per cui è stato eletto. Una faticaccia che apre la strada alla vera politica, che non è per niente votare uno schieramento oggi e poi delegare al partito tutto, ma un continuo moto partecipativo (in questo caso di stretto controllo, nella costante verifica) che diventa motivo di crescita e di consapevolezza per il politico chiamato a “rigar dritto” e per l’elettore che si troverebbe in prima linea nel far sì che i suoi desideri siano realizzati. Questo saggetto ci riporta al senso basale della politica, calpestato, oggi come ieri, dai partiti politici così come li abbiamo conosciuti, ed al senso di libertà che ne scaturisce.

Canta GiorgioGaber «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Partecipazione che nulla ha a che vedere con una tessera, ma che molto ha a che fare con l’impegno individuale di ciascuno. Simone Weil lo raccontava 50 anni prima di Gaber con una prosa incisiva che suona liricamente appassionata come le parole della canzone. Ma la sostanza non cambia. Senza qualunquismo, ricusando ogni populismo grossolano, si può con forza dire che la soppressione dei partiti politici costituirebbe.