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Un capitalismo senza freni alla conquista dell’ Europa (e del mondo)

di Roberto Marchesi - 19/02/2014


     
 
Nel settembre del 2011 c’era ancora Berlusconi al governo dell’Italia, e c’era ancora Trichet al governo della Banca Centrale Europea. Sembra di parlare del secolo scorso tanto è cambiato il “panorama” economico-finanziario dell’Europa, e invece stiamo parlando di appena due anni e mezzo fa. Eppure già martedì 13 di quel mese di settembre io pubblicavo per Rinascita un articolo dal titolo “La politica della BCE: un disastro impeccabile”. Adesso sappiamo che non era stata solo una cattiva valutazione di Trichet a scatenare la crisi finanziaria che dalla seconda metà di quell’anno ha colpito con estrema violenza l’Europa intera. Sì, certamente, gli errori di valutazione di Trichet sono madornali: ha elevato i tassi di interesse (due volte in tre mesi!) per calmierare un pericolo di inflazione inesistente e ha avviato, con il conforto dei governi conservatori europei (che erano e sono in larga maggioranza in Europa) la necessità di avviare politiche di austerità per rientrare dal debito ingente che alcuni Stati europei avevano contratto. Ma queste politiche si fanno quando l’economia è in surplus e la moneta in circolazione è sovrabbondante, non quando si rischia di andare in recessione.
Lui invece ha avviato questa linea e se n’è andato un mese dopo, lasciando il posto a Draghi, che ha subito tamponato (riabbassando i tassi al livello precedente) la falla gigantesca che si era aperta nella “pancia” della corazzata Europa, ma ha comunque proseguito nella sciagurata politica di austerità, che ha portato inevitabilmente alla recessione dell’intera Europa. Una recessione però molto ben controllata. Proprio come fanno i cow boy quando prendono al laccio (o con più lacci) i cavalli selvaggi, o imbizzarriti. Consentono al cavallo di muoversi, ma non di scappare. E lo tengono così finché si calma, completamente domato.
Fossero andati avanti ancora qualche mese con i tassi a quel livello, in contemporanea alle politiche di austerity, l’intera Europa sarebbe precipitata in una recessione gravissima, peggiore di quella che ha colpito nel 2008 gli Usa (con tutto quello che ne sarebbe conseguito), invece il riallineamento dei tassi e la forte iniezione di liquidità a sostegno delle banche ha creato in Europa quella situazione di mera sopravvivenza utile a mantenere il polso fermo sulle politiche di austerità che consentono al mondo capitalista di pilotare la strategia di demolizione delle conquiste sociali divenute troppo costose nel mondo globalizzato.
Se guardiamo all’Italia in particolare, non c’era davvero, nel 2011, nessun serio motivo perché l’Italia entrasse in recessione. Il debito? Sì, era alto, ma lo era già da almeno dieci anni. Il nostro mercato immobiliare non era iperinflazionato (come quello americano del 2007). Le nostre banche ... anche quelle più grosse avevano solo il difetto di essere troppo piccole perché competano con i colossi internazionali. Ma questo, nella situazione del 2011, era un pregio, perché ha impedito alle nostre banche di lanciarsi a testa bassa nelle spregiudicate operazioni speculative dei derivati finanziari.
La situazione dell’Italia nel 2011, sul piano economico-finanziario, non era di certo eccellente, ma non era nemmeno disastrosa come hanno voluto dipingerla con gli allarmi iper-amplificati degli spread e conseguenti disastri finanziari. Avevamo però due problemi serissimi: il primo era la nostra classe politica, assolutamente non all’altezza di guidare una potenza economica come l’Italia, con un presidente del consiglio ormai circondato quasi esclusivamente da nani e ballerine e con l’unico pensiero di poter concludere la serata in piacevole compagnia; il secondo era (ed è) l’impossibilita’, derivata dall’adesione alla moneta unica, di moderare le tensioni finanziarie facendo fluttuare la moneta. Questi due problemi potevano essere risolti entrambi a fine 2011 facendo cadere il governo Berlusconi e uscendo dall’euro. A evitare le “tragedie” che il terrorismo mediatico annunciava, sarebbero bastati seri provvedimenti contro gli attacchi speculativi e la promessa governativa che il debito dell’Italia sarebbe stato onorato puntualmente con la nuova moneta. Dopo un mese o due di tensione tutto sarebbe tornato normale e l’Italia avrebbe potuto sfruttare al massimo tutta la sua forza produttiva, non ancora minata dalla crisi. Monti invece, incaricato dal presidente Napolitano di guidare il paese fuori dalle rapide, ha semplicemente seguito pedissequamente gli ordini che arrivavano da Bruxelles, quindi non ci ha nemmeno provato a uscire da quella trappola nella quale avevano infilato l’intera Europa.
E’ stato un caso che Napolitano abbia scelto proprio Monti?
Adesso ci raccontano che ci sono segnali di ripresa. Gli unici segnali di ripresa sono dovuti al fatto che la locomotiva Usa ha ripreso a tirare, non a piena forza, ma si sta risvegliando. Ci sono però anche segnali, molto più consistenti, di una nuova crisi globale che potrebbe scatenarsi facilmente dall’oggi al domani, e se parte ... stavolta niente e nessuno la potrà fermare. Ma forse è proprio quello che il capitalismo internazionale vuole per completare il lavoro.
Ricordiamoci che la crisi americana, non ancora del tutto risolta nonostante l’iniezione di diversi trilioni di sostegno finanziario, è già al settimo anno (dal 2007), quella Europea invece è solo al terzo anno. Sembra incredibile, ma tutto è avvenuto in soli due anni e mezzo.
Siamo al centro di una strategia diabolica! Che però non ha una mente unica, ovvero una centrale operativa che impartisci gli ordini. Non c’e’ perché non è necessaria.
Per arrivare a questo sfacelo è stato sufficiente lasciare al capitale la libertà di muoversi come vuole. I capitalisti e le banche hanno fortemente voluto questa libertà e l’hanno finalmente ottenuta abbastanza rapidamente dopo il crollo dell’ideologia comunista.
Le uniche regole che il mondo capitalista accetta sono quelle che proteggono il capitalismo dai loro stessi eccessi e dagli imbroglioni, per il resto ... “chi fa da se, fa per tre”. Quelli che non ce la fanno si arrangino, non è compito dei capitalisti preoccuparsi di questi problemi.
Già, infatti il problemone ce l’abbiamo noi, perché loro, ognuno per conto suo ma seguendo una linea comune negli interessi del grande capitale, hanno già piazzato ai vertici di tutte le istituzioni e della politica uomini di loro fiducia, quindi nessuno, oggi, li puo’ fermare.