Iran. Il suicidio di Trump mette a rischio il mondo
di Davide Malacaria - 03/03/2026

Fonte: Insideover
Trump minaccia un’invasione di terra dell’Iran e dichiara che l’America può continuare la “guerra per sempre” grazie alle sue scorte, riecheggiando le guerre infinite care ai neocon e che in campagna elettorale aveva promesso di chiudere. Inutile sottolineare il tradimento delle promesse, che ha fatto infuriare i suoi sostenitori, più utile verificare se un’invasione è realistica.
Questa non si organizza da un giorno all’altro. Ammassare una compagine per conquistare un Paese esteso come l’Iran e portarla in loco richiede mesi e le perdite americane sarebbero insostenibili data la consistenza delle forze iraniane.
È fattibile però organizzare un attacco delle milizie del Kurdistan iracheno con gli Usa a supporto. Ne avevamo accennato in una nota pregressa e lo scenario sembra confermato da un articolo di Strana che spiega così l’intenso bombardamento americano sul confine tra Iran e Kurdistan iracheno.
Scenario che sembra confermato da Axios che riferisce come Trump avrebbe contattato i leader delle due più importanti fazioni del Kurdistan per interagire sulla crisi iraniana. Da tempo il Kurdistan iracheno è usato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, perché insiste sulle regioni iraniane con una forte presenza curda, di cui alimentano il separatismo. E qui si trovano le basi delle milizie curde contro cui di tanto in tanto le forze iraniane incrociano le spade.
Nella nota pregressa accennavamo a come le forze del Kurdistan potrebbero essere rimpolpate dai miliziani dell’Isis, 20mila dei quali sono fuggiti da un campo di detenzione siriano poco prima dell’attacco all’Iran.
Una compagine alla quale potrebbero unirsi in maniera più o meno organizzata i curdi siriani, già usati per il regime-change di Damasco, dal momento che ormai la Siria, pur con le ambiguità del caso (il presidente al-Sharaa è stato ricevuto da Putin), è cosa loro. Non è una forza in grado di conquistare l’Iran, ma certo la sua mobilitazione porrebbe gravi criticità a Teheran perchè il supporto americano, aerei e forze speciali a terra, ne incrementerebbe la forza d’urto.
Uno sviluppo più o meno possibile perché i Paesi che ospitano i curdi potrebbero frenare i piani e che Teheran ha messo in conto a motivo della storia recente, cela una realtà indicibile: l’America ha preso coscienza che al momento il regime-change, che era convinta di mettere a segno, non ha chance.
Sul regime-change ci permettiamo una piccola digressione alquanto comica: in una udienza alla Camera degli Stati Uniti, il dirigente del National Endowment for Democracy (NED), Damon Wilson, si è vantato di come la sua Agenzia, in occasione del regime-change fallito di recente, abbia introdotto in Iran 200 terminali Starlink. Aveva appena iniziato a raccontare che la deputata Lois Frankel lo ha censurato: “Sai cosa? Ti interrompo: è meglio non parlarne”. Quadretto istruttivo.
Per tornare a cose importanti, ieri il capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha ufficialmente dichiarato che l’America sta conducendo una guerra per procura per conto di Israele. Infatti, così titola sinteticamente il Jerusalem Post: “Rubio afferma che Israele ha trascinato gli Stati Uniti in guerra con l’Iran a causa degli attacchi israeliani già pianificati”.
Tutto ovvio, come è banale anche il casus belli usato nell’occasione. Non solo le usuali inesistenti armi di distruzioni di massa (vedi alla voce Iraq), ma anche la propaganda associata. Tutto nero su bianco in uno studio del think tank Usa Saban Center for Middle East Policy del 2009 titolato: “Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana nei confronti dell’Iran”.
Riportiamo: “Il modo migliore per minimizzare il biasimo internazionale e massimizzare il sostegno […] è colpire solo quando si sia diffusa la convinzione che agli iraniani sia stata fatta un’offerta superba e l’abbiano rifiutata, un’offerta così vantaggiosa che solo un regime determinato a sviluppare armi nucleari rifiuterebbe […]. In tali circostanze, gli Stati Uniti (o Israele) potrebbero spiegare le loro operazioni come intraprese a malincuore [il povero popolo iraniano ndr.], non per rabbia, e almeno parte della comunità internazionale sarebbe convinta che gli iraniani ‘se la sono cercata’ rifiutando un ottimo accordo“.
Quanto al cenno di Trump sul fatto che l’America possa proseguire la “guerra per sempre”, ha tutta l’aria di un escamotage per titillare i neocon i quali, nonostante siano sovreccitati per l’attacco all’Iran da tempo agognato, temono la sua imprevedibilità. Un modo per dire che si è consegnato a loro.
Inseguire le stralunate e contraddittorie dichiarazioni di Trump è esercizio arduo, ci limitiamo a registrare il dato e ad analizzare tale affermazione. Vero, l’America ha armi in abbondanza, anche se meno di quanto ostenti Trump, ma potrebbero scarseggiare i missili per i sistemi di intercettazione, perché la guerra ucraina ha eroso le scorte e la loro produzione richiede tempo. Ciò lascerebbe Israele più vulnerabile…
Concludiamo con i rischi che l’Occidente minimizza. Ieri l’allarme di Dmitrij Medvedev, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza che la Russia usa per lanciare avvertimenti: l’attacco all’Iran tecnicamente non ha dato inizio a una guerra mondiale, “ma se Trump continua con la sua folle corsa verso un criminale cambio di regime, senza dubbio avrà inizio. E qualsiasi evento potrebbe diventare un fattore scatenante. Qualsiasi”.
Una nota di Ria Novosti osserva come Trump, iniziando questa guerra, si sia suicidato, dal momento che il blitzkrieg contro Teheran non è riuscito né poteva riuscire. E una guerra prolungata, al di là dell’esito, trascinerà nella polvere chi ha aperto il vaso di Pandora (senza contare altre variabili, le elezioni di midterm sono segnate).
Questa la conclusione: “Trump ha perso la guerra in Iran nel momento stesso in cui l’ha iniziata (ha abbandonato completamente i suoi principi e obiettivi e danneggiato gli interessi americani), ora per noi è importante cercare di assicurarci che la sua sconfitta non si trasformi in una sconfitta di tutti”.

