L'immigrazionismo è il problema
di Antonio Catalano - 15/06/2026

Fonte: Antonio Catalano
Mantengo fede alla parola data, mi sporco gli stivali. Lasciarli puliti significa mettersi fuori da qualsiasi possibilità non solo di “fare politica” ma semplicemente di stare nel dibattito politico.
A negare che l’immigrazione oltre il limite di assimilabilità di una nazione sia del tutto improponibile sono sia imbecilli privi di consapevolezza sociale appartenenti alla galassia cosiddetta accoglientista sia quelli che in un modo o nell’altro lucrano – da intendersi non solo in senso economico, ma anche, forse soprattutto, nel senso dello scombussolamento che procurano ai popoli – dagli indiscriminati flussi migratori.
L'epopea immigrazionista inizia con l’avvento della stagione globalista (data simbolica 1991), che considera suo fondamento di principio la liberalizzazione della circolazione di capitali e merci oltre che delle persone, da questo sistema strumentale oltre che malato considerate “risorse umane”. C’è un dato di fatto incontestabile: la libera circolazione di capitali e merci, ma principalmente di “risorse umane”, è l’inizio della distruzione dello stato sovrano, quindi della stessa possibilità che i popoli dei rispettivi stati possano intervenire nei processi decisionali attraverso le sue rappresentanze. L’UE è la piena attuazione di questo processo di distruzione della sovranità nazionale.
Chi non concorda con questa premessa di partenza di solito accoglie il teorema che l’immigrazione è fonte di arricchimento culturale grazie all’apporto di diversità che essa comporta. Come se i grandi flussi migratori dell’ultimo trentennio nascessero dalla ricerca di incontro tra le culture con relativi scambi, pezzolina ideologica usata a giustificazione dell’accettazione di questo fenomeno, in tutto e del tutto favorito e gestito, tramite un ampio reticolato di organismi internazionali, da potenti attori che si pongono fuori e contro gli interessi nazionali dei popoli.
Potenti attori che appartengono all’areale del capitale finanziario, il quale rappresenta l’acme putrescente della metastasi capitalistica, politicamente e culturalmente espresso dal mondo liberal progressista, la sinistra contemporanea. È un mondo che disdegna i popoli, che disprezza le identità culturali e religiose, che irride a qualsivoglia difesa della tradizione intesa come patrimonio al quale riferirsi, che tenacemente prova a ridisegnare la stessa natura umana secondo aberranti e distopiche idee eugenetiche.
La sinistra (anche nelle sue espressioni “estremistiche”), ormai completamente organica al mondo di cui sopra, di fronte al disagio, al malessere che i popoli cominciano ad esprimere anche in forme decise e violente, insorgono gridando al fascismo e al razzismo e rilanciando i soliti stolti e irresponsabili slogan sull’accoglienza indiscriminata. Proprio non riescono a capire che i popoli avvertono un malessere incontenibile, la cui causa certamente risiede nelle contraddizioni generate dal sistema capitalistico, ma che nell’immigrazione indiscriminata trova il modo di annichilire un potenziale antagonista al suo sistema di potere.
L’immigrazionismo propagandato dai corifèi accoglientisti non crea malessere solo perché è utilizzato come pretesto di un peggioramento generalizzato della qualità del lavoro e della vita, ma anche – a volte, soprattutto – perché distrugge il tessuto sociale delle città, interi quartieri che si svuotano a vantaggio di immigrati che non hanno niente a che fare con la storia, la cultura, i costumi locali. Diventa allora provocatorio parlare di integrazione a queste condizioni, non vi può essere nessuna integrazione quando i processi si impongono in questi modi. Solo una retorica stupida e nauseante può esaltare queste situazioni proponendole come occasioni di crescita e arricchimento.
