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Ripensare la crisi: verso un nuovo modello di consumo

di Federica Forte - 07/07/2014

Fonte: L'intellettuale dissidente

 

La televisione ha un influenza straordinaria nella formazione delle opinioni dei telespettatori, che fanno proprio il punto di vista veicolato. Complice il tono asettico e apparentemente informativo dei telegiornali, ciò che viene proiettato assurge a verità unica, immagine esatta e fedele della realtà. Ma c'è qualcosa che la televisione non dice della crisi, ovvero l'opportunità che ci offre nel ripensare i nostri modelli di consumo. Un consumo improntato all'essenzialità, in cui trovano spazio etica, valori e rispetto dell'ambiente è quello che potremmo aspettarci in uno scenario post- crisi.

consumismo.

Non c’è alcun bisogno di scomodare illustri economisti perché ci dicano quanto sia dolorosa la crisi economica attuale, lo vediamo da noi. Ciascuno di noi è testimone delle drammatiche conseguenze che la crisi economica ha sulla propria comunità di riferimento, che può essere la famiglia, la propria cittadina, città e Paese. A tutti noi sarà capitato almeno una volta di sentire storie di persone vittime della crisi, uomini e donne che hanno perso il lavoro, giovani che non riescono a collocarsi sul mercato del lavoro se non a costo di delusioni ed umiliazioni e che alla fine decidono di partire, negozi che chiudono, gente che si trasferisce altrove.

Ascoltare direttamente la tragica testimonianza di una vita cambiata o distrutta ingenera una maggiore consapevolezza rispetto , ad esempio, al vedere scorrere sullo schermo tristi immagini di repertorio, ma nell’epoca degli smartphone e dei tablet è abbastanza verosimile che ciò che si sa delle crisi si apprende dalla televisione. La televisione ha un influenza straordinaria nella formazione delle opinioni dei telespettatori, che fanno proprio il punto di vista veicolato. Complice il tono asettico e apparentemente informativo dei telegiornali, ciò che viene proiettato assurge a verità unica, immagine esatta e fedele della realtà. Così, oggi, la cosa peggiore della crisi economica è quello che ci dice il telegiornale: il crollo dei consumi, ovvero i consumatori non acquistano più lo stesso quantitativo di beni del periodo pre-crisi. La propensione al consumo (intesa come quota del reddito destinata ai consumi) è un terzo rispetto agli anni ’60. Non solo a causa dell’inflazione ( che si traduce in un aumento dei prezzi) ma, soprattutto, della perdita di fiducia. Se in periodi di prosperità economica lo spettro di licenziamenti, difficoltà e quant’altro sembra lontano, nei momenti di crisi si ripresenta in tutta la sua drammatica attualità. Insomma, le persone spendono meno perché non possono permettersi lo stesso tenore di vita di qualche anno fa, ma soprattutto perché le speranze in un capovolgimento della situazione (in positivo) sono prossime allo zero.

Il crollo dei consumi, però, è determinato altresì dall’impossibilità materiale di reperire le risorse finanziarie per acquistare beni, cioè di ottenere credito dalle banche. Queste, dopo la crisi finanziaria del 2008, sono divenute in un certo senso più caute. E’ sempre più difficile ottenere dei finanziamenti, anche di media entità: per un prestito di poche migliaia di euro,nel nostro Paese, vengono richieste garanzie importanti, quali ad esempio un contratto di lavoro di una certa durata o la cittadinanza italiana. Forse nel nostro Paese la tendenza a chiedere dei finanziamenti per finanziare consumi non era così diffusa, la nostra è sempre stata la società del mattone- noi, gente con la testa sulle spalle-, dove l’investimento più importante era l’acquisto della casa e al massimo ci si accollava l’impegno delle rate mensili per l’acquisto dell’auto. Ma negli Stati Uniti, dove il consumismo è l’elemento caratterizzante dell’american way of life e ci si indebitava praticamente per qualsiasi tipo di acquisto, dal mezzo di trasporto all’abbigliamento ai viaggi, tutto questo – la crisi finanziaria, le banche più severe- è stato un duro colpo.

