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Ubriachi di liquidità: dal gold standard alla dipendenza monetaria

di Benedetta Scotti - 11/02/2014

Fonte: lintellettualedissidente


Come per tutte le droghe, superare la crisi di astinenza da liquidità è la parte più difficile, ma è necessaria per la sopravvivenza a lungo termine.

Riserve auree.

“L’opposizione al gold standard in qualsiasi forma- da  parte di un crescente numero di sostenitori del welfare state- è stata alimentata da un’idea molto più sottile: l’aver realizzato che il gold standard è incompatibile con una spesa cronicamente in deficit (caratteristica peculiare del welfare state) […] L’abbandono del gold standard ha dato la possibilità agli statisti del welfare di utilizzare il sistema bancario come mezzo di illimitata espansione del credito”. Voce di qualche sparuto oppositore dell’inondazione di liquidità monetaria degli ultimi trent’anni? Niente affatto. Incredibile ma vero, si tratta di un passo tratto dall’articolo “L’oro e la libertà economica” del 1966 firmato Alan Greenspan, ex numero uno della Federal Reserve, colui che, per sostenere la crescita economica ed evitare diverse volte il collasso del sistema (dopo il crash del 1987), ha letteralmente ubriacato il mondo di dollari.

In questa acuta –e incredibile- analisi, Greenspan sosteneva l’idea secondo cui l’abbandono del gold standard (ossia un sistema in cui la moneta circolante ha un valore intrinseco legato ad un determinato corrispettivo in oro) avrebbe permesso il mantenimento e l’accrescimento del potere politico del Welfare state: quest’ultimo, in un sistema aureo, sarebbe incapace di acquisire credito in maniera illimitata tramite l’emissione di titoli di stato i quali, non essendo garantiti da beni tangibili ma solo dalla promessa del Governo di ripagare tramite il gettito fiscale, non sarebbero facilmente assorbibili dai mercati finanziari. Non è un caso, infatti, che il gold standard o le sue ibride varianti (come il gold exchange standard tra le due guerre e il gold dollar standard introdotto dagli accordi di Bretton Woods) sia stato abbandonato proprio nei periodi caratterizzati da un’elevata spesa pubblica, in concomitanza, ad esempio, di grandi conflitti armati. La stessa guerra del Vietnam, con i suoi enormi costi, è stata una delle concause che ha determinato nel 1971 il crollo del già citato “gold dollar standard”, ossia un sistema in cui solamente il dollaro era direttamente convertibile in oro (il che dava agli Stati Uniti il vantaggio di battere una moneta accettata internazionalmente come riserva) mentre tutte le altre valute erano ancorate al dollaro.

Il limite all’espansione monetaria americana, necessaria per sostenere le spese e la continua crescita economica, era dovuta al fatto che la già abnorme quantità di dollari non era più interamente coperta dalle riserve auree o, in altre parole, non sarebbe stato possibile convertire in oro tutti i depositi denominati in dollari, con nefaste conseguenze sulla stabilità del sistema economico. Tra il mantenere la convertibilità del dollaro, che avrebbe implicato un freno all’espansione monetaria, e alimentare la crescita, “pompando” dollari e mantenendo il deficit nella bilancia dei pagamenti, il presidente Nixon optò per la seconda, dando vita a quello che è stato definito “non-system” o  “fiat money system”, ossia un sistema in cui il dollaro (e poi anche l’euro) non ha alcun valore intrinseco, non essendo ancorato ad alcun bene tangibile.

Il crollo del sistema di Bretton Woods, che era stato pensato per prevenire gli squilibri antecedenti al crollo del ’29 e l’incontrollato flusso di capitali, unito alle misure di liberalizzazione finanziaria introdotte a partire dagli anni Ottanta, ha spalancato le porte a misure di espansione monetaria senza precedenti. Lo stesso Greenspan, che nel lontano 1966 deplorava l’abbandono del gold standard definendolo “protector of property rights” e indicandolo come baluardo dei diritti dei risparmiatori, viene da molti ritenuto corresponsabile della crisi del 2007, creando, tramite continue iniezioni di liquidità, un clima di cieca fiducia da parte degli investitori nell’intervento della Fed in caso di instabilità o tendenza al ribasso dei mercati (il cosiddetto “Greenspan’s put”, che ha portato banche e investitori ad assumere posizioni ad alto rischio ). Una politica seguita ed esacerbata anche dal suo successore Bernanke che, senza giri di parole, nel 2007 affermava: “Abbiamo le chiavi della macchina per stampare i soldi e non ci spaventa l’idea di usarle”.

Una dipendenza, quella da liquidità, difficile da eliminare: se da una parte il tapering, ossia la riduzione degli stimoli da parte della Fed, è necessario per il consolidamento della stabilità post crisi, dall’altra ogni riduzione della liquidità affossa i mercati (mentre, invece, il mero annuncio di politiche espansive fa volare le piazze finanziarie), con ripercussioni negative sull’economia reale. Come per tutte le droghe, superare la crisi di astinenza da liquidità è la parte più difficile, ma è necessaria per la sopravvivenza a lungo termine.