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Alle prossime elezioni si spegnerà del tutto la credibilità dei partiti

di Massimo Fini - 04/09/2012




I partiti che si accapigliano sulla riforma elettorale, sulla Rai, sulla giustizia, sulle tasse, sul rigore, per accaparrarsi ancora qualche fettina di potere e nell’illusione di conquistare consenso, assomigliano molto ai polli di Renzo che si beccavano l’un l’altro senza rendersi conto che sarebbero presto finiti sullo spiedo dell’Azzeccagarbugli. Se non proprio allo spiedo i partiti rischiano di finire sulla padella dell’irrilevanza. È infatti molto probabile che alle prossime elezioni, si tengano in autunno o nel 2013, le astensioni e i voti dati a Grillo riducano il parterre degli elettori ai minimi termini. Certo il Pd, il Pdl e gli altri potranno ancora ottenere, dal punto di vista puramente matematico, percentuali di una certa consistenza, ma su un numero di elettori più che dimezzato. E se dal calcolo si detraessero gli uomini degli apparati, gli adepti e tutti coloro che sono legati alla classe politica per ragioni clientelari, si vedrebbe che il voto liberamente dato, quello che esprime un vero consenso, riguarda ormai una percentuale infima e che la credibilità dei partiti è ridotta a un lumicino cimiteriale, sul punto di spegnersi del tutto. Ed è quanto i partiti si meritano; dopo trent’anni di grassazioni, di latrocinii, di spudorato clientelismo, di lottizzazioni, di abusi, di soprusi, di prepotenze, di disinteresse per il bene pubblico e anche della totale mancanza di quella capacità di previsione che dovrebbe essere, forse, il compito principale di una classe dirigente. Prendiamo, ad esempio, il drammatico problema delle pensioni. A metà degli anni ’80, non ci voleva un indovino per sapere quale sarebbe stata la composizione per età della popolazione italiana del Duemila. Bastavano le statistiche demografiche. È da allora che si sarebbe dovuto metter mano alla questione invece di sperperare denaro, per ragioni clientelari, nelle pensioni baby, nelle pensioni d’oro, nelle pensioni di anzianità fasulle, nelle pensioni di invalidità false.
Per trent’anni la classe politica non solo si è rifiutata di autocorreggersi, ma ha impedito in tutti i modi qualsiasi cambiamento dello «statu quo». Un esempio emblematico viene dalle inchieste di Mani Pulite. Un’occasione unica per una correzione del sistema, per un giro di boa. Invece bastarono pochissimi anni alla classe politica, con la complicità di quasi tutti gli intellettuali, per trasformare i ladri di regime in vittime e i magistrati nei veri colpevoli. Ancora oggi Piero Ostellino scrive sul Corriere della Sera (30/1) che la «ragion di stato» deve prevalere sull’etica e il diritto (quale «ragion di stato» legittimi i furti alla collettività è davvero difficile da capire). Così si è continuato come prima, peggio di prima perché da metà degli anni ’90 si è aggiunta una devastante campagna, di matrice berlusconiana, di delegittimazione della magistratura italiana che, insieme ad altri fattori, ci ha impedito di arginare la frana che ci sta rovinando addosso. Sono trent’anni che noi cittadini veniamo trattati come sudditi, privi di capacità politica che non sia quella di andare ogni cinque anni a legittimare, col voto, i padroni di turno. E dai e ridai ci siamo stufati. Non ci crediamo più. Non alla politica, come surrettiziamente ci si vuol far credere, ma ai partiti, che è cosa diversa. E la crisi economica ha contribuito a incrementare questo discredito, questo disprezzo nei confronti di coloro che dovrebbero essere i nostri rappresentanti. E io penso seriamente che le prossime elezioni segneranno la fine della democrazia rappresentativa, almeno così come l’abbiamo conosciuta e, purtroppo, subita.