L’Europa ricominci da tre
di Marcello Veneziani - 11/01/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Per l’anno che verrà le preoccupazioni maggiori non ce le dà l’Italia, che appare stabile e un po’ stagnante, ma l’Europa. La psicosi della guerra con la Russia, la ventata di bellicismo e gli sforzi finanziari per armarsi e per sostenere l’Ucraina, con la pretesa di sostituirsi agli Stati Uniti, stanno portando l’Europa sull’orlo di una catastrofe tra enormi rischi. E poi la questione Venezuela e Groenlandia con gli Stati Uniti. La marginalità dell’Europa nello scenario mondiale, la sua evanescenza nella crisi palestinese e nel processo di pace in Ucraina, i giudizi sferzanti di Trump e di Putin, confermano il suo declino verticale.
Per risollevarsi e ritrovare un suo ruolo esterno e un suo riequilibrio interno, l’Europa a mio parere ha tre cose grandi e necessarie da fare, che dirò in estrema brevità. Per cominciare, l’Europa dovrebbe rifondarsi rovesciando come un guanto l’attuale assetto: ritrovarsi unita all’esterno e libera al suo interno, ovvero coesa rispetto al mondo e differenziata nelle sue realtà interne, locali e nazionali.
Finora l’Europa è stata il contrario: impositiva, coercitiva, livellatrice per gli stati, i popoli, i cittadini europei, soffocati da norme, vincoli e direttive senza considerare le differenze geografiche, culturali, storiche. E inerme all’esterno, incapace di darsi una linea strategica unitaria, una direzione politica sovrana, omogenea e coerente nei rapporti col mondo: politica estera, sicurezza, flussi migratori, concorrenza commerciale, sfida tecnologica. Si tratta di rimetterla in piedi e con i piedi per terra, capace di considerare le diversità tra popoli e nazioni, tra nord e sud, tra mediterranei e baltici, tra cattolici e protestanti, tra risorse agricole e risorse industriali. Trovando invece l’unità rispetto all’esterno.
La seconda, ma non secondaria, bensì essenziale svolta dovrebbe nascere dalla consapevolezza geopolitica del suo ruolo, nel quadro multipolare che si impone ormai a livello planetario. L’Europa non può rimanere schiacciata dentro il modulo occidentale, e giocare la sua partita contro il resto del mondo. Il suo tradizionale alleato e badante, gli Stati Uniti, tende con Trump a dissociarsi dall’Europa e a giocare per conto suo. L’Europa deve prendere atto che è folle armarsi contro la Russia e pensarsi come l’Ovest e il Nord del pianeta rispetto all’Infinito Sud e all’immenso Oriente. La forza dell’Europa, che deriva dalla sua storia, dalla sua geografia e dalla sua civiltà, è quella di essere terra di mezzo, cioè letteralmente mediterranea: ovvero di essere al crocevia tra oriente e occidente, nord e sud del pianeta. Non possiamo schierarci da una parte, siamo naturaliter luogo di sintesi e di mediazione; nella sua centralità rispetto ai quattro punti cardinali del pianeta, l’Europa può esercitare un ruolo arbitrale. Quella è l’unica vera “primazia” dell’Europa, la sua vera forza: non super partes ma inter partes. Un ruolo che le assegna la geopolitica, non le armi e l’apparato militare; a cui si unisce l’eredità di una civiltà fondata su tre modelli universali: la matrice greca, che ha insegnato al mondo il pensiero e la polis, la matrice romana che ha insegnato il senso dello stato e del diritto, la matrice cristiana che ha insegnato la carità e l’amore per tutti gli uomini e il creato. Il rimedio ai venti di guerra non è rifugiarsi nella retorica del pacifismo che non ha mai fermato una guerra, ma il realismo che non situa l’Europa da un versante contro un altro, ma riscoprendo la nostra posizione centrale che ci predispone a ospitare negoziati e accordi.
La terza priorità riguarda invece il suo interno, la sua politica sociale ed economica. Davanti alla pericolosa aria di turbo-liberismo armato che soffia sull’Europa, soprattutto a causa dei venti sassoni (anglo-tedeschi, in primis) e in parte baltici, e allo strapotere di colossi e concentrazioni transnazionali, l’Europa dovrebbe riscoprire il suo modello di sviluppo sociale ed economico che è stato la sua fortuna e la sua conquista: lo Stato sociale. Se ci pensiamo bene, lo Stato sociale è l’eredità comune, diversamente declinata, di esperienze politiche e sociali trasversali, conservatrici e progressiste, moderate e laburiste, cristiane e socialiste, nazionaliste e internazionaliste. Lo Stato sociale nasce in Gran Bretagna con lord Beveridge, da cui trarranno spunto i laburisti per fondare il Welfare state, ma si realizza anche nella Prussia di Bismarck, il conservatore, anche per arginare l’avanzata socialista.
Nel Novecento lo Stato sociale si nutre della dottrina sociale della Chiesa e diventa il perno su cui si fonda lo sviluppo nei paesi a guida democratico-cristiana, fino alla nascita dell’economia sociale di mercato (modello renano); ma lo Stato sociale si ritrova pure nelle esperienze latine nazionali e sociali, come quella fascista, dalla Carta del Lavoro alla politiche sociali, e naturalmente nelle esperienze europee socialdemocratiche, in Germania e in Scandinavia. Pure il gollismo in Francia si differenzia dalla destra tecno-liberale per una più spiccata sensibilità popolare, nazionale ed europea. L’Europa sociale è l’eredità trasversale maggiore del nostro passato, che offre garanzie sul lavoro, l’assistenza ai bisognosi e la salute pubblica; si tratta naturalmente di ripensarla nella nostra epoca, coi mezzi di oggi e nel mutato scenario mondiale.
Se esistesse una vera guida dell’Europa, capace, autorevole e lungimirante, piuttosto che imporre norme soffocanti al suo interno, corse alle armi e avventate politiche estere che ci destinano alla marginalità e ci espongono al rischio di una guerra, dovrebbe ricominciare puntando su quei tre bastioni.
