A Gaza continua l'indicibile
di Sergio Caruso - 16/01/2026

Fonte: Sergio Caruso
Mentre tutti i media occidentali continuano a mettere benzina sul fuoco per quel che riguarda l'Iran rammaricandosi per i dubbi di Trump su un intervento militare stile Iraq, Libia, Syria per esportare la " democrazia" americana, la situazione nella Striscia di Gaza, scomparsa dalle prime pagine, resta segnata da una profonda ambiguità: mentre sul piano diplomatico si annuncia il passaggio alla “seconda fase” del cessate il fuoco, sul terreno continuano violazioni, operazioni militari e lo sfollamento di migliaia di palestinesi. Questo scarto tra dichiarazioni ufficiali e realtà quotidiana è uno degli elementi centrali che alimentano la diffidenza dei palestinesi, in particolare dei movimenti di resistenza, verso il processo in corso.
Secondo quanto annunciato dall’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, la seconda fase del piano in 20 punti promosso dal presidente Donald Trump dovrebbe segnare il passaggio dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione di Gaza, all’istituzione di una governance “tecnocratica” e all’avvio della ricostruzione. Washington ha chiarito che si aspetta da Hamas il pieno rispetto degli impegni assunti, inclusa la restituzione dell’ultimo ostaggio israeliano deceduto, minacciando “serie conseguenze” in caso contrario. Parallelamente, Egitto, Qatar e Turchia hanno accolto con favore la nascita di un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare la Striscia, presentandolo come un passo utile a stabilizzare la situazione e migliorare le condizioni umanitarie.
Tuttavia, le agenzie umanitarie e le Nazioni Unite descrivono uno scenario ben diverso. L’UNRWA ha registrato un aumento significativo delle attività militari nell’ultima settimana, segnalando come il cessate il fuoco resti fragile e facilmente reversibile. È in questo contesto che si colloca la posizione dei movimenti di resistenza palestinese, a partire da Hamas, ma anche di altre formazioni armate presenti a Gaza.
Dal loro punto di vista, la seconda fase del piano Trump appare sbilanciata e fortemente condizionata dagli interessi israeliani e statunitensi. La richiesta di smilitarizzazione viene percepita non come un passo verso una pace giusta e duratura, ma come un tentativo di privare i palestinesi di uno strumento di autodifesa senza offrire garanzie reali sulla fine dell’occupazione, sull’assedio di Gaza o sul riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi. La governance tecnocratica, pur presentata come neutrale, è vista con sospetto: per la resistenza, il rischio è che si tratti di un’amministrazione priva di reale sovranità, subordinata a potenze esterne e incapace di rappresentare la volontà popolare.
Hamas, in particolare, ha più volte ribadito che qualsiasi accordo deve essere globale e includere la cessazione definitiva delle operazioni militari israeliane, il ritiro delle forze di occupazione e la fine del blocco su Gaza. Accettare una smilitarizzazione unilaterale, secondo questa visione, significherebbe congelare il conflitto alle condizioni imposte da Israele, lasciando i palestinesi intrappolati in accordi temporanei e facilmente revocabili. Anche altre componenti della resistenza condividono questa lettura, sottolineando come il linguaggio della “ricostruzione” rischi di diventare una leva di pressione politica più che un reale impegno umanitario.
Le critiche trovano eco anche in alcune analisi indipendenti, secondo cui il processo in atto è reso estremamente fragile dal passaggio da una mediazione basata su regole condivise a una logica di pura coercizione. In questo quadro, il sostegno diplomatico e militare degli Stati Uniti a Israele finirebbe per svuotare di credibilità l’intero impianto del cessate il fuoco, trasformando i negoziati in uno strumento di gestione degli interessi strategici israeliani.
In definitiva, mentre la comunità internazionale discute di fasi, piani e comitati, a Gaza la popolazione continua a vivere nell’incertezza. La distanza tra le promesse di stabilità e la realtà di un territorio ancora militarizzato e assediato alimenta la convinzione, diffusa tra i movimenti di resistenza palestinese, che senza un cambiamento strutturale e il riconoscimento dei diritti fondamentali del popolo palestinese, nessuna “seconda fase” potrà davvero tradursi in pace.