La possibilità di ottenere dei finanziamenti per i propri consumi è stata la conditio sine qua non l’intero sistema capitalista non avrebbe potuto prosperare. Già negli anni Venti- sebbene i salari degli operai fossero legati alla produttività che a quei tempi era molto alta, molto più alta rispetto ai giorni nostri- era impensabile riuscire ad acquistare un auto in contati. La società dei consumi non poteva aspettare che i consumatori mettessero i soldi da parte per poi effettuare i loro acquisti, né questi dal canto loro erano disposti a procrastinare l’acqisto. Era pressante l’urgenza di avere per apparire e quindi essere. Il sistema finanziario, che fino al 2008 è stato molto generoso e concedeva senza troppe remore finanziamenti, ha chiuso i rubinetti. Di conseguenza i consumatori spendono meno e acquistano meno prodotti rispetto al passato.

C’è un aspetto della crisi di cui non si parla in televisione: l’opportunità che questa ci offre di ripensare i nostri modelli di consumo. Dai primi anni Venti del Novecento ad oggi, le imprese di concerto con il mondo della pubblicità e del marketing hanno lavorato faticosamente per costruire un mondo su misura del consumatore, in cui l’assioma di fondo era che solo l’acquisto continuato ed incessante dei beni soddisfa i bisogni dell’uomo e la ricchezza (intesa come possesso di una grande quantità di beni e relativo sfoggio) genera felicità. L’accumulo compulsivo di beni- nella maggior parte dei casi inutili perché non necessari e destinati ad un’obsolescenza quasi istantanea -  per anni ha rappresentato la strada verso la felicità.

Questo tipo di messaggio, funzionale al capitalismo, ha  forgiato nello stesso tempo la stessa visione che l’uomo ha di sé stesso e del mondo. I beni di consumo sono serviti all’uomo da strumenti di costruzione della propria identità e non sono mai stati considerati in quanto tali: OGGETTI, semplice materia . Sulla base della quantità di beni posseduti sono state giudicate le persone. L’ostentazione della ricchezza da parte di persone abbienti ha suscitato invidia più che disapprovazione e la povertà, ancor prima che provocare un moto di compassione, ha invece sollevato un sentimento di avversione.

La crisi, però, ha mutato lo scenario, costringendo di fatto i consumatori a rivedere i propri comportamenti d’acquisto. Si comprano sempre meno cose e ciò che è stato depennato per primo dalla lista della spesa sono i beni secondari, il superfluo: vestiti alla moda, viaggi, auto, uscite, cellulari di ultima generazione. Oggi, più che in passato, non sembra più contare la quantità ma la qualità, ma soprattutto il prezzo. Questo spiegherebbe anche in parte la crisi della marca e l’ascesa di discount e GDO. Di fronte alle difficoltà chi non soccombe ripensa nuovi modelli di vita, ricerca soluzioni alternative rispetto al passato. Un consumo improntato all’essenzialità, in cui trovano spazio etica, valori e rispetto dell’ambiente è quello che potremmo aspettarci in uno scenario post- crisi.

 

I primi segnali di un cambiamento ci sono già, basti pensare all’abitudine sempre più invalsa di acquistare abbigliamento usato o di ricorrere al baratto per soddisfare piccole esigenze quotidiane, o ancora a siti quali BlaBlacar (http://www.blablacar.it/) che hanno di fatto rappresentato una frattura nel pensiero dominante (fino a qualche anno fa chi “pagava” per un passaggio in macchina anziché prendere il treno o l’aereo sarebbe stato tacciato di avarizia), aprendo la strada a una nuova visione del consumo (del trasporto in questo caso) , ad una maggiore sensibilità verso la leva del prezzo (che si accompagna a una maggiore consapevolezza delle menzogne del mercato che vende prodotti tutti uguali spacciandoli per mirabilia) e non in ultimo ad una rinnovata propensione alla socialità. Ma questo in televisione, naturalmente, non lo sentirete…