A proposito di arricchimento e della insopportabile retorica utilizzata dai servi globalisti, la giovane sindaca di Belfast, dopo i noti fatti, ha l’ardire di dichiarare che “la diversità è un fattore di arricchimento e di sviluppo della nostra comunità”. Una boldrinata pazzesca, direbbe Fantozzi. Ma che vuol dire che la diversità è arricchimento? La diversità in sé? Quando si dice parlare per dare aria al vento.
La furia popolare che devasta Belfast è comprensibile, ma è sbagliata nei suoi obiettivi. Essa doveva, e deve, dirigersi non contro gli immigrati ma contro i fiancheggiatori indigeni dell’immigrazionismo, quelli che giocano con le sorti dei popoli infischiandosene allegramente delle sue condizioni.
Andiamo al tema della remigrazione.
Purtroppo quando una parola, un’espressione diventa slogan si carica di contenuto ideologico che inevitabilmente produce schieramenti, per cui oggi diventa quasi impossibile discutere sul senso di questa proposta senza schierarsi da una parte contro l’altra e viceversa.
Una cosa è certa: non esiste un’interpretazione univoca dell’idea di remigrazione. C’è chi la intende in un modo, chi in un’altra, chi in un'altra ancora. Remigrazione, nella sua corretta interpretazione, fuori da ogni strumentalizzazione ideologica, non significa mandare a casa tutti gli immigrati, questa è solo propaganda al contrario, una grande sparata.
Ritengo opportuno ricorrere all’interpretazione che ne dà Martin Sellner nella sua recente “Remigrazione. Una proposta”, curata da Francesco Borgonovo. Il quale, in una recente discussione con Giorgio Bianchi (vedi link nei commenti), dichiara che la remigrazione:
1. È un banalissimo implemento di processi che esistono già, prima di tutto un cambio di prospettiva culturale, cominciare a pensare che l’immigrazione di massa non è cosa buona e giusta e inevitabile.
2. È già prevista. Si tratta di rimandare indietro le persone irregolari e quelle che commettono crimini, che delinquono;
3. Implica l’incentivazione economica al rimpatrio delle persone che vogliono tornare a casa, con l’utilizzo di quei fondi destinati all’accoglienza e servizi accessori, al fine anche di favorire l’inserimento lavorativo nei Paesi di rimpatrio.
Un’idea di remigrazione, insomma, da intendere come processo. Ben altra cosa da quella propagandata sabato scorso a Roma alla manifestazione “Remigrazione e riconquista”, nella quale essa significava: rispedire a casa TUTTI gli immigrati. A proposito della manifestazione sulla remigrazione di sabato a Roma (ci sono andato in qualità di osservatore, per capire), trovo del tutto inaccettabile lo spirito di questa iniziativa, la quale oltre che puntare a un’idea di remigrazione intesa come detto prima insiste su un’islamofobia divenuta la clava ideologica della galassia neo fascista-neo nazista-neo sionista... filo ucraina. Uno slogan infatti molto urlato nella manifestazione era “Mussulmani pezzi di m…a!”. Slogan che oltre che a denunciare un rozzo quanto intollerante substrato culturale, di cui non si avverte la benché minima esigenza, rappresenta la negazione di qualsiasi idea di rispetto e difesa delle identità.
Conclusione. Stiamo purtroppo assistendo al rifiorire di un bipolarismo che molti di noi pensavano in via di superamento. Un bipolarismo oggi del tutto fuori contesto storico perché sia questa sinistra sia questa destra esprimono, ognuno a suo modo, due facce della stessa medaglia: liberalismo capitalistico in essenza.
Ma bisogna essere onesti. La principale responsabilità di questo arretramento – speriamo temporaneo – è di questa imbecille e complice sinistra che un giorno sì l’altro pure rilancia i temi del liberismo in salsa radical-progressista con tanto di antifascismo, ormai svincolato da qualsivoglia riferimento storico, esclusivamente orpello ideologico utile alla classificazione murgiana tra liberisti “progressisti” e liberisti “reazionari”.
